Democrazia e cittadinanza

Nei giorni scorsi i giornali hanno riportato i dati che emergono dal quinto rapporto su “Immigrazione e cittadinanza in Europa” steso dalla Fondazione Nord-Est e dall’Università degli studi di Urbino, sorta di monitoraggio degli orientamenti e degli atteggiamenti degli europei nei confronti del fenomeno migratorio. Conviene cominciare di lì.
L’immigrazione è un fenomeno preoccupante per quote rilevanti della popolazione europea. Ma si mantiene ampia la disponibilità a concedere più diritti agli stranieri, ed è maggioritaria l’opinione di chi giudica non solo necessario, ma positivo l’apporto degli stranieri. In Italia, tuttavia, la preoccupazione è in aumento. In generale è più alta nei paesi entrati di recente nella comunità europea, dove pure il fenomeno migratorio è meno consistente. In questi paesi la presenza degli stranieri è temuta soprattutto per la competizione sui posti di lavoro. In Italia, i timori sono legati anzitutto alla sicurezza e alla criminalità. C’è un nesso evidente fra grado di fiducia nelle istituzioni (soprattutto europee) e timori per il fenomeno migratorio: quando aumenta il primo, diminuiscono i secondi. I curatori del rapporto scrivono poi che “dovunque, il problema posto dall’immigrazione in termini di identità culturale e religiosa non viene considerato molto rilevante”. Infine, a proposito della minaccia terroristica: “non emergono, dalle risposte fornite dai cittadini europei, atteggiamenti da «scontro di civiltà»”.
Proseguiamo. Grazie alla solerzia di alcuni giornali italiani, abbiamo avuto la possibilità di leggere il discorso tenuto il 29 novembre scorso dalla nostra Oriana Fallaci in sede di accettazione dell’Annie Taylor Award per il coraggio. Secondo Aristotele, (Etica Nicomachea, 1115a, 6), il coraggio “è un giusto mezzo nel dominio delle paure e degli ardimenti”: coraggioso è chi teme quel che è da temere per quanto è da temere. Altra cosa è la temerarietà, opposta alla viltà: chi è temerario, “eccede nell’essere ardimentoso nelle cose temibili”, (1115b, 28).
E cosa ha detto Oriana Fallaci, al netto del primo pronome personale? Al “punto numero uno”, che il problema vero non è il terrorismo islamico. Tutti la pensano così, ma non lei. Il terrorismo è certo “l’aspetto più sanguinoso e più barbaro della guerra che i figli di Allah ci hanno dichiarato (i figli di Allah credo siano i musulmani tutti, ndr)”, ma “il più pernicioso e il più catastrofico è l’aspetto religioso, dal quale tutti gli altri aspetti, tutti gli altri volti [della guerra in corso] derivano. Per incominciare, il volto dell’immigrazione”.
“Cari amici – ha proseguito la temeraria scrittrice – è l’immigrazione, non il terrorismo, l’arma su cui contano per conquistarci annientarci distruggerci”. È l’immigrazione, “sono le orde di immigrati che ogni giorno arrivano in Sicilia con le navi o i gommoni o le barche, e ai quali i traditori nostrani spalancano le porte [le porte dei centri di permanenza temporanea?] per farli entrare col Cavallo di Troia e dare fuoco alle città”.
Concludiamo (se possibile, in tono minore). Sabato 3 dicembre, si è tenuto a Roma una manifestazione nazionale, “per i diritti dei migranti, contro la guerra”. C’erano le bandiere dell’Arci, dei Cobas, di Rifondazione, dei Verdi, del Pdci, oltre alle molte associazioni che fan parte delle “reti migranti e antirazziste”. Molti gli stranieri. Con un appello, hanno aderito anche intellettuali del “mondo della cultura, della ricerca e della formazione”: da Roberto Esposito a Vincenzo Consolo, da Cristina Comencini a Carlo Lucarelli. Due le principali rivendicazioni: la chiusura dei centri di permanenza temporanea e l’abolizione del vincolo che la legge Bossi-Fini stabilisce fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. A queste, si è aggiunta anche la mobilitazione contro la guerra: il movimento dei migranti fa tutt’uno con il “movimento anti-liberista e pacifista”. Tra gli striscioni, spiccava in particolare uno con una grande scritta nera e gialla: “Allons, enfants de la banlieue”. Sotto, in giallo e in rosso, si leggeva “no justice no peace”: lo slogan della rivolta dei neri a Los Angeles, nel 1992.
Mi fermo qui. Non ho molte osservazioni da proporre. Piuttosto, un senso di disagio. C’è una sproporzione evidente fra le parole e gli slogan con i quali il tema dell’immigrazione entra nell’agenda politica, e la dimensione del fenomeno (e la stessa percezione che del fenomeno ha la maggioranza dei cittadini italiani ed europei). È possibile considerare i centri di permanenza temporanea una vergogna, senza inneggiare alla rivolta? È possibile considerare tuttavia necessarie politiche e leggi per l’immigrazione, italiane ed europee, senza considerarle per principio restrittive delle libertà dei migranti? È possibile leggere per davvero il rapporto della Fondazione Nord-Est, senza procurare falsi allarmi?
L’intera storia politica moderna mostra una spinta verso la progressiva inclusione all’interno della cittadinanza di soggetti prima esclusi da essa: dobbiamo rinnegare questa storia? Ricordate Rosa Lee Parks, la donna, deceduta a fine ottobre, che si rifiutò di cedere il posto a un bianco su un autobus di Montogomery, Alabama? Fu cinquanta anni fa, ed esattamente il 5 dicembre 1955 un pastore di quella città, Martin Luther King, tenne il suo primo discorso, sull’esercizio della cittadinanza e sul valore della democrazia: possiamo ricordare insieme l’una e l’altra cosa, difendere il valore della cittadinanza senza pretendere di rovesciare la democrazia, e difendere le nostre democrazie senza mortificare i diritti di cittadinanza?

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