Capote

Truman Capote mangia omogenizzati affogati nel J&B. Prova e non riesce a riconciliare i suoi percorsi paralleli, allora decide di accettarli tutti insieme. E morirne.
Capote è un bambino capriccioso, il secchione ossessivo che ricorda a memoria il 94 per cento delle conversazioni, il celebrato divo autore di Colazione da Tiffany, l’uomo insicuro che paga i valletti sui treni perché, insieme alle valigie, gli portino anche i più sinceri complimenti. Capote nel film è Philip Seymour Hoffman, straordinario nei modi e nei toni: un premio Oscar all’anno, da qui in poi, e non sarebbe sufficiente. Vanitoso e fragile in veste da camera, fulcro spietato dei salotti pettegoli in abito scuro.
Capote è il giornalista che il 15 Novembre 1959 legge trecento battute di cronaca nera e decide di andare a raccontare quella storia: quattro persone uccise a fucilate in una fattoria di Holcomb, Kansas. Con l’intento, probabilmente, di capire come una parte di mondo così lontana dalla sua potesse reagire a una violenza universale. Nel viaggio si fa accompagnare da Harper Lee, l’amica d’infanzia composta e concreta. Il suo esatto contrario. E Catherine Keener – per cui qui da anni si nutre una passione totalizzante e quasi fisica – è impeccabile nei twin-set accollati, sguardo fermo e tacco medio da signora di buona società. Splendida, come di consueto.
Capote è perfettamente sincero quando prende a cuore le sorti di Perry Smith, uno dei due colpevoli del massacro. Perfettamente onesto quando capisce che quella storia, e quei due uomini, diventeranno il suo capolavoro: A sangue freddo. Perfettamente lacerato dalla consapevolezza di non essere affatto diverso da un assassino occasionale, è innanzitutto lo scrittore che, dopo cinque anni, ha bisogno di finire quel libro nell’unica maniera possibile: l’esecuzione capitale.
Capote è un film bellissimo. Pulito, ricercato, devastante. Da guardare, strette in un trench d’epoca, senza pregiudizi sul prezzo della vanità. O della letteratura.