Il Codice Juventus delle grandi famiglie

Se la Juventus comprava effettivamente gli arbitri, se Luciano Moggi era effettivamente a capo di una cupola che controllava ogni minimo movimento – di palla, di denaro, di persone – all’interno del calcio italiano, se gli errori arbitrali erano effettivamente frutto di un complotto e se di questo complotto erano attori giornalisti, banche, piccoli trafficanti di calciatori e grandi famiglie del capitalismo italiano del Nord, per quale ragione gli italiani non dovrebbero credere anche alle teorie di Dan Brown? Per quale ragione il grande pubblico – che negli stessi giorni in cui fa andare alle stelle le vendite dei quotidiani ripieni di intercettazioni riempie i cinema in cui si proietta Il Codice da Vinci – non dovrebbe in cuor suo sottoscrivere le tesi illustrate dal film?
Il governo Prodi si è appena formato e già su tutti i giornali si discutono le prese di posizione del Vaticano in tema di diritti civili, le preoccupazioni di Washington sulla politica estera, i timori e le speranze di Bruxelles e della comunità finanziaria in merito ai provvedimenti economici e alle linee di condotta che il governo assumerà dinanzi a questioni assai rilevanti come il risanamento dei conti pubblici o il processo di aggregazione tra i grandi gruppi industriali e finanziari (a cominciare dalle banche). L’elenco delle doglianze e dei desideri va da questioni concrete come le tasse a questioni solo apparentemente più vaghe come quello che il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha definito “sano patriottismo economico”.
Ce ne sarebbe di che campare una vita, per i Dan Brown di casa nostra che volessero denunciare gli intrighi del Vaticano, degli Stati Uniti o dei banchieri. Certo è però che ne è passata di acqua sotto i ponti dal caso Fazio, quando il patriottismo economico veniva considerato dagli stessi ambienti che ora elogiano le posizioni del nuovo ministro – e del nuovo governatore Mario Draghi – una bandiera stracciona; quando a commentare indignati intercettazioni di assai minore rilievo erano gli intercettati di oggi; quando a parlare di etica del capitalismo erano coloro che in questi giorni siedono di fatto sul banco degli imputati e non più su quello dei pubblici accusatori. Per quale ragione, dunque, gli spettatori italiani del Codice da Vinci non dovrebbero vedere nelle teorie di Dan Brown l’ennesima conferma di quello che tutti sapevano ma nessuno – salvo rare eccezioni – aveva il coraggio di dire? Perché non dovrebbero vedere nello scrittore americano lo Zeman della Chiesa cattolica? E magari, un giorno, in Stefano Ricucci o in Gianpiero Fiorani i Dan Brown del capitalismo italiano? E perché mai, infine, non dovrebbero prendere sul serio anche l’ultima patacca sul famoso aereo che non sarebbe mai caduto sul Pentagono?
L’intera storia d’Italia è stata pesantemente condizionata dalle scelte di attori collocati all’esterno del gioco democratico. La naturale e fisiologica dialettica tra poteri rappresentativi e responsabili da un lato e poteri non rappresentativi e quindi irresponsabili dall’altro ha avuto qui un peso e una curvatura del tutto particolare. Questa è la vera radice di quell’anomalia italiana di cui tanto spesso si discute, quasi sempre in modo strumentale. Di qui il perdurare anacronistico di una questione comunista senza il comunismo, di un’influenza politica della Chiesa cattolica senza il partito cattolico (non a caso venuto meno al venir meno del suo antagonista storico), di un potere di condizionamento abnorme esercitato da alcuni gruppi economici in un paese in cui la grande industria sta scomparendo e le sue fortezze finanziarie rischiano di cadere una dopo l’altra preda dei loro concorrenti stranieri. Questa è stata ed è ancora oggi – in parte – la storia d’Italia.
Eppure proprio il successo mondiale di Dan Brown mostra la debolezza della Chiesa cattolica di oggi e di conseguenza lo scarso valore di simili teorie cospirazioniste. Allo stesso modo la diffusione e la forza di tanta paccottiglia antiamericana mostra da sé l’inconsistenza delle teorie che indicano negli Stati Uniti il nuovo Grande Fratello orwelliano. Così come, infine, lo spettacolo offerto quotidianamente dai giornali attraverso le paginate di intercettazioni mostra tutta la fragilità di quell’alleanza di fatto tra gruppi economico-editoriali e procure della Repubblica che nell’estate degli scandali bancari sembrava destinata a prendere il sopravvento sulla politica.
Cosa resta oggi, per esempio, di quell’alleanza di fatto che noi stessi abbiamo tante volte denunciato? La prima impressione è che la caduta degli dei sia stata favorita non poco dagli errori dei loro incauti apprendisti stregoni. Troppi improvvisati Dan Brown di casa nostra hanno raccontato complotti inesistenti frutto del collateralismo tra dirigenti ds e finanza rossa, plaudendo a iniziative giudiziarie assai discutibili. Non sarà facile per loro, adesso, uscire dalla foresta cui essi stessi, travestiti da pompieri, hanno appiccato il fuoco. Allora, quando noi attaccavamo l’indecente commercio delle intercettazioni e denunciavamo la torsione del diritto che portava le procure a fare e disfare interi cda, o a decidere la sorte di operazioni economiche da milioni di euro con semplici provvedimenti cautelari – cioè senza lo straccio di un regolare processo – non ci siamo trovati in una compagnia troppo nutrita. Oggi che i frutti di quella stagione minacciano di trascinare nel gorgo della Juventus anche i vertici della casa madre torinese, siamo certi che non mancheranno leader politici e commentatori pronti ad ammonire sulle conseguenze economiche e civili di una simile degenerazione. Eppure non è detto che sia così facile spegnere l’incendio, ora che sotto i piedi dei pompieri la terra ha cominciato a tremare.
Quale che sia però la conclusione del terremoto che ha per epicentro il mondo del calcio, si può scommettere che in Italia i libri di Dan Brown continueranno a vendere tonnellate di copie. La naturale e fisiologica dialettica tra poteri rappresentativi e poteri irresponsabili, infatti, può essere ristabilita solo dall’emergere di un nuovo soggetto politico, riconosciuto e forte abbastanza da compensare le spinte centrifughe che rischiano di portare il paese alla deriva proprio nel momento in cui si prendono le decisioni fondamentali nel processo di integrazione europea. Le ombre che si proiettano sulla nazionale in vista dei Mondiali, in un certo senso, potrebbero rivelarsi la metafora delle nubi che si addensano sulla nazione in vista dei grandi processi di aggregazione politica ed economica internazionali. A meno che una nuova classe dirigente emerga al più presto, ispirandosi a quel “sano patriottismo” cui è stata recentemente e tanto autorevolmente esortata. Una classe dirigente politica, innanzi tutto, che sappia riedificare le basi della propria autonomia. Ma in ogni caso non occorrerà attendere molto. La costruzione del partito democratico chiarirà ben presto se tale nuova classe dirigente esiste.

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