Il Principe Mezzosangue

La speranza era che anche a Hogwarts funzionasse come nella vita reale. Che il penultimo anno fosse il migliore: quello in cui i rapporti sono intensi ma con davanti ancora tutto il tempo che serve, senza ansie da prestazioni finali e addii inaccettabili. L’anno in cui succedono le cose davvero importanti, oltre che le più divertenti. E dopo i primi capitoli di Harry Potter e il Principe Mezzosangue, l’illusione pareva ancora reggere. Prime pagine di terrorismo cupo, l’intuizione geniale di un Primo Ministro britannico tenuto formalmente al corrente delle tensioni che, mentre di là atterriscono la comunità magica, di qua provocano tragedie di una certa sinistra familiarità. Solo che – e la signora Rowling dovrebbe saperlo – la realtà dei babbani non può mescolarsi senza traumi all’esperienza dei maghi. Le paure dei lettori non si incastrano nella favola, rimangono appiccicate sopra alla storia che si dilata nel continuo gioco dell’ “Indovina chi è morto oggi? Nessuno di nostra conoscenza”. Un po’ poco per trascinare quell’atmosfera cupa fino al gran finale. Per tacere dei raggiri di trama: è un libro per bambini – non credevamo – e nemmeno troppo attenti.
Sarà, anche, che della vita a scuola non rimane più molto da sapere. Abbiamo già letto e visto – in tutte le lingue del mondo – le scale muoversi e le scope volare; ci basta sentir nominare uno qualunque dei Malfoy per desiderarne la morte violenta; abbiamo intuito le potenzialità della coppia Ron/Hermione che era forse il terzo libro e non ne possiamo più dei giochi à la Ross e Rachel. Deve essere il destino di ogni saga quello di infilarsi nei vicoli della soap opera. Un anno è lungo e non c’è molto da svelare, oltre al mistero intorno al quale vorrebbe girare tutto il libro. Così torna utile persino il vecchio trucco del flashback. A cadenza variabile Albus Silente invita Harry nel suo studio per guardare al Pensatoio vita e opere di Tom Riddle, in arte Voldemort. Una biografia minuziosa, per molti versi simile a quella dell’eroe maghetto. Che, dal canto suo, neanche stavolta fa nulla per risultare non si dica simpatico, ma almeno di una qualche utilità. Harry è incapace persino di farsi ammazzare.
Per fortuna, poi, a un certo punto si parte. Saranno un centinaio di pagine ma da sole valgono il libro intero, probabilmente anche il precedente. Un viaggio, un assalto, adava kedavra. Tutto sembra perduto, niente è quello che sembra: è così che funziona, il penultimo anno. E nonostante l’irreparabile sia scontato, quando succede lascia col cuore in gola. Ad aspettare con la consueta ansia il prossimo, l’ultimo. Quello da privatista.

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