Peter Handke e l’autonomia dell’arte

L’ estetica non è stata mica inventata molto tempo fa. Non esisteva al tempo di Omero, né di Sofocle. Non esisteva al tempo di Dante, né esisteva ancora al tempo di Raffaello, di Caravaggio, di Shakespeare o di Bach. Tutti costoro erano al riparo da considerazioni squisitamente estetiche. Certo, c’era pur sempre qualcuno che chiamava l’artista a fare i conti con la Poetica di Aristotele, c’era sempre una dama che faceva la schizzinosa o un arbiter elegantiarum che insegnava le maniere. E di trattati e di manuali se ne scrivevano eccome. Ma l’estetica, quella, ancora non c’era. Precisamente, non c’era la convinzione che una cosa è bella e basta, non importa se piacevole o utile o buona o vera. Questa convinzione s’è fatta strada grazie a Kant, sul finire del ‘700, e s’è imposta al colto e all’inclita nell’Ottocento. Nel XX secolo, le avanguardie artistiche, le rivoluzioni politiche e gli sconquassi filosofici e scientifici, ognuno per la sua parte, hanno messo in crisi l’idea di un regime estetico separato, fuori dalle acque territoriali della politica, dell’etica o della metafisica, al quale i prodotti del genio siano iscritti esclusivamente in virtù della loro artisticità. Ma il senso comune non se n’è granché accorto, e nei tempi di magra intellettuale che viviamo oggi, la spunta facilmente, almeno sui giornali. Però provateci voi a dare un giudizio decentemente motivato su un’opera d’arte qualsiasi, evitando di riferivi ad altro valore che non sia la pura e semplice bellezza: non andrete molto al di là del giudizio crociano. Dinanzi a un’opera don Benedetto poteva sostenere che di essa altro non si può dire veramente se non che è Arte, ma voi? Non potendo suggellare il vostro giudizio con una maiuscola, dove troverete il modo di elevare il vostro giudizio al di sopra del mero giudizio di gusto?
Ciò detto, prendiamo il caso di Peter Handke. Allo scrittore austriaco era stato assegnato da una giuria di letterati il prestigioso premio Heine, con la bella cifra di 50.000 euro. In vista però della seduta del Consiglio Comunale di Düsseldorf, chiamato dal regolamento del premio ad approvare la decisione della giuria, esponenti politici socialdemocratici, liberali e verdi han fatto sapere che avrebbero bloccato l’attribuzione del premio, a causa delle posizioni filo-Milosevic dello scrittore, posizioni confermate ancora di recente dalla partecipazione ai funerali del leader serbo. Sono scoppiate roventi polemiche, e alla fine Handke ha rinunciato.
Ora, è ben evidente che la qualità artistica di un’opera non si misura in ragione della sua congruità politica. Ed è parimenti certo che se si volesse adottare il criterio della correttezza politica e della provata fede democratica per costruire il Pantheon della gloria artistica e letteraria, molti dei più celebrati geni del secolo appena trascorso ne sarebbero ignominiosamente esclusi. Ma è questo soltanto ad essere in gioco, nella vicenda Handke? O piuttosto nella fretta di affermare il principio secondo il quale le opinioni politiche dell’uomo non possono interferire con il giudizio sulla qualità dell’opera dell’artista, si trascura l’essenziale? A ben vedere, i consiglieri che hanno sollevato il caso non pretendono che Handke sia un pessimo scrittore e poeta, e che perciò sia indegno del premio. Essi pretendono invece di ricordare che, a norma di statuto, il premio non è riserva esclusiva di letterati e artisti, e soprattutto che non è vero affatto che in gioco siano le ragioni dell’arte e nessun altra ragione. L’Heinrich-Heine-Preis della città di Düsseldorf, giova ricordarlo, è destinato a quanti con le loro creazioni promuovono “il progresso politico e sociale, la comprensione tra i popoli e il senso della comune appartenenza all’umanità” – tutte cose che con l’autonomia del giudizio estetico non vanno propriamente d’accordo.
Fate allora attenzione al paradosso: coloro i quali esprimendo la loro solidarietà a Peter Handke pretendono di difendere le ragioni dell’arte contro le ingerenze dei politici, finiscono in realtà col mortificarle. Chiedono per poeti ed artisti la stessa indulgenza che si richiede per i minus habens: affermando giustamente che il genio non mette al riparo da clamorosi abbagli politici, non s’accorgono però di relegare le sue creazioni in uno spazio estetico libero ma inoffensivo, nel quale la scorrettezza politica può essere consentita sol perché l’arte non è una cosa seria. Si sa insomma che gli artisti, questi pazzerelloni, sono degli irresponsabili, ma è un’irresponsabilità che possiamo loro consentire, perché in fondo sono innocui. Ma non è così, poiché non rientra affatto nell’essenza dell’arte la cloroformizzazione del suo statuto: questa è una concezione dell’arte buona per le letture da spiaggia, per i turisti da musei e per altri consumi culturali di massa, nell’epoca assonnata dell’estetizzazione diffusa. Del che non deve dirsi necessariamente male, beninteso, a patto però che non si creda che il modo naturale di fruire l’arte sia quello di differenziarla esteticamente, così da toglierle ogni serio impegno con la verità.
Nella lettera con la quale Peter Handke ha rinunciato al premio, lo scrittore spiega di averlo fatto “per evitare che la sua opera letteraria subisca ulteriormente le villanie di politici di partito”. E così, se prima mancava, ecco adesso una buona ragione per non assegnare il premio a Peter Handke: preferisco pensare infatti che un’opera debba sapersi esporre alle villanie del mondo, se vuole andare per il mondo. E se per il mondo non ci vuole andare, non vedo perché debba dal mondo essere premiata.

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