Il signor Rossi e il declino

Che cos’è il declino di un paese? In Italia, si tratta di un fenomeno che ha dominato il dibattito pubblico per almeno due anni, prima che le vicende bancarie e la scalata alla Rcs monopolizzassero l’attenzione dei mezzi di comunicazione. Nel paese dei crac Cirio e Parmalat, in cui migliaia di signor Rossi hanno perduto i propri risparmi, dalla scorsa estate in avanti tutti i principali quotidiani hanno spiegato che non solo il nostro sistema bancario e industriale, ma persino la libertà di stampa erano gravemente minacciati dagli immobiliaristi. In pratica una banda di malfattori, iintenzionati a scalare anche il Corriere della sera. Ragion per cui il Corriere della sera ha dato il via a una campagna martellante che si è conclusa con l’incarcerazione di Fiorani e la messa sotto inchiesta di tutti i celebri furbetti del quartierino, insieme ai manager allora alla guida di Unipol.
I tanti signor Rossi truffati e depredati dei loro risparmi non più tardi di due anni fa possono ora dormire sonni tranquilli: nulla è cambiato. Gli insonni tra di loro possono consolarsi con qualche scarno trafiletto che saltuariamente dà conto dei rinvii a giudizio che hanno colpito il fior fiore di quel sistema bancario così ligio al rispetto delle regole e ai principi della più rigida etica protestante, oppure possono meditare sulle recenti affermazioni dell’ex presidente del Perugia Luciano Gaucci. Non per le accuse che lancia contro quelle stesse banche e quegli stessi banchieri già coinvolti negli scandali Cirio e Parmalat, che saranno certamente infondate. Ma perché quelle accuse riportano all’attenzione della pubblica opinione un panorama tanto noto quanto poco rappresentato sui mezzi di comunicazione, eppure fondamentale per comprendere il movimento delle figure in primo piano. C’è tutta una storia del capitalismo italiano che si potrebbe scrivere a partire dalle vicende di club come il Parma di Tanzi o la Lazio di Cragnotti. Senza dimenticare naturalmente le follie del calcio-mercato, cominciando magari con il parlare della più nota società di intermediazione nel settore, la Gea di Chiara Geronzi, Alessandro Moggi, Andrea Cragnotti e Francesca Tanzi. Non c’è bisogno di prestare fede alle accuse di Gaucci per aprire gli occhi sul funzionamento del nostro sistema banco-industriale, basterebbe scorrere i nomi dei suoi protagonisti. Peccato che in tutti questi mesi tanti opinionisti ci abbiano parlato del “familismo amorale” dell’ex Governatore Fazio e del “paese delle cuginanze” a proposito degli immobiliaristi, riservando assai minore attenzione a quanto accadeva non ai margini, ma nel cuore del sistema. Il nostro signor Rossi può dunque tornare a riposare tranquillo, purché non cerchi di prendere sonno sfogliando la Gazzetta dello sport. Non chiuderebbe più occhio.
C’è però in Italia un signor Rossi che invece ha motivo di dormire sonni più che tranquilli. Fine intellettuale e brillante avvocato d’affari, Guido Rossi è l’uomo che ha messo a punto il ricorso dell’Abn Amro sulla scalata Antonveneta, da cui sono partite le indagini che hanno condotto al clamoroso rovesciamento dell’intera partita bancaria. E una volta riaperta la partita Bnl, anche il Banco de Bilbao si è affrettato a richiederne i preziosi servigi. Rossi ha appena smentito di averglieli prestati, ma gli spagnoli non hanno mai smentito di averli richiesti. Evidentemente qui qualcosa deve essere andato storto. Resta il fatto che è stato ancora una volta lui, Guido Rossi, l’uomo che ha ribaltato l’esito della partita e condotto l’Unipol all’abbraccio con Bnp Paribas. Con tanti saluti a Diego Della Valle e ai furbetti del salottino.
L’avvocato d’affari milanese è ormai un potere autonomo. Nel gigantesco scontro di potere consumatosi attorno al risparmio degli italiani e spesso a loro spese, nella generale decadenza di un’Italia tornata ai fasti della prima età moderna, dilaniata dalle lotte intestine di signorotti sempre pronti a invocare lo straniero in loro soccorso, Guido Rossi è il principe guerriero che si è conquistato da solo il suo piccolo regno e di lì controlla il valico di frontiera. Dall’alto della sua fortezza, può permettersi il lusso di parlare con tutti e trattare con nessuno: chi voglia arrivare incolume dall’altro lato della montagna deve prima passare da lui.
Con gli olandesi all’Antonveneta e i francesi alla Bnl si chiude dunque la lunga guerra civile bancaria. Il comportamento di tutti i suoi principali protagonisti, nessuno escluso, mostra impietosamente le vere cause del declino italiano. Un capitalismo senza capitali in mano a grandi famiglie in decadenza e per di più in lotta tra loro; un sistema dell’informazione pressoché interamente controllato da quegli stessi industriali; partiti permeabili ai grandi interessi economici e privi della forza necessaria a liberarsi della loro tutela. La legge proporzionale mostra già nei sondaggi la perfetta corrispondenza tra economia e politica: il primo partito del paese probabilmente non arriverà nemmeno al 25 per cento. Tutti gli attuali partiti hanno un insediamento reale sempre più ristretto, localistico, quasi fosse in atto una sorta di “leghizzazione” strisciante dell’intero panorama politico nazionale.
Capitalisti senza capitali, giornalisti senza lettori e politici senza voti: ecco i protagonisti dell’Italia in declino. Ed ecco la vera ragione per cui la nascita di un grande partito democratico e riformista è oggi una necessità storica del paese, se vogliamo evitare di assistere a un’altra estate come quella appena trascorsa, discutendo equità e congruità dell’opa ostile lanciata da qualche industriale sui Democratici di sinistra o magari sulla stessa Forza Italia.

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