Living with Neil

E ’ difficile resistere alla tentazione di immaginarlo seduto all’ombra di un patio, le gambe allungate, la chitarra appoggiata in grembo, mentre rimugina di avere aspettato ormai abbastanza: ha aspettato che qualcuno, qualche giovane cantante tra i diciotto e i ventidue anni, si sollevasse in piedi e scrivesse quelle canzoni i cui accordi, invece, lui sta finendo di arrangiare. Con un sospiro, un pensiero veloce al tempo passato, si convince che, invece, tocca ancora alla sua generazione, a quelli degli anni Sessanta, ingaggiare la battaglia. Riflessione che, alla fine, affida a internet e alla stampa; e l’immaginazione corre ancora sul medesimo binario, domandandosi se, con lo sguardo stretto puntato a Ovest (uno come lui sa sempre dov’è l’Ovest) non abbia anche concluso “dopo tutto”.
Neil Percival Kenneth Robert Ragland Young, classe 1945, non ha un carattere facile: dice quello che gli passa per la testa, senza esagerare in diplomazia. Possiede il senso dei tempi, l’istinto delle cose che cambiano: rispetta maestri e compagni di viaggio della sua generazione (Phil Ochs e Dylan; Crosby, Stills e Nash); non trascura le piante giovani (il punk, a suo tempo; il grunge – o meglio, i Pearl Jam con i quali ha inciso “Mirror Ball”); ama le sue radici, la sua famiglia e il suo paese d’adozione. Segue i suoi umori che a volte sono buoni consiglieri e a volte no, come capita a tutti gli esseri umani. Sa riconoscere gli errori, però.
All’inizio dell’Era Reagan aveva salutato con favore l’ascesa del nuovo leader, per poi esprimere, nell’album “Freedom” (’89) delusione e critiche estese anche al successore George Bush senior; dopo l’11/09, come milioni di americani fa quadrato attorno al capo e sostiene il Patriot Act di George Bush junior. Questa volta, delusione e rabbia sono moltiplicate e a soli otto mesi dall’uscita del precedente “Prairie Wind”, Neil compone, incide e coproduce un intero, amarissimo lavoro incentrato sull’attuale Amministrazione Usa e sui guasti prodotti dalla sua politica e dalle sue guerre. Sceglie addirittura di presentare “Living With War” interamente in rete, dove tutt’ora si può ascoltare in streaming e leggerne i testi (nel blog livingwithwar.blogspot.com e sul sito neilyoung.com – una scelta che merita una riflessione più allargata), prima di far uscire il cd nei negozi. Registrato in sole tre settimane tra Marzo e Aprile, giocato sulla spontaneità e sull’immediatezza a scapito della produzione (il Chicago Tribune lo paragona, in positivo, a una “garage-rock band priva di budget e di tempo per le prove”; il Los Angeles Times ne associa la semplicità all’accuratezza dell’ultimo Springsteen “insieme, un uno-due micidiale”), raggiunge mirabilmente la qualità di lavoro a sé e non di un comizio in musica, anche se in alcuni momenti il testo è sovrastante. Non mancano cadute nella retorica e nel populismo; rischio, peraltro, che Young corre consapevolmente da sempre e dal quale si riscatta ogni volta grazie allo spessore e alla sincerità della sua visione. In “Living With War” ha voluto dichiaratamente rifarsi al modo di scrivere e suonare degli anni Sessanta, e in questo senso le liriche di “Shock And Awe”, con le quartine aperte e chiuse dalla stessa frase, sono esemplari.
Musicalmente, detto che il divertito paragone del Chicago Tribune va sommato alla definizione dello stesso Neil di “folk-metal”; e che la band include il bassista Rick Rosas, il batterista Chad Cromwell e il produttore Niko Bolas (tutt’e tre già al suo fianco per “Freedom”) e il trombettista Tommy Bray, più un coro di ben 100 elementi; il risultato finale è una particolare via di mezzo tra loYoung più elettrico e quello più tradizionale. La chitarra è alla pari con gli altri strumenti, il classico suono distorto e grezzo espresso quasi sottovoce; l’armonica viene utilizzata una sola volta (“Flags Of Freedom”, dove si cita Dylan anche nel testo), come un colpo di grazia emotivo; e la tromba interviene con poche, melanconiche note strozzate, come in “Shock And Awe”, un “deguello” rock. Nessun assolo dominante o crescendo liberatorio.
Si comincia con la ballata “After The Garden”, seguita dalla title-track e da “The Restless Consumer” e “Shock And Awe”, le due migliori della raccolta: grande equilibrio tra sarcasmo grottesco e denuncia sociale. Seguono le intimiste “Families” e “Flag Of Freedom”, in chiave più “southern” (il prossimo John Kerry potrebbe trarre qualche indicazione da qui); quindi, “Let’s Impeach The President” con la tromba che echeggia il Silenzio e la voce del Presidente Bush che parla al paese. Chiudono “Looking For A Leader”, dove Young si sbilancia a indicare due candidati, con duplice effetto sorpresa: il primo è Barak Obama, quarantacinquenne senatore dell’Illinois di origine afro (con il quale Neil ha avuto un “feeling positivo” dopo avergli parlato per cinque minuti in un backstage. Ah, Neil…) e Colin Powell (“che ripari ciò che ha fatto male”); “Roger And Out”, dedicata ad un amico d’infanzia scomparso e “America The Beautiful”, l’inno americano, qui interpretato dal solo coro, in un difficilissimo esercizio tra retorica patriottica e bellezza essenziale che sfiora il gospel (citato invece nel finale di “Let’s Impeach..”). E mentre la bandiera sventola e qualche conservatore indignato fa notare che Young è uno straniero che non ha titolo per fare certi commenti, l’uomo seduto sul patio imbraccia la sua chitarra e attacca la spina. Non sarà una gran minaccia, ma intanto lo stanno ascoltando in milioni.