Ipocriti

A proposito della spinosa questione della “femminilizzazione” dei nomi, l’Académie française si è espressa con chiarezza: “Sia l’orecchio sia l’intelligenza grammaticale” dovrebbero suggerire di evitare simili “aberrazioni linguistiche”. Noi siamo completamente d’accordo. Non perché non ci stia a cuore il tema delle pari opportunità tra i sessi o dell’emancipazione della donna. Ma perché ci sta sullo stomaco qualsiasi movimento pensi di risolvere un problema semplicemente chiamandolo in un altro modo. La lingua è una forma di vita, si evolve con la società e la rispecchia. Pensare di cambiare la realtà cambiando per decreto le parole che la comunicano è insieme stupido e inquietante. Stupido perché controproducente, perché così facendo le parole non cambiano la realtà, ma la nascondono (sotto una coperta di ipocrisia che non a caso tutti i peggiori nemici dell’emancipazione sono felicissimi di afferrare). Inquietante perché tale pretesa è tipicamente totalitaria, purissima discendente della neolingua orwelliana. Senza contare che chiamare “ministra” un ministro donna somiglia tremendamente a una deformazione del politicamente corretto, cioè di quel banale e ragionevole principio (salvo eccessi, si capisce) che vuole si dica “handicappato” in luogo di “mongoloide” (il fatto che ora non vada bene nemmeno “handicappato” e si debba dire “diversamente abile” o “disabile”, a nostro parere, è uno degli eccessi). Ma a meno che non si consideri “ministra” l’equivalente politicamente corretto di “ministro mongoloide”, non si vede per quale ragione le donne dovrebbero avere alcun bisogno di pietire simili forme di carità lessicale.

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