La vera storia del calcio italiano

A molti Luciano Gaucci farà storcere il naso. La sua intervista bombastica contro Cesare Geronzi e Capitalia, rilasciata dalle spiagge di Santo Domingo e con l’ordine di cattura che ha già colpito i suoi figli pendente anche sulla sua testa, oltre agli anni di filibusta in cui è entrato e uscito vorticosamente dalla proprietà di diversi club di serie A e B, rendono Gaucci probabilmente poco credibile agli occhi dei più. Mi prendo però la responsabilità di dire che Gaucci dovrebbe essere considerato dalle Procure come un potenziale e assai prezioso collaboratore di giustizia. Proprio per esser stato strumento di scorribande finanziarie al soldo di patron e garanti bancari, ora che inizia a doverne rispondere, potrebbe e anzi dovrebbe essere utilizzato dai pm al fine di smantellare la rete di malaffare che da anni e anni si stende sul football italiano. Chi si illude che carcerando Fiorani l’Italia della finanza e delle banche abbia isolato e sconfitto il tumore, o si illude oppure – ed è questa la maggioranza dei casi – mente sapendo di mentire.
Da anni, chi qui scrive segue le vicende del calcio con un unico criterio: non quello del tifo, che manca, bensì dell’attenzione all’intreccio affari-banche-politica di cui il calcio italiano è espressione assai più che negli altri paesi occidentali, in cui pure da attività sportiva popolare di massa è divenuto settore di business arciplurimiliardario. Dal 2001 in avanti, a fronte delle puntuali polemiche, dei reiterati interventi della magistratura civile, penale e amministrativa che ogni estate hanno finito per dettare sempre più alla Federcalcio i criteri dell’iscrizione dei club ai campionati e della loro retrocessione – nonché dei due provvedimenti “sanacalcio” puntualmente aggiuntisi anche in questa legislatura per tentare di arginare malessere e proteste popolari – si può affermare con assoluta certezza che il football è stato uno dei settori in cui abbiamo pagato il più alto prezzo al conflitto d’interessi. Il fatto che a Palazzo Chigi sedesse il patron del Milan ha puntualmente impedito che venisse varato un provvedimento capace di usare la scopa per far pulizia della molta immondizia che si nasconde nel calcio. Che al vertice della Federcalcio sia risultato inamovibile il presidente della banca d’affari di Capitalia, e che alla testa della Lega vi sia il capoazienda del Milan, è la fotografia precisa degli interessi prevalenti. Con quelli bancari prevalenti davvero, perché il Milan come società potrà non piacere, ma è stato alla larga dagli intrecci animati invece da Capitalia.
La questione è assai più rilevante dei diritti televisivi da trattare con logica mutualistica oppure club per club (a vantaggio naturalmente dei più forti), fatta riesplodere da Della Valle a nome dei club minori in questa fine legislatura. In questione è la stessa natura societaria dei club di calcio e i criteri con cui sono redatti i loro bilanci. Quanto alla terapia da adottare, chiunque segua professionalmente dal punto di vista finanziario il calcio italiano sa che cosa bisognerebbe fare, sta scritto da anni nei report che accompagnano l’esame annuale dei profili finanziari dei club professionistici italiani stilati da Deloitte & Touche. Oltre che nelle proposte di Victor Uckmar, rimaste inascoltate da quando fu cacciato dalla testa della Covisoc, l’organo di audit della federazione in teoria chiamato a vigilare sui conti societari.
Ricordate l’estate 2003? Allorché esplose il caso Catania e Atalanta e quello delle finte fidejussioni di Roma e Napoli, il calcio sembrava aver toccato il fondo. Ma già nel 2002 il deficit corrente dei 124 maggiori club aveva superato i 2 miliardi di euro. L’inabissamento dei diritti delle pay tv a seguito dell’insuccesso delle due piattaforme allora concorrenti, e inoltre l’esplosione del caso Fiorentina, spinsero tra molte asprezze gli organi federali a prendere il governo per la collottola e a rinviare l’inizio dei campionati. La risposta, per certi versi purtroppo, venne nella finanziaria 2003 con l’emendamento salvacalcio, che ha consentito di spalmare in un decennio gli ammortamenti dei giocatori a ruolo, e ha esteso le annualità in cui liquidare il debito delle società con l’erario e l’Enpals. L’estate successiva, altre polemiche e nessuna svolta dei due attori fondamentali della vicenda: i club e i centri di potere bancario che comandano. Alcune società proprio dal 2003 hanno inaugurato un’apprezzabile moderazione in ingaggi, retribuzioni, acquisti. Ma bilanci come quelli della Juventus restano eccezioni. Se nel 2002 le società di serie A, B e C nel loro complesso spendevano ordinariamente più di 120 euro per ogni 100 incassati, oggi siamo ancora a 115. I debiti, esplosivi. E qui entrano in gioco le banche. Ci entrano dalla testa, visto che il molto discusso presidente di Federcalcio lo è anche del Mediocredito centrale, la merchant del gruppo Capitalia. E che la stessa Capitalia, oltre ad aver salvato nel 2002 e 2003 la Lazio, da Cragnotti – che aveva sostenuto per anni – a Lotito, pompa denaro nella Roma che controlla tramite la Italpetroli dei Sensi, controllava il Perugia di Gaucci e dunque il Catania, partecipava nel Parma e in altri club. I 30 milioni di euro della fidejussione (altri debiti) che garantivano l’iscrizione della Roma finita sotto indagine nell’estate 2003, di Capitalia erano. L’intreccio animato dai Geronzi senior e junior attraverso la Gea – il pesante pacchetto di giocatori che “pilota” e il giro d’affari via via più esteso dei “figli di lorsignori”, le centinaia di milioni da compravendite di giocatori, intermediate sul mercato tramite i procuratori “consigliati”- è tale che non ci si può stupire, se alcuni in passato hanno accusato Carraro di preferire in B il Napoli al Catania, perché una quota necessaria a rilevare il Napoli da Ferlaino nel 2001 fu garantita proprio dal Mediocredito centrale, quota che anni dopo era ancora da rimborsare e per di più nemmeno personalmente garantita dall’allora presidente del club.
A chi bisognava credere, nell’estate delle finte fidejussioni? A Roma e Napoli che sostennero che fu la Covisoc a indicare per la fidejussione necessaria all’iscrizione al campionato la società finanziaria marchigiana i cui falsi documenti sarebbero stati prodotti? Alla Covisoc, che disse di essersi rivolta alla Banca d’Italia? Alla Banca d’Italia, che secondo alcuni rispose burocraticamente e secondo altri coprì la vicenda? Alla Federcalcio, la cui inchiesta amministrativa finì guarda caso per dire che Capitalia e la Roma erano i raggirati? La Francia in un caso analogo retrocesse il blasonato Monaco, come monito di risanamento a tutti gli altri club. Qui da noi hanno finito per pagare “poveracci” come il Catania, nessuno ne trema. Mentre Mastella inneggiava al Napoli e su un quotidiano il costruttore Stefano Ricucci – allora non in odore di sventura, ma in ascesa – campeggiava con un dal sottoscritto mai dimenticato “alla Lazio mi ha mandato Geronzi”. Nell’estate 2002 e 2003, chi qui scrive in ripetuti articoli ebbe a provare che il calcio italiano emanava lo stesso olezzo del caso Cirio: stessi metodi e stessi protagonisti. Proprio come dice oggi Gaucci. Ma nessuno se lo fila.
Basta parlare tre ore con gli advisor finanziari dei club, per capire quel che serve. I guai creati dal decreto “spalmacosti” con cui si recepì la sentenza Bosman, e quelli più vasti della riforma (ohimè veltroniana) delle società sportive (la legge 586 del 1996), si curano con quel nuovo regime delle Spa calcistiche di cui parla un tecnico serio come Marco Vitale. Che temperi l’ipocrita entusiamo di dieci anni fa per i fini divenuti finalmente di lucro, disponendo norme su patrimonio e governance più adeguate a club tra i quali Juve e Milan sono eccezioni, non regola. Nei due-tre anni alle nostre spalle, di transizione verso un regime che ai maggiori club era comunque imposto dalla Uefa, i campionati avrebbero potuto essere penalizzati dalla cura dimagrante. Ma sarebbe stato un “giusto” prezzo, per ridare vigore alle garanzie permanentemente aggirate: obbligatorietà della certificazione dei bilanci, oggi vigente solo per le tre quotate; divieto delle proprietà plurime di società da parte dello stesso presidente, congiunti o prestanome; poteri di controllo sugli atti di gestione delle società professionistiche, oggi inesistenti; rispetto rigoroso dei requisiti di onorabilità per dirigenti e presidenti (Sergio Cragnotti quotava nel 1998 la Lazio col sostegno di Banca di Roma mentre patteggiava una condanna a un anno e cinque mesi per falso in bilancio e appropriazione indebita); adozione di criteri “tedeschi” per l’iscrizione ai campionati (oltre un certo indebitamento, la Bundesliga iscrive solo chi non spende nel preventivo di gestione più del 70 per cento degli incassi, da noi all’iscrizione non si presenta né il preventivo né il bilancio dell’esercizio precedente). Poco da indagare, e molto da fare. Tutte cose che Berlusconi sapeva benissimo. Ma che non “poteva” scrivere in una legge.
Col bel risultato che negli ultimi due anni si è finiti ancora una volta con una sbandata iniziale ispirata a “tutto il potere ai giudici”. Le riammissioni puntualmente disposte ai campionati su decisione della magistratura nel calcio e nel basket privarono nel 2003 gli organi della giustizia sportiva del più serio deterrente nei confronti delle società inadempienti.
Terzo errore, le vecchie alleanze. E fu necessario un nuovo decreto per ripristinare la loro prevalenza – in un epico Consiglio dei ministri ferragostano in cui ci si occupò delle iscrizioni al campionato e dei relativi calendari – in cambio di “finti” nuovi criteri di rigore. Mentre la Fiat difendeva Carraro, e An veniva sconfitta – sul caso Catania – nel tentativo di sfilare il timone della salvezza finanziaria di Roma, Lazio e di altre sei società dei campionati nazionali impugnato dal solo vertice bancario di Capitalia.
Per le sue forti radici romane, An in questi anni è stato l’unico partito che ci ha provato, a convincere Berlusconi dell’opportunità di una grande riforma del calcio da avviare ghigliottinando Carraro, e in cui incardinare il rilancio delle due società romane. Un nuovo regime delle società sportive che tornasse ad attenuare l’ipocrita e ai più impossibile fine di lucro; una nuova risposta “di sistema” al problema dei diritti televisivi, lasciato irrisolto dal tracollo delle due piattaforme digitali e non superato dalla mini pay tv messa in piedi dai club minori in velleitaria alternativa al gruppo Murdoch. Con tanti bei votarelli in gioco, a far le cose con equilibrio e un pizzico di demagogia, An non si è mai capacitata di come il Cavaliere abbia scelto di difendere l’indifendibile invece di scommettere sul futuro. Evidentemente, al partito di Fini sfuggiva che Berlusconi nemmeno su vicende assai più impegnative ha mai potuto dire una sola parola su Geronzi, e anzi oggi non a caso Fininvest sale all’1% nel patto di sindacato di Capitalia.
E’ un peccato per i tanti presidenti per bene che tentano il risanamento dal basso, fuori dalle grazie di Capitalia. I Corioni del Brescia, industriali di articoli per bagno, i Campedelli del Chievo, ramo pandori e panettoni, i Corsi dell’Empoli, pelli e pellicce, gli Amadei del Modena, forti nelle caldaie a gas, hanno preferito tenersi schisci e aspettare. Al dunque, nessuno ha mai avuto il fegato di mettere davvero il bastone tra le ruote dei grandi club, chiedendo di più del solo decretino sulla giustizia sportiva e minacciando altrimenti di non scendere in campo. I capintesta che ci hanno provato, quattro anni fa Gazzoni Frascara del Bologna e l’ultimo anno lo scarpaio Della Valle, hanno fatto solo chiacchiere. E’ finita che “siamo come ai tempi del Duce, quando Mussolini interveniva per far vincere la Roma”, ebbe a commentare il coordinatore delle segreterie della Lega, Roberto Calderoli. Commento non troppo eccessivo. Purtroppo, nel tenere coperto lo schifo del calcio italiano destra e sinistra hanno fatto a bella gara, negli ultimi dieci anni. Fu la Consob di Spaventa a confermare la discutibilissima decisione di Borsa italiana spa di quotare in borsa società di calcio, a differenza che in Gran Bretagna, non proprietarie dei propri stadi, né titolari in esclusiva di un merchandising al riparo di tarocchi e imitazioni. E in questo modo i titoli quotati sono risultati, disancorati da asset patrimoniali, quel che solo potevano essere. Cioè pura espressione di tifo e volatilità, non strumenti d’investimento. Ancora regolatori pubblici e politica, hanno impedito che negli ultimi anni il settore delle pay tv assumesse la fisionomia che le risorse di sistema indicavano: ma per dir no all’odiato Murdoch si è preferito tenere in piedi, malgrado le risorse mancassero, due soggetti la cui insensata lotta per la sopravvivenza ha prodotto in passato offerte ai club fuori misura, visto che Stream e Tele+ perdevano mille miliardi di vecchie lire l’anno. E’ ancora la politica ad avere in passato spinto la Rai a impegnarsi in aste gonfiate (ricordate Zaccaria, che a suon di miliardi difendeva il “diritto pubblico calcistico”?). Dai comportamenti impropri di ciascuno dei tre fattori interagenti – il deficit dei club, il crollo della pay tv, l’ipossia della Rai – il mercato è lo sconfitto e responsabile la politica, con la sua mania di considerare calcio e tv non come due rami di attività economica, bensì come strumenti di consenso da controllare politicamente. L’unico che ha capito tutto, come al solito, è Geronzi. Chapeau.

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