Orgoglio e pregiudizio

A quelli – e ce ne saranno – che verranno a raccontarvi di quanto Keira Knightley sia, oltre che una bellezza mozzafiato, perfetta per la parte in Orgoglio e pregiudizio, siete autorizzati a rispondere col sorriso di commiserazione che si riserva a chi proprio non sa, non è che non capisce. Elizabeth Bennet – devono averle detto quelli della produzione – è signorina sveglia, spiritosa, “laterale”. La piccola Keira si è fidata e ha convertito in atto: le ragazze laterali guardano di sbieco. Più precisamente in alto a destra, a significare ironia; obliquo piatto, quando è riflessiva; a sinistra in basso, se in preda al sentimento. Per moti dell’animo più complessi, ritmare la geometria di sguardi con arricciate di naso e dondolii di mandibola. È giusto un po’ forte di mento, la fanciulla, ma tolleriamo che si definisca “attrice” in virtù di un peccato originale: sono anni che George Clooney recita calibrando opportunamente l’inclinazione della testa e nessuna, qui, si è mai lamentata granché.
Per fortuna il film non ha nessun bisogno di lei. Sappiamo già tutto, noi ragazze veramente sveglie, di Lizzy Bennet – e non perdeva certo tempo con tutte quelle smorfie. Ma ci crediamo, almeno un po’, quando riconosciamo le campagne inglesi di fango e polvere, fotografate che ci si può soltanto innamorare. Trine invecchiate, balli chiassosi, decadenza, soldi antichi e i macchinosi affanni di una madre ambiziosa per sistemare cinque (cinque!) figliole in età da marito. Inevitabile lo slancio di sincero affetto verso il papà che tiene le fila senza sgualcire mai un sublime, britannico distacco. Sa che non conoscerà ristoro autentico finché non le avrà sposate tutte, quelle cinque sgallettate disperanti. E devono essere matrimoni felici, sia mai tornino indietro. Ognuno ha il proprio mondo da salvare. È come se, da un momento all’altro, lo straordinario Sutherland maggiore dovesse guardare dritto in camera e confessare: “My name is Mr. Bennet and this is the longest day in my life”. Pover’uomo.
Soprattutto, poi, c’è il signor Darcy. Che è la ragione per cui, a intervalli di tempo regolari, sentiamo l’impulso invincibile di recuperare l’edizione d’infanzia e leggere ancora qualche pagina; la stessa che ci condanna a sospirare dietro uomini di consueto insopportabili. Un po’ legnoso in campo lungo, come si conviene. Di quelli che non si capisce come possano essere così glaciali e suggerire insieme sviluppi tanto bollenti. Per fargli dispetto, perdiamo il senno senza ritorno. Matthew Macfadyen pare consapevole della responsabilità: intenerisce lo sguardo – impercettibilmente, sì, ma noi sappiamo – e la storia sullo schermo diventa sul serio Orgoglio e pregiudizio. Immemori, possiamo infine permetterci di essere romantiche. Perdoniamo persino Keira Knightley: se riesce a sposare Mr Darcy non può che essere lei, dannazione, Elizabeth Bennet. ■

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