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I bacini di Erica Jong, valletta mancata

L’ ultimo libro di Erica Jong l’ho comprato perché avevo un buono sconto. Nulla contro l’autrice ma – se è vero che ogni scrittore riscrive sempre lo stesso libro – quello di Ms. Jong è particolarmente uguale a se stesso, e a mio parere è bene leggerlo, in una qualunque sua forma (“Come salvarsi la vita”, preferibilmente, più in forma di “Paura di volare”), in quell’età più propensa alla sospensione del senso del ridicolo denominata adolescenza. Dunque “Seducing The Demon” (Penguin, 22 dollari e 95) non l’avrei mai comprato, non avessi avuto un buono sconto da spendere in giornata da Borders, e non fosse stato qualche centimetro più piccolo di Ann Coulter (le borse non sono mai abbastanza capienti, in viaggio). Ma sto divagando. Il punto è che subito dopo ho preso un aereo per Fiumicino. Essere state lontane dall’Italia per la più parte delle ultime due settimane mi aveva escluso da ciò di cui voi tutti nel frattempo avete goduto, fingendo di scandalizzarvene (art. 1: L’estate romana è fondata sulle intercettazioni). Sono tornata, e avevo molte conversazioni su temi a me affini quali le belle porcelle e la di esse collocazione nei palinsesti, da leggere, e molta insonnia da fuso orario da riempire, e un nuovo motto nazionale da segnare sull’agenda per farlo stampare sulle magliette (“Ore undici” “Chi ci trombiamo?”). Le intercettazioni sono finite troppo presto, e mi sono messa a sfogliare Erica Jong. E’ un memoir, ovvero Erica racconta la propria vita (questa volta non facendo finta che essa vita sia un romanzo ed essa Erica sia il personaggio di fantasia Isadora Wing), e la racconta perlopiù attraverso incontri con gente famosa. Siccome è americana, invece di farsi intercettare accrescendo le tirature di quotidiani non disposti a riconoscerle una percentuale ci scrive un volume per il quale percepire royalties, ma per il resto la sua smania di farsi bella con frequentazioni note non è differente da quella che gira intorno al bar Vanni, solo linguisticamente più evoluta. (art. 1: L’Italia è una repubblica fondata sul namedropping. art. 1bis: per essere namedropper non è necessario conoscere il significato della parola, tantomeno saperla pronunciare. art1ter: sarebbe opportuno che, essendo sport nazionale, il namedropping avesse un nome italiano, più specifico di “mitomania”; è d’altra parte vero che neppure la Schadenfreude, il gioire per le altrui disgrazie che è sport mondiale, ha una decente traduzione dal tedesco).
Insomma, succede che a pagina 32 una giovane Erica, che fin lì ha pubblicato poesie e sta scrivendo “Paura di volare”, va all’Algonquin con un editore (di cui non fa nel memoir il nome, perché c’è un limite al namedropping, e quel limite lo passi pulendoti l’angolo della bocca col dorso della mano). L’editore le dice che è prontissimo a darle cinquecentomila dollari di anticipo, e intanto le mette una mano sulla coscia. Erica è giovane ma non scema: capisce che c’è qualcosa di strano. Poi lui le dice che colleziona libri antichi, e vuoi salire da me a vedere la mia collezione – mi correggo, forse è giovane e scema. Di certo, lo scannatoio dove lui la porta a rimirare la prima edizione di Foglie d’erba è nello stesso palazzo in cui ha sede il New Yorker, e son cose che su certe ragazze fanno colpo. A pagina 37, secondo lei in unisono con Whitman, la giovane Erica è già “in ginocchio davanti all’anziano editore” – e, in caso ci speriate: no, non è una metafora. Alla frase successiva gli sta “succhiando il flaccido arnese” – traduzione americana per “ci siamo fatti le coccole e scambiati dei bacini”. (Ad attenuante, va detto che prima di Whitman egli le aveva mostrato Endimione, intesa come una prima edizione di Keats, e su Erica Keats fa colpo quanto Carlo Conti su una ragazza italiana). La cosa va avanti per un po’, giacché il nostro eroe ha difficoltà a mantenere l’erezione. Alla fine la mascella della nostra eroina è stremata ed ella è un po’ stizzita con se stessa: è pur sempre una femmina, educata a non parlare di compensi ma a sbattere graziosamente le ciglia in attesa che gli uomini graziosamente concedano adeguate spettanze; insomma, alla domanda “Cosa posso fare per te?” non ha osato rispondere come avrebbe voluto: “Una prima edizione non sarebbe male. O anche due”. Nei giorni successivi s’illude per un istante d’aver ottenuto senza domandare: le arriva a casa un pacco. Contiene un biglietto di ringraziamento, e un facsimile della prima edizione di Foglie d’erba. Naturalmente questo è un racconto edificante, e la morale sta nella battuta con cui Erica spiega il doloroso senso di tradimento provato: “Io non gli avevo fatto un facsimile di pompino!”.
Mentre Erica passava oltre, battendosi il petto per averla data al marito di Martha Stewart e sostenendo d’essere l’unica sulla terra ad averla rifiutata a quello di Sylvia Plath, io tornavo alle intercettazioni, e capivo che cosa non mi convinceva. Erano i nomi. Io sono una casalinga di Hannover. Intesa come quella che Enzensberger (che naturalmente non ho letto, ma lo citava Michele Serra in un’intervista a Gino&Michele sulla rivista della Smemoranda quando io e la Gregoraci e la Monsè eravamo piccole) contrapponeva al monaco cistercense: lui aveva trecento nozioni che formavano una cultura, lei tremila che però erano nomi di cantanti e di shampi, e quindi era una poveraccia. Io non so niente, ma so i nomi delle Letterine, e delle creme per la cellulite, e dei tronisti e delle sottomarche dei Quattrosaltiinpadella. Io queste cose le so. E io Elisabetta Gregoraci, prima di Briatore, non l’avevo mai sentita nominare. Maria Monsè, poi, sarebbe stato l’esempio che avrei fatto se mai qualcuno mi avesse chiesto il nome di una fanciulla che ci provava da un decennio senza mai farcela. Voglio dire, persino Flavia Vento ha fatto più carriera di Maria Monsè. E allora perché, nel mucchio di giornali arretrati che stanno vicino al mio letto e che compulso avidamente, tutti parlano del noto quanto esecrabile sistema della assunzioni Rai a mezzo pompe (cioè: coccole), finalmente venuto allo scoperto? Perché, se tutte le pompe intercettate (poi, pompe: è tutto da dimostrare – art 1, l’Italia è una repubblica fondata sul millantato priapismo, lo si studia alle scuole medie in educazione civica, e infatti l’indagato strabuzza gli occhi di fronte all’inquirente: mica ci avrà creduto davvero, era chiaro che erano vanterie infondate, no?), se, dicevo, tutte le conversazioni vertono su fanciulle che hanno fatto molta meno strada dell’ultima delle Letterine? Tutti quelli che si scandalizzano perché le fanciulle – invece di offrire i propri orifizi a tizi con la forfora sulla giacca – non studiano, tutti costoro si rendono conto dell’enormità di ciò che dicono? Di quanto sia più dura gavetta darla in giro (continuando a sorridere perché il datore di pisello non perda mai di vista la tua fotogenia) che non fare uno stupido corso di recitazione? Il giorno in cui mi dimostreranno che la strada a forza di pompe se l’è asfaltata una che presenta Sanremo, allora inizierà a sembrarmi uno scambio equo. Ma intanto, se devo credere alle intercettazioni, il messaggio per il paese, per le future generazioni, per la televisione che verrà, è uno, e assai pericoloso: a fare pompe non si fa carriera. Stavo per crederci, poi ho ripreso in mano “Seducing The Demon”, e ho letto le note sul risvolto di copertina. “Paura di volare ha venduto diciotto milioni di copie”.

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