I nostri conti con Povia

Cara Left Wing – Siamo consapevoli, vero, che i conti con Povia bisogna farli? Non saremo, spero, di quelli che “Sanremo non lo guardo dal ‘79”, o di quelli che “Povia chi?”, o magari, Dio ce ne scampi, di quelli che “meglio un buon libro”. O infine, versione più raffinata del medesimo snobismo, di quelli che “tanto quest’anno ha fatto i peggiori ascolti di sempre”, e peccato che i “peggiori ascolti” significhino una doppia cifra in milioni, un televisore acceso su due e qualcosa come due ordini di grandezza in più rispetto ai lettori di un qualunque quotidiano nazionale o al numero dei blogger in Italia.
Altrimenti diciamocelo subito: l’idea stessa di una sinistra “normale”, che Left Wing mi è sembrata fino ad oggi propugnare (motivo per il quale, oltretutto, un cattolico tomista e un po’ nietzscheano come me ogni tanto si prende la briga di dare il suo volenteroso contributo quale ospite non sempre organico, ma sempre lusingato) mi pare spacciata.
Insomma, per farla breve: ci siamo accorti che quest’anno il testo della canzone vincitrice di Sanremo (e vincitrice per voto popolare) è un inno alla saggezza del vivere tranquillo, alla fedeltà, alla bellezza dell’agape, alla famiglia tradizionale, ai consigli della nonna, all’eterna Italia un po’ democristiana, con una spruzzatina di senso religioso e persino un tantinello di allegra poetica del volare basso e dell’understatement, e cioè l’esatto opposto delle ciance sulla “superiorità antropologica”, sulla necessità della laicizzazione del Paese, sulla seriosità sbandierata come tratto distintivo di cui andare fieri, sulla ormai avviata e irreversibile scristianizzazione che consegnerà quella vetusta visione del mondo alla pattumiera della storia?
Poi, per carità, si può decidere che sono solo canzonette, e che il vero pericolo in merito venga da Ratzinger, da Pera, da Ruini, da Ferrara, da Bush, da Blair. Sarebbe brutto, però, svegliarsi un giorno e scoprire di stare galleggiando più morti che vivi sulla corrente di un fiume, guardati da un tizio con i capelli lunghi, un naso importante e un’aria un po’ naïf, seduto comodo e tranquillo tra le frasche sulle sponde, intento a fischiettare tra sé e sé un motivetto che parla di piccioni. Con rinnovata amicizia
Marco Beccaria

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Pienamente consapevoli e consenzienti, giriamo la domanda al filosofo Biagio De Giovanni e agli altri compagni della Rosa nel Pugno.

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