Contrordine fratelli

Cultura, etica e finanza di rado si sono intrecciate tanto strettamente nel dibattito pubblico del nostro paese. E’ come se l’approssimarsi di una campagna elettorale decisiva, per quel parlamento che tra i suoi primi atti dovrà decidere il prossimo presidente della Repubblica, avesse mobilitato e insieme messo in fibrillazione tutte le maggiori forze – sociali, economiche, culturali – che da sempre si muovono sotto la pelle del paese. Non è un caso che questo processo molecolare si sviluppi in un periodo particolarmente convulso della storia del mondo, dopo l’11 settembre e dinanzi al rinnovato protagonismo della politica estera americana, venuto a coincidere con una fase costituente del processo di integrazione europea: con la crisi della sua unificazione politica, dopo lo stallo sul Trattato costituzionale, ma anche con il procedere impetuoso della sua unificazione economica, a partire dalle grandi aggregazioni industriali e finanziarie che stanno ridisegnando la mappa dei poteri reali e di una nuova divisione del lavoro continentale; un processo tanto più impetuoso perché incalzato dal profilarsi, a est, del secondo protagonista di un nuovo bipolarismo mondiale: l’Asia della Cina emergente e della Russia di Putin.
L’Italia – perché è la sede della Chiesa di Roma, perché è da sempre la frontiera più avanzata nel confronto tanto con il Medio Oriente quanto con l’Est, perché il suo fragile sistema economico è ormai da tempo considerato terra di conquista per i grandi gruppi europei ed è esposto più di altri alla crescente concorrenza asiatica – siede sull’epicentro di tali imponenti scosse telluriche. Non è dunque così paradossale, a pensarci bene, che i grandi giornali del paese si riempiano di alate disquisizioni su cultura, etica e finanza. Quasi che il paese intero cercasse di ritrovare un equilibrio – politico, economico, morale – che sentisse perduto o almeno gravemente minacciato. Per lo stesso motivo non sembrerà strano proporre come primo argomento di una discussione sul futuro dell’Italia, all’apertura della campagna elettorale, la prima enciclica di Papa Benedetto XVI: Deus caritas est.
La scelta dell’incipit, in quello che può essere considerato a tutti gli effetti come il manifesto del nuovo pontificato, non è poco significativa: quante volte abbiamo sentito le correnti progressiste all’interno del mondo cattolico – e ancor più all’esterno – rimproverare agli esponenti maggiormente conservatori di “dimenticare la carità”? Rispetto alla chiusura, alla tendenza dogmatica e intransigente cui sembrava ispirarsi il cardinale Ratzinger come tanti suoi sostenitori, la citazione d’esordio dalla Prima Lettera di Giovanni ha un segno radicalmente diverso: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”. Si può immaginare un incipit maggiormente ispirato all’apertura, all’accoglienza e al dialogo? L’interpretazione autentica di questo messaggio la offre del resto il Papa stesso: “In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto”. Parole sante, ci verrebbe da dire. Nella sua prima enciclica Papa Ratzinger nulla concede alla lotta contro il relativismo, allo spirito di crociata con cui tanti hanno pensato di arruolarlo nello scontro di civiltà con l’Islam, chiamandolo al seguito di George W. Bush e di Oriana Fallaci. Comprensibile dunque la delusione di tanti suoi accaniti fan della prima ora, sui quali non vogliamo infierire, raccogliendo laicamente l’invito del Papa alla carità.
Nel frattempo, nel mondo, il grande cambiamento innescato dall’11 settembre è in pieno svolgimento. Hamas ha vinto le elezioni palestinesi. Dopo la vittoria di Ahmadinejad in Iran e la forte affermazione dei Fratelli Musulmani in Egitto, l’effetto domino profetizzato dai neoconservatori in Medio Oriente sembra girare al contrario. E ora anche Paul Berman, liberal americano sostenitore della guerra in Iraq, in Italia spesso additato alla sinistra quale modello di coerenza internazionalista e onestà intellettuale, rivede le sue posizioni affermando che forse, prima di esportare la democrazia con le armi, bisognerebbe esportarne le basi culturali e istituzionali, vincendo innanzi tutto la battaglia delle idee. Chi invitava l’Europa a troncare ogni ambiguo dialogo con Hamas e a seguire gli Stati Uniti sulla linea più intransigente nei confronti dell’islam politico si fa ora esitante. Anche qui, dinanzi alle difficilissime prove che attendono la comunità internazionale, si fanno invece preziose le parole di Papa Ratzinger, non a caso assai poco incline a seguire i richiami del fanatismo e gli schemi di ideologi improvvisati, avendo sulle sue spalle – al contrario di tanti nostri leggeri intellettuali – la responsabilità di rappresentare milioni di persone in tutto il mondo.
Nel frattempo, in Italia, giunge alle ultime battute un lungo scontro di potere che per un anno intero è stato combattuto senza esclusione di colpi: sui giornali, tra le forze politiche e all’interno di esse, nelle aule di giustizia e nelle banche, a cominciare dalla Banca d’Italia. L’articolo di Edmondo Berselli sull’ultimo numero dell’Espresso rende finalmente evidente quello che in pochi – e noi tra questi – sostenevano da tempo: Luca Cordero di Montezemolo e i suoi alleati confindustriali attendono con ansia l’occasione propizia per scendere in campo. In Italia è ormai tradizione decennale: per tutti gli imprenditori con problemi di liquidità l’ingresso in politica sembra essere diventato un obbligo. Ma in fondo anche questa è solo l’ultima conseguenza dell’antica propensione dei nostri capitalisti a privatizzare gli utili e pubblicizzare le perdite, che si conclude inevitabilmente e logicamente con la pubblicizzazione di se stessi.
E così Luca Cordero di Montezemolo attende con ansia il sospirato pareggio elettorale, per potersi proporre come salvatore della patria, insieme ai tanti esponenti del mondo politico e intellettuale che i suoi giornali in questi mesi hanno insistentemente corteggiato – per averne un esempio basta sfogliare il Corriere della sera un giorno qualsiasi della settimana – da Walter Veltroni a Francesco Rutelli, da Giuliano Amato a Pier Ferdinando Casini. Dinanzi a un simile disegno, reso finalmente esplicito, non ci sentiamo di raccogliere inviti alla carità. Non possiamo non ricordare l’approvazione del vertice di Confindustria alla vergognosa legge elettorale messa a punto dalla Casa delle libertà, che non a caso destò scalpore tra gli stessi industriali, da anni impegnati nella battaglia per il maggioritario e l’alternanza. Matteo Colaninno, che aveva aperto l’assemblea dei giovani di Confindustria con giudizi pesanti sulla nuova legge, fu apertamente sconfessato da Montezemolo il giorno dopo davanti alla stessa platea. Ma soprattutto non possiamo evitare di pensare che il recente protagonismo mediatico del presidente della Fiat, reso indubbiamente più agevole dal controllare quasi tutti i maggiori quotidiani, non fosse altro che il primo pezzo della strategia politica raccontata ora sull’Espresso da un giornalista certamente non ostile a Montezemolo. Una strategia legittima, ci mancherebbe, ma che mostra ancora una volta l’antico vizietto di non passare per il voto degli italiani. E forse il veemente attacco portato a Montezemolo dal presidente del San Paolo, Enrico Salza, in una recente intervista a Repubblica, non si spiega soltanto con le note e non edificanti vicende legate all’operazione Exor-Ifil.
La tentazione dell’invasione di campo sembra caratterizzare sempre più l’intera società italiana, dalla magistratura agli industriali. L’Italia che declina si direbbe vittima di tale decennale e perniciosa sindrome, che colpisce un paese in cui nessuno sembra più voler fare il proprio mestiere, forse anche perché non ne è più capace, ma non intende rassegnarsi a passare semplicemente la mano. In questa Italia è dunque una buona notizia che almeno Papa Benedetto XVI abbia resistito al canto delle sirene, che abbia detto parole nette sulla separazione tra Chiesa e politica, che abbia deluso tanti suoi occasionali sostenitori. E’ una buona notizia, alla fine dei conti, che almeno il Papa abbia fatto il Papa.

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