Romance and cigarettes

Per fare un film indimenticabile basta Kate Winslet. Il resto della locandina, nel caso di Romance and cigarettes, è tanto inutile quanto programmatico, sia detto con grande affetto. È che quando leggi di un musical di John Turturro prodotto dai fratelli Coen con James Gandolfini, Steve Buscemi e Susan Sarandon, hai già un’idea precisa di cosa ti aspetta. E qui il margine di errore è minimo. Ci vogliono pochi minuti ad accomodarsi negli ambienti familiari di personaggi bizzarri ma belli, tipicamente Coen. A capire che si tratta di una storia d’amore e di periferia, di tradimento ed espiazione. Affari di famiglia, battute salaci, deliziosi siparietti musicali di contorno. Niente di sostanziale. Perché ci vuole ancora meno tempo a stabilire che tra le tinte forti della tragedia proletaria il solo colore che fa la differenza è il rosso acceso di Kate Winslet. Senza di lei, avremmo ballato sulla poltrona giusto il tempo di “Delilah”. Certo, il doppiaggio è sgraziato – com’è inevitabile, in un musical – e non resta che augurarsi che cantino il più possibile. Ma un film riuscito è un’altra cosa, e serve una rossa per fare il lavoro sporco. Bruce Springsteen, che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto interpretare il ruolo del protagonista – non fosse sufficientemente chiara la sua estrazione working class – ha gentilmente declinato l’offerta ma compreso appieno lo spirito della sceneggiatura. Per questo ha regalato a John Turturro “Red Headed Woman”, la canzone. E a una Kate Winslet fiammeggiante l’ennesimo ruolo di donna che vive gli amori migliori – e poi finisce a mollo, ma questa è un’altra storia. Innanzitutto, è grassa. Secondo lo standard hollywoodiano, naturalmente. Nella realtà aveva appena partorito ed era palesemente compiaciuta di quella sua aria sana e sensuale. Poi, è divertita. Una brava ragazza estremamente spudorata, romantica in maniera oscena. Infine, è Kate Winslet. Vi diranno che qui è volgare, ma solo perché è un po’ più sincera degli altri. E non sappiamo se sia una nostra debolezza – o magari accidentale empatia – ma pare che, da dieci anni a questa parte, lei riesca a rendere struggente qualunque storia d’amore. Compresa quella per cui abbiamo versato calde lacrime su un DiCaprio assiderato. Anche qui si piange, quando lei non c’è e tutto precipita nel grigio metallico di un finale che lascia annoiati e innamorati. Perché è tutto legittimo, necessario e inevitabille, persino sentimentale. Solo, un po’ meno sincero.

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