Euston, abbiamo un problema

I contenuti dello Euston Manifesto, la dichiarazione di principi per il rinnovamento della sinistra progressista, stesa da Norman Geras e Nick Cohen e sottoscritta da intellettuali del calibro di Paul Berman e Michael Walzer, sono presto detti. Si comincia con il pieno riconoscimento del valore universale della democrazia e il rifiuto di qualunque giustificazione dei regimi autocratici. Si condanna ogni e qualunque violazione dei diritti umani, in ogni parte del mondo. I diritti del lavoro sono inclusi tra i diritti umani, ed è riconosciuto il fondamentale significato democratico delle organizzazioni sindacali. Si sostengono le politiche a favore dell’eguaglianza, ma si lascia pragmaticamente aperta la questione di quali siano le forme migliori di organizzazione della vita economica. Si scommette sullo sviluppo, ma si esige che sia accompagnato da una riforma degli organismi economici internazionali perché la globalizzazione si traduca in maggiore giustizia sociale. Si appoggia la campagna per la cancellazione del debito dei paesi poveri.
Sul piano dei principi, si afferma il valore della libera espressione delle idee, anche quando esse si fanno critiche nei confronti delle tradizioni religiose. Lo Euston Manifesto è in rete e così non manca un paragrafo sull’open source, in difesa del concetto di “bene comune”. Sul piano storico, ci si richiama alle rivoluzioni democratiche del diciottesimo secolo e alle spinte egualitarie, socialdemocratiche, femministe e anticoloniali dei due secoli successivi, ma si formula anche, in nome dell’onestà politica, un giudizio inequivocabilmente negativo sul movimento comunista internazionale. Sul piano della politica internazionale, si rifiuta l’anti-americanismo di principio, si propugna la formula dei due stati per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, e si stigmatizza con forza ogni forma di anti-sionismo, in specie quando pretende di trarre alimento dalle gravi tensioni che attraversano l’area mediorientale.
In generale, dalla netta affermazione del valore irrinunciabile dei diritti umani si fa discendere una forma non blanda di internazionalismo democratico, stabilendosi il diritto/dovere di ingerenza negli affari interni di uno stato quando quei diritti siano patentemente violati. Il terrorismo viene condannato senza appello, e del pari si rifiuta qualunque interpretazione dell’11 settembre che, per giustificare o anche solo per spiegare, metta quel crimine in relazione con le politiche degli Stati Uniti d’America.
Il Manifesto non finisce qua. Oltre all’ampia sezione sui principi, ci sono tre altre brevi sezioni: un preambolo, che chiarisce la natura dell’iniziativa, una elaboration, che traduce i principi in un giudizio più ravvicinato su temi come la guerra in Iraq o Guantanamo, e una breve conclusione, che con un perentorio invito alla chiarezza formula in termini assai incisivi il significato politico del Manifesto. Che viene espresso così: la sinistra progressista si definisce in contrapposizione a quanti antepongono alla piattaforma democratica, fatta di diritti umani, lotta contro i privilegi e solidarietà sociale, l’ostilità al governo americano e un generico anti-imperialismo.
Ora, un Manifesto è anzitutto un atto performativo. Prima ancora di dire, esso fa qualcosa. Quel che dunque fa lo Euston Manifesto, è tracciare la linea che divide pregiudizialmente la cosiddetta sinistra antagonista, quella cattiva, dalla sinistra riformista, quella buona. Che questa divisione esista, è un fatto. Che la sinistra riformista abbia acquisito da lunga pezza la piattaforma democratica che gli estensori del Manifesto si preoccupano di definire, è un fatto anche questo. Che cioè in generale essa si muova oggi, sul piano interno e internazionale, sotto l’insegna dei principi raccolti dal Manifesto, è cosa non solo assodata, ma perfino scontata.
Proprio perciò, proprio perché non c’è motivo di disaccordo sul valore di quella piattaforma, possiamo chiederci: perché l’identità della nuova politica progressista non riesce a definirsi in termini polemici nei confronti delle politiche neo-conservatrici che pure intende contrastare? Ci sono due passaggi che, letti insieme, uno accanto all’altro, mi paiono sul punto rivelativi. Sotto l’insegna di una sana schiettezza critica, gli estensori del Manifesto scrivono: “Noi respingiamo l’idea che non vi siano oppositori alla nostra sinistra”. Come si è visto, in effetti, essi la respingono a tal punto che è in forza di questa opposizione che definiscono la propria identità. Ma va bene. Quando però affrontano la questione irachena, sulla quale riconoscono di avere avuto posizioni diverse al momento dell’entrata in guerra, scrivono: quanti si sono opposti, da sinistra, al regime change in Iraq, “non sono stati capaci di capire le considerazioni che hanno guidati altri, sempre a sinistra, a sostenerlo, distribuendo anatemi e scomuniche”. Ora, cosa significa questa preoccupazione? Se ci fermiamo al primo passo, sembra che il problema con lo Euston Manifesto nasca solo dal fatto che, pur condividendone in larga parte i contenuti, noi non si voglia, come si soleva dire, un nemico a sinistra. Ma se guardiamo al secondo passo, si vede il vero problema: quel che non si vorrebbe, infatti, è che il manifesto della nuova sinistra progressista fosse steso con il solo scopo di non sentirsi accusare di essersi spostati troppo a destra. E questa, oltre ad essere una posizione uguale e contraria a quella che critica, somiglia troppo a una excusatio non petita.
Che se poi si volesse chiedere quale frutto può avere una simile considerazione, indicheremmo brevemente il seguente. Lo Euston Manifesto contiene una dichiarazione di principi. È dunque comprensibile che lasci inevasa la domanda di come tradurre i principi in politiche effettive. Ma è comprensibile pure che noi si domandi su quale terreno esso intenda scendere per togliere al Manifesto l’aspetto di un appello alle buone volontà, e sottrarre così spazio alla sua sinistra. Non è mica una novità: nella storia del marxismo, che è gran parte della storia del socialismo europeo e internazionale, si sono a lungo combattuti – mi servo qui di uno schema storiografico assai elementare, e tuttavia efficace – interpretazioni scientifiche del marxismo e interpretazioni etiche. Da questa tradizione possiamo trarre perlomeno una domanda: lo statuto dei principi dichiarati nel Manifesto è puramente etico, oppure ha altro fondamento? Comunque si risponda, è su simili problemi teorici che vorremmo si misurasse la sinistra: se non nella pratica politica corrente, almeno quando si tratta di gettare uno sguardo teorico che vada oltre il corto orizzonte presente – l’unico che gli estensori pare invece abbiano tenuto bene in vista. Che non vi sia alcun determinismo storico-economico che porti con sé i destini della sinistra, è ormai assodato, ma ciò non dispensa affatto dal pensare concretamente. Tra la necessità del Diamat di engelsiana memoria e le buone volontà della blogosfera, da cui è sbocciato il fiore dello Euston Manifesto, c’è insomma un vasto terreno intermedio che si tratta di coltivare.

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