Tra Bengasi e Casablanca

Il nord Africa – in arabo “Maghreb” (occidente) – è sempre stato abbastanza isolato dal resto del medio oriente, e in particolare dal Mashrek (oriente), cioè l’area che va dall’Egitto all’Iraq. Tanto che una delle più belle definizioni di Maghreb è quella di “isola circondata da un mare d’acqua e uno di sabbia”. Oggi, per effetto di una guerra al terrorismo che in Medio Oriente l’Amministrazione Usa ha voluto interpretare giocando d’azzardo la carta del protagonismo politico sciita, di cui la punta avanzata è l’intervento in Iraq, tutto ciò sta velocemente cambiando. Il Maghreb è politicamente sempre meno un’isola, e sempre più terraferma per l’islam politico radicale. La strategia Usa dello “scossone” giacobino a un Medio Oriente decrepito, lungi dall’instaurare la Libera Repubblica dei Popoli sta favorendo infatti – anche grazie alla concezione neoconservatrice, speculare a quella jihadista, di una guerra al terrorismo come guerra all’Islam – la Vandea dell’islam politico radicale, sciita e sunnita. Favorisce il primo perché – mancando un ceto politico sciita moderato – esso è il beneficiario diretto dell’intervento Usa in Iraq; favorisce il secondo sia perché nella sua versione globalista incarnata da Al-Qa’ida acquisisce dignità di nemico di una guerra al terrorismo così mal concepita da essere impopolare, sia perché – nella versione “territoriale” e locale – è l’unico attrezzato al momento a raccogliere i frutti della delegittimazione Usa di regimi decrepiti. Frutti anche elettorali, come nel caso di Hamas e dei Fratelli Mussulmani in Egitto.
Certo, l’intenzione Usa era solo quella di scuotere la penisola arabica e la decrepita dinastia saudita: immancabilmente però, per la disperazione degli americani, l’effetto si propaga anche nel nord Africa, che soffre della stessa malattia. In Libia se ne sono viste le avvisaglie con i fatti di Bengasi. Prendendo spunto da una provocazione di Calderoli, gli islamisti radicali hanno cercato di mettere in difficoltà un regime che cerca di reprimerli. Un regime dove c’è il più longevo dittatore del Medio Oriente, al potere dal 1 settembre 1969, e dove ottantasei membri della Fratellanza Mussulmana sono in prigione dal 1998 per aver violato la famigerata legge 71, quella che vieta l’attività di ogni gruppo che si opponga ai principi della rivoluzione del 1969. Dopo forti pressioni per la loro liberazione, infatti, nel settembre del 2005 un comitato governativo aveva raccomandato la liberazione di 131 prigionieri politici, tra cui gli ottantasei Fratelli Mussulmani, in quanto non costituivano più minaccia per la società. All’inizio di febbraio però erano ancora in prigione, e poco dopo sono scoppiati i disordini di Bengasi, proprio in quella Cirenaica che è la base più forte dei legittimisti del deposto re Idriss e dell’islam radicale. Ma è tutto il nord Africa a essere ingessato, caratterizzato da un ricambio così difficile da rendere la situazione dei diritti umani e civili, a partire dalla libertà di stampa, assai precaria.
In Algeria, il 21 gennaio è stato arrestato per calunnia il giornalista Bachir Al Arabi, del quotidiano Al Khabar, rilasciato un mese dopo, mentre starà in prigione per due anni il direttore dell’ora defunto Le Matin, Muhammad Benchicou, e l’11 febbraio è stato condannato a un anno il disegnatore Ali Dilem per vignette raffiguranti il presidente Bouteflika. All’inizio di febbraio sono stati arrestati i direttori di due settimanali arabi, Ar risala e As safir, per aver pubblicato le vignette su Maometto. Due settimanali – Al Maukif e Akhbar Al-Jumhuriya – sono stati sequestrati il 20 gennaio anche in Tunisia. In Marocco, dove le speranze di cambiamento democratico si appuntavano sul giovane re Mohammed VI, la delusione è forte. All’inizio del suo mandato il giovane re aveva permesso il ritorno di Abraham Serfaty, uno dei più tenaci oppositori di suo padre Hassan II, e aveva rilasciato Abdessalam Yassine, uno dei leader islamisti più popolari, definito il “Khomeini marocchino”. Poi aveva promulgato un progressivo codice di famiglia. Ma dopo gli attentati a Casablanca del 2003 la stretta è tornata: esponenti islamisti vengono torturati in un nuovo e segreto centro di detenzione a poche miglia da Rabat, mentre il regime strumentalizza l’islam contro i democratici, come dimostrano le manifestazioni organizzate “spontaneamente” contro il settimanale Le Journal Hebdomadaire, accusato falsamente di aver pubblicato le vignette su Maometto. Così la figlia di Yassine, Nadia, esponente islamista come il padre, dichiara nel giugno del 2005 che per il Marocco sarebbe meglio la repubblica. E che nonostante l’essere citata in giudizio non tacerà le sue opinioni politiche. Perché questa è la situazione: ad approfittare della battaglia per la democrazia importata dagli Usa e a levare alta la bandiera della libertà sono stati gli islamisti, sia nel Levante che nel nord Africa. Ora gli Stati Uniti sono di fronte a una scelta comunque difficile: tornare al vecchio realismo, che privilegiava la linea di politica internazionale sui diritti umani e la democrazia, oppure sostenere fino in fondo l’azzardo di un Medio Oriente dove si vota e vige la regola democratica, anche se ad avvantaggiarsene sarebbero per primi gli islamisti. La prima opzione li fermerebbe a metà dell’opera, con il rischio di un caos che potrebbe spingersi fino a una guerra civile generalizzata. La seconda sarebbe un salto nel vuoto, senza rete. Che romperebbe anche recenti indugi e tentennamenti, conseguenza delle prime vittorie elettorali di partiti islamisti in Libano, Palestina., Egitto e Iran. E’ una scelta difficile. Ma sempre più urgente. Soprattutto a guardare quanto sono alti i bagliori degli incendi che si levano dalle rovine fumanti della sacra moschea della cupola d’oro di Samarra.

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