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Consorte, Musil e il regolo di Merlo

Tra le penne più brillanti e prestigiose della stampa italiana c’è sicuramente quella di Francesco Merlo. E’ un giudizio che non vorremmo venisse minimamente oscurato da quanto segue.
Lo scorso 11 gennaio è apparso su Repubblica un articolo a sua firma, dal suggestivo titolo: “Mister Coop e il regolo di Musil”. Mister Coop: Giovanni Consorte. Ora, non sono molti i giornalisti che possono permettersi di leggere la vicenda Consorte-Unipol scomodando Robert Musil e il suo Uomo senza qualità. Merlo lo può. Il guaio è che questa volta, nonostante lo sfavillìo della prosa, non ne imbrocca una. L’uomo senza qualità, che si chiama Ulrich ed è un matematico, si vede infatti assegnata da Merlo la professione di Consorte e figura nell’articolo come ingegnere. Ma non si tratta solo di questo. Ulrich riceve anche un cognome, Arnheim. Non è un cognome qualunque, ma è il cognome portato da un altro personaggio del romanzo, quel Paul Arnheim che compare nel libro nella specie dell’uomo superiore, capace di combinare insieme “spirito, affari, vita comoda e cultura”. Ora, se c’è qualcuno a cui si indirizza la lucida ostilità e anzi l’astio implacabile di Ulrich, questi è Paul Arnheim.
Ma non si tratta solo di questo. Sin qui potremmo infatti pensare che Merlo si sia affidato a cattivi ricordi, senza darsi pena di controllare. Rimarremmo nel dubbio se, paragonando l’ingegner Consorte all’ingegnere Ulrich Anrheim, fosse sua intenzione paragonarlo al matematico Ulrich, oppure (più probabilmente) all’ingegnere Arnheim, ma finirebbe lì. Il fatto è che Merlo impreziosisce il suo articolo con qualche citazione, tratta dal capitolo 10 della prima parte del libro, il che lascia pensare che il giornalista abbia tirato il volume giù dagli scaffali. Poi però uno digita su Google “Musil ingegnere”, e scopre che la pagina da cui sono tratte tutte le citazioni dell’articolo è immediatamente disponibile online (vedi http://eddyburg.it/article/articleview/1378/0/68/). E la pagina, avulsa dal capitolo al quale appartiene, lascia effettivamente pensare che Ulrich sia un ingegnere, visto che vi si legge che entrò nelle aule “dove si insegnava la meccanica”, per studiare ingegneria. Il guaio è che Ulrich abbandonò gli studi, anche se non fece a tempo ad abbandonarli online, ma gli occorse un’altra pagina. Che sul sito non c’è.
Ma non si tratta solo di questo. Merlo cita una, due, tre volte. Purtroppo, però, non una delle citazioni del romanzo conserva il senso che ha nella pagina di Musil: il che – ne converrete – è uno strano modo di valersi della pagina di uno scrittore. Cosa si capisce, infatti, leggendo Merlo? Che l’applicazione cieca del calcolo al mondo dei sentimenti e degli ideali, al quale si dedicherebbe l’ingegnere Ulrich Arnheim (e il suo tardo epigono, Giovanni Consorte), relega nella mera chiacchiera distinzioni etiche fondamentali. E una volta che bene e male non sono più “valori costanti”, ma solo “valori funzionali” alla riuscita di una certa impresa, cosa volete che impedisca all’uomo che porta il regolo calcolatore della finanza nel panciotto, “come una rigatura bianca sul cuore”, di sconfinare nell’illecito? Messa così, come la mette Merlo, la scoperta di Ulrich che “nelle cose più nobili e alte l’uomo è molto meno moderno delle macchine” suona senza appello per la modernità e le sue macchine. Tanto più che l’analogia ci porta dritti e filati alla scoperta di Consorte che la sinistra, “per quanto nobile e alta di ideali, è molto meno moderna del potere che vuole incarnare”. Il lettore di Merlo (il lettore di Repubblica, il lettore di un giornale che forse al centrosinistra una mano la vuole dare), autorizzato dalle citazioni musiliane, si trova così a un passo dal pensare che o la sinistra è moderna, e allora consegna l’anima e i suoi ideali alla finanza, oppure serba gli ideali, e rinuncia tutto in una volta al potere, alla finanza, alle macchine e alla modernità.
La conclusione, infine, non lascia scampo: Merlo infila una lunga serie di domande, in fondo alle quali, in nome della democrazia come “potere di vedere ovunque” (che alle mie orecchie sa tanto di regime totalitario, ma fa nulla) si chiede di smetterla con le “grida manzoniane contro le intercettazioni telefoniche”, se almeno – ecco la parola finale di Musil, la citazione a effetto, il coup de théâtre – non si vuol dare ragione all’ingegnere di Musil, “secondo il quale «quando si possiede un regolo calcolatore e arriva quello con gli ideali e i grandi sentimenti bisogna dirgli: un attimo prego, prima calcoliamo il limite d’errore e il valore probabile di tutto ciò»”.
Ora, per Musil, questo è proprio quello che bisogna avere l’audacia di dire: calcoliamo il limite d’errore, calcoliamo il valore probabile. L’ironia di Musil investe cioè non il calcolo, non il regolo, non le macchine e non la modernità, ma la retorica vuotaggine di ideali e sentimenti, quando pretendano di rimanere uguali a se stessi nonostante il mondo si sia popolato di regoli, e di macchine. Il che non vuol dire affatto: la morale non c’è più, tutto è permesso. Il punto di Musil è invece: cosa significa abitare un mondo popolato di macchine? – e non: come preservare tal quali ideali e sentimenti nati prima della macchina a vapore? Non, soprattutto: come assicurarsi un confortevole supplemento d’anima, che possa compensare “il vuoto raziocinio dell’uomo civile moderno”? Certo se questa ricerca di un modo di abitare il mondo all’altezza del moderno viene tradotta – come purtroppo fa Merlo – moralisticamente, allora sembra che Musil inviti semplicemente a buttare a mare qualunque senso morale, e che alla sinistra degli ideali e dei nobili sentimenti tocchi di pensare che la finanza è il diavolo, e gli ingegneri senza cuore. Ma se una cosa a Musil premeva, a Musil che era lui pure ingegnere, era proprio non pensarla così, e non metterla affatto come la mette Merlo. Il quale, diciamo pure questo, la mette così da una comoda casa parigina, nutrito di buone letture grazie alle quali può immaginare che la sua anima sia al riparo dai regoli. E la mette così sul giornale dell’Ingegnere Carlo De Benedetti: uno che, insomma, di finanza se ne intende anche un po’.

   
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