La crisi libanese non viene dall’Iran

Se si vuole fermare una guerra la prima cosa da fare è capire bene le cause che la generano, e quale ruolo hanno gli attori in campo. Dopo avere assistito sgomenti allo scoppio della crisi a Gaza e alla successiva crisi libanese, occorre dunque chiedersi: quali ne sono le cause profonde? La prima cosa da dire, in modo molto semplice, è questa: Israele è la parte offesa. Prima dal rapimento di un soldato nel suo territorio vicino Gaza, poi dal rapimento di altri due, sempre sul suo territorio, ma questa volta vicino al confine libanese. La reazione israeliana è comprensibile. Per moderarla e poterla ricondurre nell’alveo più efficace della politica – perché la sua mancanza di misura è direttamente proporzionale alla mancanza di un’alternativa politica – occorre allora un’analisi efficace sui motivi che hanno generato questa duplice crisi. Una crisi apparentemente innescata da una sola mano. Portano a questa conclusione la stessa modalità del rapimento, la contemporaneità degli eventi e la medesima matrice islamista degli esecutori materiali, Hamas e Hizballah. Molti commentatori si sono quindi affrettati a scrivere sui giornali il nome più facile: Iran.
In realtà, a ben vedere, sembra un riflesso condizionato e pregiudiziale, che trae forza dal bisogno di semplificare un quadro che inquieta e impaurisce proprio per la sua complessità e per la speculare debolezza della politica. Bastino due ragioni. La prima è proprio nella ingannevole forza di una spiegazione unitaria di due fatti che, nonostante la coincidenza temporale, sono generati invece da due contesti diversi. Perché nascono dentro dinamiche di matrice nazionalista. Del resto, tradizionalmente, Israele è in conflitto con il nazionalismo arabo, non con l’islamismo. E comprensibilmente, poiché la contesa è sulla terra. Al momento non sembra che tale caratteristica stia per mutare, anche perché il terrorismo globale di Al-Qa’da cerca sì di lavorare in questo senso, ma si tratta di un tentativo reso debole dal fatto che la vera posta in gioco è la leadership sul mondo islamico, e il conflitto con l’Occidente (di cui Israele fa parte) viene usato strumentalmente per radunare proseliti contro il vero obiettivo: i riformisti del proprio schieramento.
Si tratta dunque di due fatti che nascono indipendenti. Il primo, il rapimento del caporale Gilad Shalit per opera di Hamas, è frutto della spaccatura di questo movimento in ala pragmatica filogovernativa e ala intransigente: il lavoro di Abu Mazen per fare del cosiddetto “documento dei prigionieri” la base politica del nascente stato palestinese stava per avere successo, dando così le carte in mano all’ala pragmatica dell’interno; l’ala intransigente dell’esterno, capeggiata a Damasco da Khaled Mesha’al, ha cercato con successo di forzare Israele a una reazione per far saltare il banco e costringere tutto il movimento a ricompattarsi su basi negazioniste.
Il secondo fatto nasce invece nel contesto siriano e libanese: Hizballah è in ascesa, e cerca di consolidare la sua presa sulla politica libanese accreditandosi come unica forza nazionale in grado di difendere l’onore del paese – che secondo Hizballah vede ancora occupate da Israele le “fattorie di Shebaa”, un arido pezzetto di terra di 25 km quadrati – forzando Israele a intervenire, con il rapimento di due soldati israeliani dentro il suo territorio. Tale rapimento era in programma da mesi, e non è nemmeno il primo, visto che lo stesso successe nel 2000, sempre nel medesimo territorio: ma allora Israele aveva una politica – quella di Barak di ritiro dal Libano meridionale – e nulla di tutto questo successe. Tale rapimento è stato possibile – e ciò spiega anche la furiosa reazione militare dell’esercito israeliano – perché l’esercito israeliano (Idf) è stato colto, come sottolinea un editoriale di Haaretz, con i “pantaloni calati”.
Esiste un noto problema di penetrazione dell’intelligence israeliana in un Hizballah molto compartimentalizzato – il che forse spiega perché Israele ritenne così importante Elhanan Tennenbaum, cittadino israeliano rapito da Hizballah e che alcuni dicono fosse il capo del Mossad in Libano, tanto da scambiarlo l’anno scorso con ben 400 prigionieri – e un altrettanto noto problema strategico sul confine libanese, dove l’Idf non gode della necessaria profondità né temporale né spaziale. In più, l’Idf è in una imbarazzante situazione asimmetrica, perché Hizballah invece sembra conoscere molte cose: per esempio che i soldati rapiti in Libano erano parte di una unità di riservisti che quella mattina faceva l’ultima pattuglia prima di tornare a casa (e forse dopo aver fatto le ore piccole per i tradizionali festeggiamenti), e che la loro unità era parte della traumatizzata Brigata 5 di riservisti di fanteria, la stessa che vide cadere 13 soldati nell’aprile del 2002 nella battaglia del campo profughi di Jenin, il tributo di sangue più alto mai pagato da una brigata di riservisti. Così come Hizballah sembra essere consapevole che l’Idf non ha abbastanza soldati di leva per sostenere una guerra su due fronti, e che per lanciare un’offensiva di terra in Libano saranno necessari ancora diversi giorni di tempo.
Difficile vedere tutti questi dettagli da Teheran. Ma naturalmente chi indica nell’Iran il mandante lo fa appoggiandosi a un dato di fatto: esiste una stretta competizione con Israele. Occorre solo chiedersi di che tipo. Non è ideologica, come sostengono tutti i commentatori, che si fanno abbagliare dai proclami di Ahmadinejad ma non vedono la recente creazione in Iran del “Consiglio per la Politica Estera”, organismo che avoca tale politica al leader supremo Alì Khamenei e lascia al Presidente solo la retorica. Basti pensare che fino al 1992 Israele e Iran erano alleati de facto, come testimonia l’affaire Iran-Contras del 1986. Essa è invece una competizione strategica: mentre prima il sistema regionale si divideva in arabi e non arabi (come Israele e Iran), oggi esso tende a dividersi piuttosto – grazie all’intervento Usa in Iraq – in sciiti e non sciiti. I primi sono in ascesa, e l’Iran fa più paura proprio per questo. Ma è al momento una potenza dello status quo. E dallo status quo trae infatti grande vantaggio. Se volesse cambiarlo avrebbe un sistema molto più efficace che provocare inutilmente – dal punto di vista dei risultati – Israele: seminare il caos in Iraq, dove specie nel sud ha una rete politica e operativa di dimensioni colossali.
Guardiamo alla tradizionale alleanza con la Siria, paese che una manina in Libano invece potrebbe averla messa: essa è stata sì recentemente rinnovata, ma è il pallido sembiante di quella che fu. Perché la Siria non è potenza dello status quo, e ha tutto da perdere dall’attuale situazione irachena. Non a caso la Siria ha negato il permesso all’Iran di stabilire una base militare sul proprio suolo, e i due paesi non hanno fatto dichiarazione di vicendevole assistenza militare se attaccati. Insomma, anche qualora si togliesse il fattore Iran dall’equazione non si eliminerebbero Hamas e Hizballah. Perché si tratta di movimenti oramai più radicati nelle loro specifiche realtà nazionali – come dimostrano le loro vittorie elettorali – che in quella internazionale. Questo è il problema a cui, semplificando la situazione, si vuole evitare di rispondere. Per liberare i tre soldati rapiti serve dunque la politica, e non le armi. Perché solo la politica può costruire un’opzione capace di interpretare e poi dividere il fronte avversario. Perché solo la politica può risolvere la questione di un consenso popolare che nel Medio Oriente di oggi attualmente premia l’islamismo radicale, ed evitare che i tre poveri soldati rapiti vengano strumentalizzati da altri per tentare di risolvere problemi – come magari la fine de facto del Trattato di Non Proliferazione e le ambizioni nucleari dell’Iran – che hanno altre soluzioni e altri attori.

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