I sette mesi che hanno cambiato l’Italia

La campagna elettorale reale scorre via serena come non mai, fra Prodi che annuncia di voler unire gli italiani e Berlusconi che snocciola i risultati raggiunti dal suo governo. La peculiarità del nuovo sistema elettorale, in cui per far vincere una coalizione bisogna votare una delle liste che la compongono, fa sì che non ci siano messaggi istrionici di candidati ansiosi di farsi notare, ma milioni di lettere e volantini, prodotti dai partiti nazionali e uguali in tutta Italia incentrati, in modo sin troppo pedissequo, sui contenuti dell’azione di governo che ciascuno prospetta agli elettori, milioni di facsimile e manifesti che spiegano come si vota. Una campagna visibile, ma assai meno costosa, in cui, per di più, la politicizzazione del messaggio rende assai meno condizionante il ruolo di chi la finanzia.
Anche l’ansia dei partiti minori di differenziarsi è arginata potentemente dal carattere bipolare della competizione: se uno sceglie Prodi o Berlusconi, perché mai dovrebbe indicarlo attraverso il voto a una lista che promette di rendergli la vita difficile?
La drammatizzazione, gli scontri, gli allarmi, sono prodotti da elementi estranei alla campagna elettorale (gli intercettatori, i neonazisti, i no global, i dispacci dell’Ambasciata americana) si alimentano delle dichiarazioni di qualche comprimario e della allarmistica gerarchia delle notizie operata dai grandi quotidiani.
In soli sette mesi il sistema politico italiano è cambiato profondamente.
Se consideriamo infatti le imminenti elezioni politiche partendo dal loro epilogo possiamo essere sicuri di una cosa: i prossimi cinque anni saranno caratterizzati dalla dialettica bipolare fra due partiti “nuovi”, nel senso che nuova è la consapevolezza della necessità di trasformare in partito due riusciti brand del marketing elettorale del decennio trascorso: l’Ulivo e Forza Italia.
L’appuntamento di maggio e giugno con l’elezione dei nuovi vertici istituzionali e poi con il referendum confermativo sulle modifiche costituzionali (che abrogherà le riforme della Casa delle libertà) preannuncia un avvio di legislatura caratterizzato dalla questione costituente. Sebbene non sia tra le parole d’ordine programmatiche delle due coalizioni (o forse proprio per questo) la soluzione dei nodi istituzionali irrisolti, la scelta del nuovo Capo dello Stato, saranno oggetto di dialogo tra i due principali – costituendi – partiti ed elemento non secondario per la definizione del loro profilo politico e culturale.
Gli eventi che hanno determinato l’inevitabilità di questo esito sono essenzialmente quattro: la nuova legge elettorale, le elezioni primarie di ottobre, il confronto televisivo “regolato” tra Prodi e Berlusconi e il discorso di quest’ultimo a Vicenza davanti alla platea degli industriali.
Con tutti i difetti di una riforma approvata in fretta, senza dialogo e con lo scopo di acquisire un vantaggio politico, tuttavia la nuova legge elettorale riduce i partiti italiani a 7-8, li mette in condizione di rappresentare l’intero paese e non solo le regioni in cui sono più forti, li costringe a render conto pubblicamente delle finalità e dei metodi con cui selezionano le rappresentanze parlamentari. Alla lunga la lista bloccata costringe i partiti a procedure democratiche nella scelta dei candidati assai più di quanto possa mai avvenire con i collegi uninominali maggioritari, dove, tra tavoli di coalizione, localismi e prevalenza dei candidati considerati vincenti perché visti in tv, le scelte avvengono in modo assai più vischioso.
Le elezioni primarie hanno dimostrato che c’è un immenso bacino di interesse alla partecipazione politica, che la popolarità non è l’unico metro di valutazione delle leadership, che i partiti possono rigenerarsi – col favore popolare – a partire da una diversa concezione della loro utilità organizzativa e del rapporto tra cittadini e democrazia.
Il primo “faccia a faccia” tra i candidati premier, con i suoi 17 milioni di spettatori, ha amplificato quella consapevolezza. In due ore di dibattito sull’Italia, serio, senza pacchiani alleggerimenti televisivi (sondaggi, battibecchi, imitazioni, retroscena, note di colore, né soubrette, psicologi, giornalisti o imprenditori, giudici o gente comune a impersonare la politica buona, quella degli impolitici o dei disincantati) si sono cestinati trenta anni di pubblicistica sull’inattualità del discorso politico, la superiorità del linguaggio del marketing e la inevitabilità della spettacolarizzazione.
A Vicenza infine Berlusconi, che aveva rinunciato a proporre seriamente il partito unico dei moderati e si era sottratto alle primarie accettando l’umiliante schema delle “tre punte”, ha capito che doveva sottrarsi al finale di partita già scritto per lui provando a fare di Forza Italia il partito della classe media, professionisti e piccoli imprenditori, proprietari immobiliari e risparmiatori spaventati dalla perdita di competitività del paese e non tutelati dall’ipotesi di un ritorno al governo del centro-sinistra.
Un fondamento più robusto che non quello di partito personale, per consentire a Forza Italia e al centro-destra di sopravvivere alla possibile, seconda e definitiva sconfitta del suo leader.
In questo modo ha dato un ulteriore scossone ai disegni di una costellazione di forze, di cui il vertice di Confindustria e i giornali ad esso riferibili costituiscono da tempo l’ala marciante, che intende neutralizzare il ritorno del centro-sinistra al governo facendosi artefice, sulle spoglie di Forza Italia e di sponda con An e Udc, della ricostituzione di un centro-destra più “centrista” e permeabile dagli interessi del nucleo forte della borghesia del centro-nord, dai suoi dossier sull’industria pubblica e le televisioni, dalle sue amicizie internazionali.
In questo modo si pensa di indurre rapidamente una frattura nel centro-sinistra, su politica estera, scelte economiche e “questioni eticamente sensibili” – di qui le ambiguità dell’operazione “Rosa nel pugno” – e con l’archiviazione dell’Ulivo, di Prodi e delle sue velleità partecipative, favorire l’assorbimento di segmenti della sinistra in un “Partito Democratico” non democratico, nonché un governo di larghe intese guidato da Mario Monti, per fare le riforme secondo l’agenda Giavazzi-Economist.
A questo era funzionale da principio il ritorno al proporzionale, l’alimentazione dello scontro tra i poli, l’enfasi sul peso delle estreme nelle due coalizioni ma, si sa, la politica ha ragioni che la ragione (di quelli che hanno solo e sempre ragione) non conosce.
Un assaggio preventivo di questa strategia lo si è avuto con il volume di fuoco impiegato per sventare l’opa Unipol su Bnl e per mandare a casa il Governatore della Banca d’Italia. Battaglia in cui la borghesia italiana ha fatto capire chiaramente che la sinistra non deve avere accesso alle tre cariche che le stanno a cuore (Ministero dell’Economia, Bankitalia e Presidenza della Repubblica) e che il dopo Berlusconi prevede la liquidazione del sistema Berlusconi.
Ma da quella battaglia è emerso anche qual è l’unico pensiero cui il nuovo sistema politico, unipolare e centripeto, dovrebbe conformarsi secondo alcuni. Se non fosse abbastanza chiaro occorre prendere a prestito le parole di Orazio Carabini sul Sole24ore di Venerdì 24 Marzo.
“Sono passati quindici anni dall’inizio della ‘rivoluzione conservatrice’ italiana, i giorni della svalutazione della lira e di Tangentopoli. In quei giorni, con una decina d’anni di ritardo rispetto a Margaret Thatcher e Ronald Reagan fu pronunciato un ‘atto di fede’ nell’economia di mercato con l’avvio di una politica per la concorrenza, la liberalizzazione di alcuni settori, la privatizzazione di alcune grandi imprese pubbliche”. L’editorialista prosegue apprezzando l’avvenuta privatizzazione di Telecom e banche (un’approvazione che si deve supporre condizionata agli assetti proprietari del momento), ma tentenna il capo dinnanzi alla ritirata incompiuta della Stato da Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, Alitalia, Ferrovie e auspica infine che “chiunque vinca le prossime elezioni (senza “fondamentalismi”, bontà sua) possa ripartire da quell’obiettivo.
Non si tratta di essere o meno liberisti, ma quel programma non incontra gli interessi maggioritari degli italiani neanche in una visione dell’interesse nazionale imperniata su sacrifici e dolorose trasformazioni, non corrisponde al dibattito europeo e alle opzioni reali di integrazione del paese nell’economia continentale e non può quindi essere assunto tout court né dal centro-sinistra né dal centro-destra. Per essere attuato presuppone una democrazia incompiuta (perché pochi hanno legittimità a governare) e tutelata da poteri sovraordinati.
Non c’è dubbio che l’anomalia berlusconiana e il suo conflitto di interesse hanno costituito un propellente a favore di queste architetture immaginate, ma prima lo costituiva la corruzione (c’è chi ricorda il governo degli onesti proposto dal Pri?).
Tuttavia oggi c’è la speranza che, dopo Berlusconi, il sistema politico si normalizzi con la ridefinizione di due grandi partiti di governo, interclassisti e interpreti di diverse combinazioni dell’interesse nazionale che facciano i conti con il paese reale e le sue alternative concrete, con l’Europa com’è, con il liberalismo necessario e le risorse della sovrana libertà politica. E’ una speranza che va coltivata. Che poi queste due aggregazioni possano diventare partito solo per l’azione di due leader anomali – così diversi tra loro – dice qualcosa sulle aporie che rendono fragile l’insediamento e la cultura politica della sinistra italiana e sulle incongruenze dello sviluppo capitalistico che hanno reso la borghesia incapace, in ogni passaggio, di esprimere una rappresentanza politica egemonica.
Nanni Moretti, sulla Repubblica di sabato 25 marzo, intervistato in merito all’uscita del Caimano, sostiene che Berlusconi “lascia dietro di sé macerie culturali, politiche, istituzionali, etiche e psicologiche, da dodici anni questo paese è spezzato in due –mentre – trent’anni fa un elettore comunista e un elettore democristiano comunicavano, sentivano di avere alle loro spalle un patrimonio comune”.
C’è del vero in questo giudizio sull’Italia, e non c’è dubbio che Berlusconi sia stato l’interprete principale di questo paese nevrotico e disunito. Ma è spezzata solo in due l’Italia? O ci sono linee di frattura meno vistose ma egualmente feroci che attraversano gli schieramenti politici e la società? E i quindici anni di “rivoluzione conservatrice”, sempre incompiuta ma sempre tentata, non hanno dato un loro contributo a questo scasso?
Sono domande per il dopo elezioni ma sarebbe bello che Romano Prodi riuscisse a vincerle, le elezioni, a mettere insieme la sinistra e il cattolicesimo democratico in quel partito nuovo di cui c’è bisogno per provare con la politica, i suoi atti e i suoi discorsi, a ridare agli italiani la speranza di un sentire comune.

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