La repubblica degli intenditori

Ci sono molte ragioni per votare no al referendum sulla riforma costituzionale di Calderoli. Tra queste non figurano quelle addotte da Giovanni Sartori sul Corriere della sera di sabato, che per lo stile ci ha ricordato un suo articolo non meno assertivo, a proposito delle primarie pugliesi e dell’importanza di affidarsi agli esperti. Ma su questo rimandiamo a quanto qui scrive Massimo Adinolfi. Aggiungiamo solo che se si trattasse di un referendum tra le tesi dell’ex ministro leghista e quelle del professore fiorentino, certo non avremmo deciso di andare on-line apposta di domenica. O forse lo avremmo fatto ugualmente, ma in tal caso questo articolo sarebbe divenuto un appello a disertare le urne.
Meglio dunque concentrarsi sulle vere ragioni per le quali, a nostro giudizio, occorre votare no. Ragioni perfettamente comprensibili a tutti, naturalmente. La riforma voluta da Calderoli rappresenta infatti una minaccia non per l’unità del paese, che solo un leghista accecato dal fanatismo può davvero considerare minacciata da alcunché, insieme a qualche intellettuale dalla vista non meno ottenebrata, il quale gridando all’unità nazionale in pericolo non si avveda di quanto, così facendo, attribuisca importanza e dignità politica a rivendicazioni indipendentiste fondate sul nulla. La riforma di Calderoli rappresenta invece una minaccia assai più concreta e banale a quel bene supremo, in ogni democrazia, rappresentato dalla garanzia della minima funzionalità delle sue istituzioni. Qui davvero si gioca col fuoco. E non c’è bisogno di alimentare l’incendio con i molti esempi storici che si potrebbero citare. La minaccia non sta nei poteri attribuiti al premier e sottratti al presidente della Repubblica, ma nel ridisegno delle competenze tra stato e regioni, con l’assegnazione a queste ultime del potere legislativo esclusivo in materia di sanità, scuola e polizia amministrativa, temperata dalla clausola ipocrita – e foriera di conflitti interminabili – dell’interesse nazionale (dinanzi al quale rientrerebbe in gioco il parlamento).
L’argomento secondo cui tale irresponsabile manomissione dei meccanismi fondamentali della democrazia sarebbe stata già operata dal centrosinistra con la riforma del Titolo V – anch’essa votata a maggioranza – è una mezza verità e una doppia ipocrisia. E’ vero che l’origine di tutti i mali sta in quella pessima riforma e nella scelta di approvarla a maggioranza alla vigilia della campagna elettorale. Rimaste ben presto orfane entrambe – la riforma così concepita e la scelta di approvarla in quel modo – tra gli stessi leader del centrosinistra. Come tutti sanno, la riforma fu varata dal governo Amato e la sua approvazione imposta alla coalizione da Rutelli, allora candidato del centrosinistra a sicura sconfitta, che la considerava un indispensabile argomento da utilizzare in campagna elettorale. Ma quel testo era stato già votato dal centrodestra in commissione bicamerale e il passaggio centrale: “La Repubblica è costituita da Comuni, Province, Regioni e Stato”, con il venir meno di ogni principio di sovraordinazione di quest’ultimo, era stato elaborato dal senatore del centrodestra Francesco D’Onofrio (e particolarmente lodato dal presidente Massimo D’Alema). Nessuno è dunque senza peccato, ma questa non è certo una buona ragione per aggravare ulteriormente e irreparabilmente la situazione. Quanto poi alla barzelletta secondo cui, il giorno dopo l’eventuale approvazione della riforma, il centrodestra sarebbe disposto a cambiarla d’intesa con il centrosinistra, davvero non merita nemmeno una risata. Ma la dice lunga su quale considerazione del proprio operato nutra la stessa Casa delle libertà.

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