Gli anni di fango

Il primo comizio della campagna elettorale tenuto in Procura dal presidente del Consiglio è solo l’ultimo passo di una danza che è cominciata da tempo. Dagli anni di piombo siamo passati agli anni di fango, dopo un lungo intermezzo che tra fine anni ottanta e inizio anni duemila è stato forse troppo frettolosamente suddiviso in prima e seconda Repubblica.
Nel corso della cruenta battaglia che si è scatenata attorno alle banche e al principale quotidiano del paese molte teste coronate sono rotolate nel cesto. In rapida successione sono caduti: due ministri dell’Economia, il governatore della Banca d’Italia, il capo della corrente di maggioranza della magistratura italiana; mentre i vertici di quello che probabilmente è già oggi il primo partito italiano sono stati messi sotto accusa per mesi, sui giornali e all’interno dei loro stessi organi dirigenti, anche se grazie al cielo quest’ultimo tentativo sembra essere stato respinto con perdite nel corso della direzione di mercoledì 11. Tuttavia la linea adottata dagli assediati non lascia presagire nulla di buono: preoccupati di dividere i nemici e di non lasciarsi cacciare nell’angolo, i Ds hanno di fatto rinunciato a mettere in discussione l’operato della magistratura e di tanta parte del mondo imprenditoriale, politico e giornalistico. Il presidente del Consiglio ha scelto di cavalcare la tigre degli scandali e quasi certamente ne finirà divorato. Entrambi i contendenti si sono così legati le mani dinanzi agli attuali vincitori della partita che si è giocata alle loro spalle e sulle loro teste.
La vera partita che si è giocata attorno alle banche mirava infatti a stabilire rapporti di forza e rispettive posizioni in vista del momento, sempre più vicino, in cui l’Italia si aprirà definitivamente a quel gigantesco processo di ristrutturazione e divisione del lavoro su scala europea che negli altri paesi dell’Unione è cominciato da tempo. L’obiettivo a breve termine consiste nel ridefinire, con le buone o più spesso con le cattive, un sistema politico coerente con il nuovo ordine. I cavalieri bianchi pubblicamente investiti del compito sono già stati indicati con nomi e cognomi: da Pier Ferdinando Casini a Giuliano Amato, passando naturalmente per Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Scommettendo apertamente sul pareggio elettorale, favorito dalla nuova legge proporzionale, si prefigura così un riassetto del sistema politico che rispecchi fedelmente il nuovo panorama del potere economico. Non a caso, è notizia di questi giorni, alcuni parlamentari del centrosinistra hanno appena presentato un significativo emendamento teso a rinviare al 2007 il tetto del 30 per cento ai diritti di voto delle fondazioni bancarie (che tante proteste aveva suscitato da parte della Fondazione che controlla il Monte dei Paschi di Siena, finora così attenta a non mischiarsi alle audaci scalate dell’Unipol di Giovanni Consorte). Questi i nomi più significativi tra i firmatari della proposta: Franco Bassanini, Giuliano Amato, Enrico Morando, Lanfranco Turci. Proprio coloro che in questi mesi si sono dimostrati tra i più attivi a sinistra nel sostenere prima che “un conto è costruire automobili e un conto è comprare e rivendere case” (e cioè che un conto è chiamarsi Luca Cordero di Montezemolo e un altro Stefano Ricucci), poi che la politica non doveva occuparsi di scalate e finanza (e cioè che un conto è chiamarsi Diego Della Valle e un altro Giovanni Consorte), infine che i Ds avrebbero dovuto astenersi dal fare il tifo per le coop, mentre chi di dovere si occupava di sistemare i propri carriarmatini nel risiko bancario (e i firmatari dell’emendamento di cui sopra facevano la ola).
E ora, dalla prima pagina del Corriere della sera, Angelo Panebianco ripete stancamente quanto Paolo Mieli aveva già più dottamente spiegato all’iniziativa ulivista di sabato 17 dicembre: il problema del sistema politico italiano – e del costruendo partito democratico – è l’uscita dal “post-comunismo”. In altre parole, l’azzeramento di quanto rimane di una classe dirigente politica ancora restia a chinare il capo, almeno ai suoi vertici. Questo è il significato più autentico delle insopportabili prediche sull’etica e delle irricevibili richieste di autocritica mosse al principale partito del centrosinistra. L’accusa è esplicita e trasparente: non mettetevi sulla nostra strada. A questo si sono ridotti i nostri intellettuali liberali, simili ai bravi di Don Rodrigo. Il matrimonio tra Unipol e Bnl non s’aveva da fare. Questo solo stava loro a cuore, dinanzi allo spettacolo offerto da una magistratura che si sostituisce al mercato e lo commissaria, per di più con provvedimenti cautelari – come ha fatto nel caso Antonveneta – ma che non emette un fiato quando operazioni certo non più trasparenti sono adottate dagli aristocratici reggitori del nostro squattrinato capitalismo.
E ora, come i grandi giornali annunciano in modo sempre più insistente, la magistratura tornerà finalmente a occuparsi del caso Telecom. Si può scommettere che il primo obiettivo sarà la celebre Hopa di Emilio Gnutti, con cui hanno fatto affari in tanti – per non dire tutti – tra i nostri illustri capitani d’industria. La società ha ancora in pancia fior di partecipazioni strategiche nel riassetto dei poteri economici reali, che già solleticano gli appetiti di banchieri e industriali ansiosi di dividerne le spoglie non appena anche per Hopa sarà cominciato il “trattamento Antonveneta”. State tranquilli, quando l’Italia si deciderà a esaudire le richieste di tanti editorialisti sulla necessità di aprirsi al mercato e all’Europa, il fiero pasto sarà stato già ampiamente digerito.
E il centrosinistra? E il partito democratico? E Romano Prodi? Difficile dire cosa succederà in quello che è ormai chiaramente il principale terreno dello scontro, all’intersezione tra guerra economica, battaglia giudiziaria e lotta politica. Il leader dell’Unione può decidere di scendere a patti con coloro che finora hanno tentato in ogni modo di disarcionarlo (e gli hanno già nominato più di un successore) oppure può tentare di resistere. In un campo come nell’altro non gli mancano ambasciatori e ufficiali di collegamento, soldati pronti a difenderlo e fucilieri nemici pronti a impallinarlo. Finora è stato bene attento a evitare la linea del fronte e davvero non sapremmo come dargli torto.
In questa fase drammatica la coalizione di governo ha scelto di avvelenare i pozzi, come testimoniano ormai ogni giorno le sorprendenti dichiarazioni di Silvio Berlusconi, tramutatosi improvvisamente in Marco Travaglio, certamente l’ultima e più strabiliante delle sue molteplici reincarnazioni. Quando il presidente del Consiglio, per smentire Piero Fassino, arriva a dire che a lui “risultano” diverse telefonate tra il segretario del maggior partito di opposizione e i vertici delle Generali, il paragone con gli anni settanta appare quasi riduttivo.
Nell’infuriare dello scontro di potere per il controllo dell’economia e dinanzi a un simile spettacolo offerto dal capo del Governo, al centrosinistra sta dunque il compito di preservare il poco spazio rimasto alla politica. L’Unione ha ora il dovere di vincere le elezioni e di vincerle nettamente, per poi ripristinare immediatamente la legge elettorale maggioritaria, a garanzia della tenuta di un bipolarismo quanto mai incerto eppure quanto mai indispensabile. Questa è infatti a nostro avviso l’unica strada possibile affinché i mille conflitti per la tutela degli interessi costituiti o per l’affermazione di nuovi trovino ancora un fondamento nel libero voto degli elettori.

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