L’incarico di un paese in bilico

La tragedia si è consumata nel 1992. La farsa comincia forse a rappresentarsi nel 2006, nel momento in cui le convulsioni della politica italiana evocano un’altra immagine classica dei momenti di crisi: il morto che afferra il vivo.
Dai penosi contorni dell’elezione alla presidenza del Senato di Franco Marini – accompagnata dalla rinascita di un gergo e di una letteratura politico-giornalistica di altri tempi, con i suoi topoi e le sue figure caratteristiche – sono riemersi e hanno rapidamente conquistato il centro della scena, ancora una volta, eroi di antiche battaglie come Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Con il ritorno dei franchi tiratori, dei voti segnati e delle manovre occulte – per un interminabile istante – Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Gianfranco Fini, Piero Fassino e tutti i principali leader politici degli ultimi anni sono apparsi improvvisamente relegati ai margini. Sbalzati fuori dalla nave al primo accenno di tempesta, come capitani forse coraggiosi ma improvvisati, per lasciare il posto ai vecchi lupi di mare del tempo che fu.
Dal ’92 a oggi in Italia il dibattito culturale ha ruotato attorno al tema della riconciliazione nazionale. Gli effetti prodotti dal crollo del muro di Berlino, a cominciare dalle polemiche sul revisionismo storico e sul “passato che non passa”, si sono allargati in cerchi concentrici dalla Germania appena riunificata all’Europa in riunificazione. Assumendo una curvatura del tutto peculiare al passaggio del confine italiano, nell’impatto con un sistema politico in via di dissoluzione: la cosiddetta Prima Repubblica.
Una lettura condivisa del passato non può non partire, però, dal riconoscimento del fatto che la Prima Repubblica cadde per ragioni politiche. Se si intende con “Prima Repubblica” l’assetto costruito dal ’48 in avanti attorno alla Democrazia cristiana in funzione di contenimento anticomunista, infatti, appare evidente come e perché tra il 1989 e il 1991 di quel sistema siano venute meno le basi storiche. Il vecchio ordine poggiava su due pilastri: economia di mercato e sistema di alleanze occidentale. Due scelte decisive, ma entrambe temperate dalla collocazione di frontiera dell’Italia nella guerra fredda e dalla presenza del Vaticano. All’interno di questo schema complesso, la Dc assumeva la funzione di duplice garante, insieme verso l’esterno e verso l’interno. Di qui il partito traeva la sua centralità, nonché la sua sostanziale inamovibilità.
Tra il 1989 e il 1991 il vecchio ordine perde allo stesso tempo la sua legittimazione internazionale, con la fine dell’Urss e della guerra fredda; la sua legittimazione economica, con il Trattato di Maastricht e l’avvio dell’integrazione europea; la sua legittimazione interna, con la trasformazione del Pci in Pds. Quella collocazione di frontiera che per cinquant’anni aveva assicurato la sua funzione al sistema politico a centralità democristiana si dissolve di colpo. La frontiera italiana viene riassorbita nell’unità europea, mentre l’intera Europa si deve ricollocare nel più largo campo della globalizzazione. Le nuove mappe del potere politico ed economico cancellano il vecchio confine italiano dell’equilibrio bipolare, rendendo improvvisamente obsoleto tutto il sistema di dogane, così come le sedi diplomatiche e le diverse agenzie che intorno vi erano cresciute e prosperate.
Venute meno le basi di legittimazione interne e internazionali del vecchio ordine, come una mummia millenaria all’apertura del sarcofago, il sistema politico che fino a quel momento aveva retto il paese si scopre improvvisamente vecchio. La cosiddetta Prima Repubblica si affloscia su se stessa e un’intera classe dirigente cade nel vuoto. Ampi settori della magistratura e del mondo economico-editoriale cominciano a muoversi come marionette cui siano stati tagliati alcuni fili: i pochi legami che ancora resistono li portano inevitabilmente a scontrarsi o a sostenersi reciprocamente in una danza macabra che lascia sul campo morti e feriti. La sospensione di fatto dello stato diritto e l’evidente asimmetria dei comportamenti e dei giudizi – da parte di magistrati e giornalisti, rappresentanti di categoria e intellettuali – ne è solo la prima conseguenza.
E’ significativo che lo stucchevole dibattito sul revisionismo e sulla necessità di una lettura condivisa del passato, agitato sui grandi giornali come strumento polemico allo scopo dichiarato di combattere una presunta egemonia culturale della sinistra – un modo ben curioso di favorire la riconciliazione – non abbia mai seriamente affrontato la pagina più recente e forse più torbida nella storia della cosiddetta Prima Repubblica, quella della sua fine.
Una lettura condivisa del passato dovrebbe partire da lì. Ma proporre una simile interpretazione significherebbe fuoriuscire dalle contrapposte idiosincrasie dei teorici della cospirazione politico-giudiziaria e dei sostenitori della palingenesi morale che ha in alcuni pubblici ministeri e in alcune lobby economico-editoriali i suoi sacerdoti. La Prima Repubblica cadde per ragioni politiche: non per un complotto ordito dalle sinistre, né per la corruzione scoperta da un pugno di magistrati. Ma una simile lettura comporterebbe anche il rischio, per molti aspiranti registi, di ritrovarsi improvvisamente al centro della scena. Il minuetto della memoria condivisa assumerebbe così un carattere molto diverso e assai meno gradito ai suoi instancabili promotori.
Nella crisi della Prima Repubblica e dinanzi al rischio di bancarotta dello Stato, mentre un’intera classe dirigente veniva spazzata via, la sinistra italiana ha giocato un ruolo fondamentale. In quel momento decisivo, per evitare il default, si è stretta un’alleanza che andava dal sindacato alla Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi, dalla Confindustria di Luigi Abete ai governi tecnici guidati da Giuliano Amato e poi dallo stesso Ciampi, dal Partito popolare di Martinazzoli al Pds di Achille Occhetto. Risanamento e privatizzazioni prima – con Amato, Mario Draghi e Ciampi a condurre le operazioni – poi l’ingresso nell’euro con il governo Prodi e la coalizione dell’Ulivo.
Il secondo tempo del film è già cominciato. Basta scorrere i nomi dei protagonisti che abbiamo appena elencato per averne la conferma. La vicenda della banche prima e delle autostrade poi, pur così diverse, sono lo specchio di un identico problema: quale deve essere il posto dell’Italia in Europa. Dopo avere evitato il default, legandoci mani e piedi ai capricci della comunità finanziaria internazionale a causa del gigantesco debito pubblico; dopo avere regalato a una classe imprenditoriale dimostratasi in larga misura inadeguata (vorremmo dire unfit) buona parte del patrimonio industriale dello Stato; dopo avere puntato tutto sull’integrazione europea e avere condotto a questo scopo una dura politica di risanamento – dopo e nonostante tutto questo – il centrosinistra si ritrova oggi, in un certo senso, alla casella di partenza.
Per cogliere appieno il carattere tumultuoso e spesso persino casuale degli eventi, basta sfogliare i giornali di questi anni: la scorsa settimana abbiamo pubblicato qui l’editoriale in cui Ezio Mauro, alla notizia del preincarico a D’Alema, dichiarava conclusa la lunga stagione della diversità comunista e post-comunista. Oggi pubblichiamo (qui) l’intervista in cui Franco Bassanini, appena sfumata la candidatura di Amato al Quirinale, nel maggio del 1992, spiegava ad Antonio Padellaro le ragioni della sua durissima opposizione.
Oggi Mario Draghi è alla Banca d’Italia e Carlo Azeglio Ciampi è al Quirinale, con Giuliano Amato che si prepara a succedergli e Romano Prodi ad attendere l’incarico per formare il nuovo governo. Nel frattempo, la politica italiana non potrebbe essere più lontana da quel clima di riconciliazione che proprio Ciampi, durante tutto il suo settennato, si è impegnato più e meglio di ogni altro per resuscitare. Ma se questo è l’obiettivo, dare immediatamente l’incarico a Prodi è davvero l’unica cosa che resta da fare.
Una volta formato il governo ed eletto il nuovo presidente della Repubblica, starà al centrosinistra il compito di chiudere definitivamente una transizione che dura ormai da quattordici anni, riflettendo criticamente su questa stagione per offrire al centrodestra e al paese il suo contributo a una rilettura condivisa del passato. Primo e inevitabile passo per una riscrittura condivisa del patto costituzionale senza la quale la Prima Repubblica – che da quel patto è nata – è destinata a non morire mai.

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