La Vendetta della banalità

Se tutto ciò che hai è un martello, tutto ti sembra un chiodo, dice il proverbio. Così i fratelli Wachowski, terminato di spremere il limone di Matrix, non hanno resistito a utilizzarne parte del succo per la sceneggiatura di V for Vendetta. L’Inghilterra totalitaria, inevitabilmente orwelliana, immaginata da Alan Moore all’inizio degli anni ottanta contiene indubbiamente elementi per eccitare la fantasia di una giovane marmotta altermondialista. Il controllo totale sui mezzi d’informazione e sulle comunicazioni private, l’indice delle opere proibite, i campi di concentramento per dissidenti e omosessuali – e il protagonista, il terrorista psicotico e anarcoide V – sono infatti farina del sacco di Moore.
I Wachowski però, nell’attualizzare la storia, aggiungono a piene mani nuovi elementi e ne cambiano altri. Così nella futuribile Inghilterra cinematografica viene bandito il Corano e i musulmani vanno a fare compagnia a gay e oppositori nei campi di concentramento, con semina di riferimenti alla guerra al terrore. Evey Hammond, la protagonista, viene reinventata figlia di attivisti politici tolti di mezzo dal regime, per meglio rivestire il ruolo di eroina. Ma soprattutto ci sono il terribile complotto delle multinazionali del farmaco e la grande menzogna ordita dall’elite al potere per perpetuare lo stato di tensione interno. Tutto quello che sai è falso, dopo la tabula rasa siete pronti per il sermone di V.
Ma più di ciò che è stato inserito arbitrariamente, irrita quello che altrettanto arbitrariamente è stato omesso, rispetto alla versione cartacea. Forse la migliore qualità di Alan Moore, come narratore, è la capacità di incastrare diverse storyline e diversi punti di vista tratteggiando con abilità caratteri eversivi e psicotici. Tutto questo nel film è decisamente appiattito. Il dittatore è solo una macchietta urlante, come quasi tutti membri del regime. Paradossalmente, perfino V risente di questa normalizzazione, perdendo forza. La sua follia – sottolineata fumettisticamente da una maschera che ricorda il ghigno del Joker – rimane più sfumata, così come la sua esplicita fede anarchica, e il personaggio si riduce col passare dei minuti alla macabra caricatura di uno shahid.
Perché una storia con personaggi così estremi sia godibile, questi devono essere interessanti, abilmente tratteggiati, come sa bene chiunque abbia visto Il silenzio degli innocenti, finendo inevitabilmente col fare il tifo per il dottor Lecter. Se tutti gli elementi di potenziale complessità vengono invece rimossi per non confondere l’elettorato – pardon, il pubblico – dopo la prima ora lo spettatore viene colto da sbadigli.
Il film si apre, e in qualche modo si chiude, con un monologo sull’importanza delle idee rispetto alle persone che le portano avanti, ma la sua realizzazione ne prova la falsità. Se infatti idee controverse o discutibili in mano a narratori capaci generano storie avvincenti, come il V for Vendetta cartaceo, le stesse idee prese in prestito da autori banali, come i Wachowski, generano film mediocri.

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