Il Cavaliere rampante

Prima dal presidente degli Stati Uniti e ora dal Papa. Se solo fosse possibile ritornarne, in questo fiammeggiante inizio di campagna elettorale, Silvio Berlusconi non mancherebbe una visita anche al buon Dio. Deciso com’è a resuscitare ancora una volta i fantasmi del ’48, non può certo stupire che il presidente del Consiglio si rivolga prima all’America e poi alla Chiesa. E’ l’unico schema di gioco che conosca, con Forza Italia nei panni della Dc, se stesso in quelli di don Camillo e il suo avversario – chiunque sia, persino Romano Prodi – in quelli di Peppone. Berlusconi prepara così una campagna elettorale tutta all’attacco, ma si tiene pronto a ripiegare in favore di un altro candidato qualora a pochi mesi dal voto i sondaggi – quelli veri – si ostinassero ad attribuirgli uno svantaggio incolmabile.
Questo è il motivo della sua profonda irritazione per le parole di Fini, a proposito della possibile rielezione di Ciampi in un clima di unità nazionale. I giornali hanno scritto di un disappunto che celerebbe mire berlusconiane sul Quirinale, ma non ci sembra vi siano né le basi di consenso né il clima per rendere credibile una simile ipotesi, nemmeno agli occhi del Cavaliere. Il problema è che Fini gioca un altro gioco, perché a quello dell’Italia del ’48, per ovvi motivi, sa di non poter giocare. E per ragioni opposte e simmetriche, lo stesso discorso vale per Casini. Il vero conflitto di interessi che da anni divide la Casa delle libertà e le impedisce di governare, quello tra Berlusconi e i suoi alleati, si trasferisce dunque alla campagna elettorale, trasformandola in un romanzo a metà tra Marquez e Calvino, in una sorta di rappresentazione iper-realistica e fantastica al tempo stesso della vita politica italiana. Nonostante tutti gli appelli all’unità e alla concordia dei suoi alleati, l’uno ancora in cerca di legittimazione e l’altro sempre in cerca di possibili accordi, il Cavaliere rampante non scenderà dal suo albero fino a battaglia conclusa (o fino a che non si sarà deciso a cedere il passo). Continuerà a volare da un ramo all’altro lanciando il suo grido di Tarzan e facendo la spola tra Bush e Ratzinger, oggi dicendosi liberale e domani presentandosi come defensor fidei, ma sempre parlando d’altro e tentando così in ogni modo di sviare l’attenzione dai problemi del paese. Ai piedi dell’albero, Fini e Casini continueranno a tormentarsi nella ricerca di soluzioni più o meno ragionevoli sulla manovra economica o sull’elezione del capo dello Stato, ma alla fine se ne resteranno entrambi con il naso all’insù, ammutoliti dinanzi alle prodezze acrobatiche del loro condottiero.
Quella che ci aspetta è dunque una campagna elettorale cattiva e tragicamente comica, in cui starà al centrosinistra il compito di tenere i piedi per terra e presentarsi al paese come portatore dell’unica proposta di governo effettivamente in campo. Se i suoi dirigenti non cadranno nei tranelli della guerra di religione o dello scontro ideologico con l’America, il Cavaliere rampante e già dimezzato si rivelerà da sé per quello che è diventato da tempo: il capo di una maggioranza inesistente.

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