Consigli a Fassino

Quando è ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo sull’azione di un uomo politico, allora è il momento di dargli dei consigli. E qui ne vogliamo dare un paio al segretario dei Ds. Come sarà giudicato Fassino nei prossimi anni, infatti, a nostro parere dipenderà assai più da quello che farà in queste settimane che da quanto ha fatto sinora.
Per una lunga fase il segretario dei Ds è stato molto corteggiato dalla stampa, che lo ha descritto come l’unico autentico riformista tra gli eredi del Pci (insieme a Veltroni, che da tempo però non rientra più nella suddetta categoria). L’unico leader della sinistra capace di svolte coraggiose sia in politica internazionale sia in politica interna, ma capace anche di dialogare con i movimenti alla sua sinistra e di ricucire gli strappi del passato. L’uomo della provvidenza che aveva preso un partito allo sbando e lo aveva fatto rinascere a nuova vita. Il vero artefice della ritrovata unità e dei successi del centrosinistra.
Ma ecco che all’improvviso, dopo le elezioni e la scelta di non entrare nel governo, il generoso Fassino, il responsabile Fassino, l’infaticabile Fassino è divenuto di colpo un modesto burocrate divorato da una smisurata ambizione personale. Ambizione cui non corrisponderebbero adeguate capacità, per giunta.
Si potrebbe giustificare questo improvviso mutamento nel giudizio sul segretario diessino con il mediocre risultato del suo partito alle elezioni. Eppure non sembra che il risultato decisamente più modesto della Margherita abbia avuto conseguenze analoghe per Francesco Rutelli, che continua a godere di ottima stampa.
La verità è che per una lunga fase in molti hanno puntato su Fassino (e su Rutelli, e su Veltroni) contro Prodi e D’Alema, allo stesso modo in cui hanno puntato su Follini (e su Fini, e su Casini) contro Berlusconi. Ma entrambe le scommesse sono state perdute: né Prodi né Berlusconi sono caduti vittime delle congiure. Al contrario, dalle ultime elezioni entrambi sono usciti con un significativo rafforzamento della propria leadership sulle rispettive coalizioni.
Il momento della verità per Fassino è stato il caso Unipol, quando la pressione su di lui si è fatta quasi insostenibile. Avrebbe dovuto fare autocritica, scaricare quanti nel suo partito non si erano accodati alla campagna contro le cooperative e avrebbe avuto salva la vita. Ma Piero Fassino non si è piegato al ricatto e non si è accodato a quella campagna. Non si è prestato alle piccole congiure di cui si voleva renderlo strumento ed è divenuto così, in breve tempo, assai meno generoso, infaticabile e riformista.
Il nostro primo consiglio per lui, dunque, è di non darsene pensiero. E’ una critica che non sta in piedi. Oggi che spinge per uscire dal pantano e portare finalmente a compimento la costruzione del partito democratico, proprio quando si decide a rompere gli indugi per sostenere la più significativa novità della politica italiana di questi anni, proprio ora Fassino sarebbe meno riformista? Il secondo consiglio che gli diamo è pertanto quello di andare avanti, facendo sua una proposta che abbiamo avanzato due settimane fa e che ci pare di avere quasi intravisto nelle sue parole, a proposito delle forme di “pre-adesione” al nuovo partito da lui ipotizzate. Una giornata del partito democratico in cui chiamare tutti gli elettori delle primarie a prendere la tessera, un atto politicamente irreversibile, in cui coinvolgere tutte le forze che all’indomani delle elezioni amministrative si sono dette decise a perseguire il progetto.
E’ opportuno che sia un leader politico nazionale a mettersi alla testa del movimento, sollecitando egli stesso il contributo dei tanti sindaci e amministratori locali di ogni ordine e grado ansiosi di prendervi parte. Anche per evitare che dallo stallo dei partiti e della politica nazionale, alla guida del processo riemergano i professionisti della società civile o magari quegli esponenti locali che potrebbero essere tentati di farne il terreno di nuovi regolamenti di conti interni. Al momento la situazione appare quanto mai aperta. Il piccolo “processo” a Franceschini e Melandri in cui si sarebbe trasformata un’iniziativa per il partito democratico, almeno per come la racconta il Corriere della sera di domenica, rappresenta senza dubbio un campanello d’allarme. Ma anche un segnale di vitalità e di movimento, che si aggiunge a molti altri in giro per l’Italia, a cominciare dal centro di iniziative per il nuovo Partito democratico che terrà la sua prima assemblea a Roma martedì 11 luglio (l’appello e la scheda per aderire li trovate qui: www.maipiudivisi.it).
Il nostro consiglio a Fassino è dunque quello di non perdersi d’animo, ma soprattutto di non perdere tempo dietro a dibattiti astrusi e sommamente inutili, a proposito di valori e principi che nessuna seria organizzazione ha bisogno di discutere preventivamente, quasi che occorresse un galateo delle buone maniere da consegnare agli iscritti sulla porta di ingresso. Tutti i valori e i principi di cui ha bisogno un partito democratico per essere costituito sono già scritti nel suo nome: una testa, un voto. Gli altri verranno da sé, sottoposti alla verifica costante e inappellabile della realtà e degli elettori.

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