La battaglia di Twickenham

Quando una squadra di rugby va in tour nelle isole britanniche e incontra tutte e quattro le home unions (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda) si dice, in analogia a quanto accade nel Sei nazioni, che tenta il grande slam. In un centinaio di anni l’impresa è riuscita solo cinque volte: una alla Nuova Zelanda (1978), tre al Sud Africa (1912-13, 1951-52 e 1960-61), e una volta all’Australia (1984). Nessuno riesce a fare uno slam da oltre vent’anni, ma forse le cose stanno per cambiare.
Gli All Blacks in tour in questi giorni non solo sono saldamente in testa al ranking dell’International Board, avendo perso una sola partita nell’ultimo anno, ma sono anche la stessa squadra che meno di sei mesi fa ha maltrattato la selezione dei British Lions. Se il rugby britannico non è stato in grado di scalfire la supremazia maori unendo le proprie forze, sembra irragionevole pensare che possa farlo a ranghi separati. I primi due test match del tour autunnale, terminati con larghe vittorie degli ospiti ai danni di Irlanda e Galles – le formazioni prima e seconda classificata dello scorso Sei nazioni – hanno confermato questo assunto. Possibile che l’Inghilterra, alle prese con la terza rifondazione in diciotto mesi, possa impensierire i tuttineri? Questa è la domanda che ha preceduto il test match di Twickenham sabato scorso, una domanda logica, razionale, che però non tiene conto di un fattore. Il rugby è uno sport mentale almeno tanto quanto è uno sport fisico, e l’Inghilterra non è mai, per nessun motivo, una squadra perdente, specialmente in casa propria.
La battaglia in campo comincia ancora prima del fischio d’inizio, al momento della Haka. I neozelandesi si raccolgono attorno al capitano Tana Umaga, e anziché eseguire la tradizionale Kama Te, iniziano la controversa Kapa O Pango, una nuova danza che termina mimando un cruento taglio della gola. Il volto di Umaga è la maschera di un dio maori, incorniciata dai dreadlocks. Martin Corry, il nuovo capitano inglese, pare scolpito nel marmo, sostenere il suo sguardo è impossibile, spaventarlo inconcepibile. Gli All Blacks non vogliono vincere la partita, vogliono stuprare Twickenham, bestemmiare nel Tempio. Lo stadio ferito risponde, intonando dalle tribune Land of Hope and Glory. Si comincia, sostenuti dal coro gli inglesi avanzano con una forza inarrestabile, si procurano una touche a cinque metri, mantengono il possesso e vanno in meta spingendo con la mischia. E’ proprio Corry a emergere dal cumulo di uomini dopo avere schiacciato il pallone a terra. L’oltraggio è lavato. I neozelandesi sono scossi, ma non dura a lungo, cominciano a macinare gioco e sono gli inglesi a doversi difendere, con caparbietà, su ogni pallone. E’ passato un quarto d’ora quando si forma una breccia nella difesa inglese, è ancora il capitano, questa volta Umaga, che ne approfitta volando in meta liberato da uno splendido passaggio di Daniel Carter. La successiva trasformazione porta il punteggio sul sette pari.
La gara diventa una partita a scacchi, i bianchi inglesi conto i neri degli antipodi, la forza e l’organizzazione contro il ritmo e il movimento, le due essenze del rugby a confronto. Le difese di entrambe le squadre sono immense, non lasciano spazi. Comincia il duello a distanza nei calci di punizione, Hodgson conto Carter, colpo su colpo. Potrebbe sembrare una partita brutta, se non fosse stupenda, per intensità ed equilibrio. La simmetria si rompe alla fine del primo tempo, quando Hodgson commette il primo errore dalla piazzola e permette agli All Blacks di chiudere in vantaggio all’intervallo, 10-13.
Alla ripresa gli ospiti entrano in campo molto determinati, schiacciano l’Inghilterra nella propria metà campo e ottengono la seconda meta, ancora una volta ispirata dallo splendido Carter. Gli inglesi reagiscono a proprio modo, con forza e caparbietà. Il lavoro della mischia dei bianchi è superbo, l’unico modo che gli All Blacks trovano per arginarlo è con qualche scorrettezza, che l’arbitro comincia a sanzionare con le espulsioni temporanee. Hodgson non è Wilkinson, né Carter, e si vede. Svolge diligentemente il proprio compito, resiste in modo ammirevole a placcaggi devastanti, ma il gioco inglese è prevedibile. Tuttavia il suo piede riporta i padroni di casa a soli quattro punti di distanza. Negli ultimi dieci minuti, mentre l’Inghilterra si abbatte come un martello contro il muro nero che non cede di un metro, Twickenham si desta di nuovo, intonando Swing Low, Sweet Chariot. Gli All Blacks sono in quattordici, gli inglesi in quindici più tutto Twickenham, e avanzano metro dopo metro. Corry ha la testa fasciata e sanguinante, gli avanti inglesi penetrano, vengono placcati, si rialzano, hanno bisogno di una meta, devono segnare quei cinque punti. Ma il cronometro scorre, e gli All Blacks vogliono entrare nella storia: se vincono oggi avranno solo la Scozia tra loro e il grande slam, e una vittoria scozzese è francamente improbabile. Così chiudono ogni spazio, placcano tutto ciò che abbia una maglia bianca. Si gioca a pochi metri dalla linea di meta degli ospiti, ma nessun inglese riuscirà a farli, quei metri. Finisce così, 23 a 19 per i neri, e un sogno che continua. Gli All Blacks sono i più forti, giocano il rugby migliore e più bello, a essere anche i più simpatici ci penseranno un altro anno.

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