Mediorientalia. Ci pensa Abu Mazen

L’ ottima affermazione di Hamas alle elezioni amministrative palestinesi di giovedì scorso – nelle città della Cisgiordania di Jenin, Nablus, El-Bireh – ha suscitato una grande eco e preoccupazione sulla stampa europea e statunitense, e una domanda: Hamas (acronimo per Harakat Al-Muqauuama Al-Islamiya, cioè “Movimento di Resistenza Islamica”) è destinato a conseguire una storica vittoria nelle prossime e cruciali elezioni politiche palestinesi del 25 gennaio 2006? Tale prospettiva è fonte di preoccupazione anche per i governi occidentali: Solana, alto rappresentante europeo per la politica estera, ha dichiarato che l’Ue in tal caso potrebbe bloccare gli aiuti finanziari finora concessi all’Autorità palestinese; dal canto suo il Congresso Usa ha addirittura votato 397 a 17 una mozione per chiedere che ad Hamas non venga permesso di concorrere alle suddette elezioni. Questi allarmi sarebbero più che giustificati se Hamas avesse davvero politicamente vinto le elezioni amministrative – perché in questo caso, come sappiamo anche in Italia con le regionali del 1995 e del 2000, le successive elezioni politiche riproducono il risultato acquisito – e se lo avesse fatto in presenza di una sconfitta non solo del suo partito competitore Fatah ma anche del presidente palestinese Abu Mazen, e soprattutto sulla base di un progetto politico alternativo. Che Hamas sia certamente forte e radicato, non è notizia di oggi. Ma al momento l’esito delle prossime elezioni – e soprattutto il ruolo di Hamas nella nuova fase della politica palestinese – rimangono apertissimi. Il successo è infatti dovuto principalmente alla crisi di Fatah, mentre Abu Mazen, troppo spesso dato per finito, persegue un finissimo disegno di inclusione di Hamas nelle istituzioni palestinesi, destinato nelle sue intenzioni a far scoppiare la contraddizione di un movimento che è molto più popolare della sua proposta politica: quella di distruggere Israele e di islamizzare rigidamente Palestina e palestinesi.
Abu Mazen ha personalmente nominato tempo fa ministro dell’economia nazionale Mazen Sonoqrot, un uomo d’affari che era presidente della holding delle società di Hamas Beit Al-Mal (“la casa dei soldi”). Abu Mazen, insomma, che è poco appariscente e forse manca di carisma ma abbonda di intelligenza politica, è ancora in corsa, e sta operando per includere Hamas nello Stato palestinese: un disegno portato avanti anche “utilizzando” l’indubbia crisi di Fatah. Il principale partito dell’Olp, e dunque dell’Autorità nazionale palestinese, è infatti dilaniato sin dalla morte di Arafat da una profondissima crisi di identità, che ne ha fatto esplodere le contraddizioni. Prima fra tutte la rivalità tra vecchia guardia dell’esilio e giovani leader cresciuti nella lotta dell’intifada. Questa rivalità si è fatta più serrata con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale ed è venuta alla luce con la formazione delle liste per il parlamento. La decisione finale spetta al Comitato centrale di Fatah: eletto sedici anni fa, ora è composto da solo quindici membri. Dei venti originari, infatti, cinque sono morti o sono stati uccisi (Abu Iyad, Khaled Al-Hassan, Hayil Abd Al-Hamid, Feisal Husseini e Yasser Arafat); oltre a ciò tre membri – tra cui Faruk Qaddumi – rifiutano di mettere piede nei territori perché non riconoscono gli Accordi di Oslo, mentre gli altri dodici – tra cui il Primo ministro Abu Ala e il presidente Abu Mazen – sono tutti settantenni. In questo scenario il riformista Abu Mazen si trova assai isolato, e dunque ha scelto astutamente di farsi “imporre” il rinnovamento dalla pressione della nuova generazione di capi locali del Fatah, che sono visti come il fumo negli occhi dagli ostinati e vigorosi settantenni temprati dall’esilio di Tunisi. Un nascosto gioco di sponda, audace e azzardato, condotto soprattutto con il campione della nuova generazione: quel quarantaseienne Maruan Barghuti detenuto nelle carceri israeliane che, qualche settimana fa, aveva stravinto a Ramallah le primarie di Fatah per le liste parlamentari. Dopo quel segnale, e la sconfitta dei suoi candidati, la vecchia guardia ha stretto la presa su Abu Mazen e sulle primarie in molti distretti, facendole saltare o modificando le regole. Il risultato è stato una duplice reazione: la diserzione dalla campagna elettorale di Fatah per il turno amministrativo di giovedì scorso, e la formazione della lista Al-Mustaqbal (“il Futuro”, ma anche con un significativo secondo significato di “parte frontale”, “viso”, dal verbo “incontrare, fronteggiare”) capeggiata da Maruan Barghuti e alternativa a quella ufficiale di Fatah. Con ciò si replica lo schema già riproposto un anno fa in occasione della candidatura a presidente: Barghuti minaccia di candidarsi, “costringe” Abu Mazen a chiedere alla sua vecchia guardia di concedere di più per mantenere l’unità del partito, infine ritira la propria candidatura alternativa all’ultimo momento utile.
Non a caso Barghuti (insieme ad altre tredici persone) è candidato da ambedue le liste di Fatah: quella ufficiale e quella da lui capeggiata insieme ai giovani e potenti leoni Mohammed Dahlan – ministro dell’Anp che sul rinnovamento ruppe con Arafat qualche anno fa – e Jibril Rajub. Questa lotta all’interno di Fatah ha sicuramente contribuito alla vittoria di Hamas a Jenin, Nablus ed El-Bireh: non solo perché nessuno ha fatto la campagna elettorale per Fatah e contro Hamas, ma anche perché ha prodotto una sorta di “girotondismo” dell’opinione pubblica di queste città che costituisce una protesta per la crisi di rappresentanza di Fatah. Hamas, infatti, di solito va meglio nelle aree rurali più conservatrici e meno bene nelle grandi aree urbane più laiche: questa volta Fatah ha vinto nei piccoli villaggi e perso nelle due grandi città. Città prima tradizionali feudi come Jenin e Nablus, dove però da tempo la seconda intifada e il durissimo intervento armato israeliano del 2003 avevano distrutto tutta l’organizzazione di Fatah, e dove i sindaci e la cittadinanza, terrorizzati, erano oramai in mano a gruppi militanti estremisti privi di ogni controllo. E forse la vittoria di un Hamas capace di imporre l’ordine ed estraneo alla corruzione non deve essere parsa una prospettiva disdicevole alla cittadinanza (e magari nemmeno ad Abu Mazen) visto che a Jenin il locale capo di Fatah è Zacaria Zubeida – delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa – e a vincere le primarie del partito è stato Jamal Abu Rob, esponente della stessa organizzazione, il cui soprannome è “Hitler”, mentre a Nablus spadroneggia Jamal Jumaa, anche lui nelle Brigate (nominalmente appartenenti a Fatah ma che promuovono attentati con kamikaze in Israele). Due deputati dell’attuale parlamento che hanno sempre votato con Fatah sono nelle liste di Hamas proprio in queste due città.
Insomma, si tratta di una vittoria che comunque potrebbe tornare utile ad Abu Mazen e al suo disegno di costituzionalizzare Hamas, perché invoglia il movimento a fare quel passo finora mai fatto, visto che nel 1996 scelse l’astensione. E nel quale grandi sono i dubbi: vincere le elezioni significherebbe essere obbligati a governare – ed è impossibile dirigere l’economia palestinese e rifiutare allo stesso tempo di avere relazioni con Israele – dunque perdere il vantaggio dato dal poter denunciare la crisi altrui senza condividerne la responsabilità. Non a caso il portavoce di Hamas a Gaza, Sami Abu-Zuheiri, ha dichiarato che in caso di vittoria non si è ancora scelto se formare un proprio governo oppure unirsi a quello esistente. Se Abu Mazen riuscirà, Arafat rimarrà padre dei palestinesi, ma egli diventerà il vero padre della patria. Uno scopo dove ambizione personale e bene collettivo – dei palestinesi, di Israele e della comunità internazionale – coincidono. E per questo meritevole dell’appoggio di tutte le persone di buona volontà (al 14 dicembre sono morti in Iraq 2152 soldati Usa).

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