Mondializzazione

L’ Italia ha vinto la Coppa del mondo in Germania, in finale contro la Francia, in un mondiale dominato dall’Europa. Probabilmente non vuol dire nulla, come la maggior parte delle coincidenze e delle statistiche. Forse invece vuol dire qualcosa.
Può darsi che la riaffermazione della centralità europea sia un argomento discutibile, visto che si giocava in Europa e visto che in Europa le squadre europee hanno quasi sempre dominato, anche se l’esclusione di Brasile e Argentina dalle semifinali non è notizia di tutti i giorni. Resta il fatto che ai primi quattro posti si sono piazzate – nell’ordine – le nazionali di Prodi, Chirac, Merkel e Barroso.
La globalizzazione è un processo complesso e tortuoso. Le nuove tigri asiatiche emergono prepotentemente nell’economia internazionale, ma sul terreno calcistico sembrano ancora ben lontane dall’insidiare l’egemonia del vecchio continente. Il peso delle tradizioni e delle specificità nazionali resiste.
Nella lotta per la leadership internazionale, l’asse franco-tedesco deve fare i conti con l’Italia, che batte prima la Germania e poi la Francia. Ecco cosa si intende quando si dice che il rilancio della centralità europea corrisponde al nostro interesse nazionale. Il riallineamento dell’Italia segnato dal governo Prodi esce confermato dalla prova sul campo, il nostro prestigio internazionale ne è indubbiamente accresciuto, la linea che potremmo chiamare della stabilizzazione europeista trova la sua consacrazione.
L’Italia vince una partita cominciata nel modo peggiore, con un rigore assai dubbio assegnato agli avversari, che li porta in vantaggio a pochi minuti dal fischio di inizio. Vince partendo sfavorita e dovendo subito rimontare. Le uniche condizioni in cui da sempre, per fortuna, compare anche negli italiani una fiammella di quello spirito collettivo generalmente soffocato dal cinismo e dal narcisismo individualistico.
Il governo Prodi si trova in una situazione non dissimile, ma può cercare di catturare quella fiammella, proteggerla e alimentarla, provando a riscaldare così le tante energie soffocate del nostro paese. Adesso o mai più. La nuova politica estera impostata da D’Alema non può essere ridotta a materia di concertazione con le mille sigle minori della maggioranza, che già si presentano come controparti. La strada imboccata con il decreto Bersani sulla concorrenza va perseguita con decisione. La necessità di una manovra finanziaria pesante quale quella annunciata da Padoa-Schioppa impone un’accelerazione sul terreno delle riforme, unico contropiede possibile alla reazione che verrà dal centrodestra di fronte allo spettro di nuove tasse. La strada è stretta, con una maggioranza risicata ed esposta al ricatto di sindacati che non appaiono affatto così accondiscendenti come li dipinge l’opposizione.
La costruzione del Partito democratico rappresenta un passaggio fondamentale in questa difficile opera di stabilizzazione. La sua mancanza costringe i riformisti a giocare in inferiorità numerica. Ma il tempo sta per scadere e anche per loro si avvicinano i calci di rigore.

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