Dove nasce la retorica dei valori

In cima alla lista delle parole che proprio non sopporto sta la parola “valore”. Per sbarazzarmene, in una sera d’estate in cui le ombre si allungavano mute sulla mia anima malinconica, son salito in mansarda, e ho preso il mio vecchio vocabolario di latino. Ho provato a tradurre. Valore è anzitutto il prezzo, pretium. Un cavallo di grande valore è un pretiosus equus. Poi è pregio, bravura. Un uomo di grande valore nel diritto è iure peritissimus homo, un uomo assai esperto e competente nella sua materia. Quindi valore indica anche, genericamente, importanza, e allora si traduce con momentum. Una notizia di grande valore è maximi momenti nuntius. Ancora: c’è il valore dell’uomo valoroso, che dunque è coraggio, fortezza: in latino, virtus, fortitudo (come le squadre di basket). Resta qualche accezione più tecnica: il valore di un documento, nel senso della sua validità, ed è auctoritas; il significato di una parola, ed è significatio, i valori che si tengono in cassaforte, e sono le divitiae, le ricchezze, o addirittura i titoli di credito, syngraphae. Non so infine come potrei tradurre i valori bollati, o l’Italia dei valori (e questo, sia detto tra parentesi, è una cosa che aumenta il mio amore per la cultura classica).
Questo è stato solo il primo passo. Il secondo è stato quello di individuare i responsabili dell’inflazione del termine. Per saperlo, non dovevo andare lontano. Sono tornato nello studio, l’ora era più tarda, e ho consultato nella quiete della sera il Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano. Ho letto: “Alla diffusione del concetto e del termine di valore contribuì potentemente Nietzsche”. Perbacco! Questa sì che è una scoperta! D’accordo, il Dizionario di Abbagnano non è un prezioso incunabolo a disposizione di pochi, la mia ricerca non appartiene al campo degli advanced studies, sicché sono pronto ad ammettere che la scoperta non è poi stata una gran cosa (una cosa di particolare valore), però mi sono chiesto se non dovrebbe comunque far sensazione, o almeno far riflettere un po’ i tanti difensori dei valori, che sia stato Nietzsche a dare ampia diffusione alla parola. Se le parole avessero, come i vini, le etichette con la denominazione d’origine controllata, c’è da credere che in bocca la parola “valore” lascerebbe uno strano retrogusto.
Il Dizionario mi ha consentito poi di precisare un’altra piccola cosa. E cioè che la nozione di valore si impone in età moderna “con la ripresa della nozione soggettiva di bene” (soggettiva: avete letto bene), in un contesto dunque nel quale veniva in primo piano il fatto che il valore deve essere fatto oggetto, per valere, di preferenza o di scelta. Il valore non vale per sé, ma perché è scelto e viene fatto valere. Così è d’altra parte per le divitiae, le ricchezze (vedi sopra) e non a caso Abbagnano ricorda che quando “la nozione di valore soppiantò la nozione di bene nelle discussioni morali, ciò avvenne per un’estensione del significato economico del termine”. Nietzsche, l’economia: decisamente non butta una buona aria per i valori ai quali si dovrebbe tornare, i valori sui quali si dovrebbe costruire, i valori grazie ai quali avremmo un’identità da difendere.
Si capisce allora la mia antipatia? Tutti gli sforzi fatti per restituire oggettività al valore appaiono come rimedi peggiori del buco. Il buco c’è: forse si crede di nasconderlo continuando a versarvi del vino cattivo, inondando la comunicazione pubblica di appelli, carte, addirittura partiti dei valori, ma è un’impresa abbastanza insensata. Che sembra rispondere però ad una logica: quella del contrappasso. Quanto più infatti il campo dei problemi morali si rivela pieno di buche, di insospettabili cavità e di sospetti cunicoli, tanto più l’esigenza morale si trasferisce baldanzosamente in altri campi. Non solo la scienza e la tecnica vengono invitate a considerare i limiti etici del loro operare, perché sia ancorato (s’è detto quanto saldamente) a valori, ma anche la politica, oppure l’arte e l’economia. Non è che un’impresa economica nasca per il bene dell’umanità, però bisogna che se ne curi (forse: che sfrutti sì, ma gentilmente); non è che un artista crei a scopi di edificazione, però basta con scandali e provocazioni (il Moige vigila); non è che un partito metta insieme dame di compagnia a passeggio, però che abbia la sua brava carta di valori.
Ora, qui non si vuole celebrare affatto l’uomo senza scrupoli, lo scienziato pazzo, il capitano di ventura o l’artista maledetto. Si vuole solo ricordare, molto sommessamente, che la politica ha una sua non disprezzabile etica, che ce l’ha pure la scienza, ce l’ha l’arte e ce l’ha l’economia. Un insieme di ragioni che ne costituiscono il dominio. A volte possono confliggere con altre ragioni: ci sarà, appunto, conflitto. Ma la morale, quella dei valori morali intraducibili in latino (vedi sopra), è semplicemente il surrogato al quale si vuol far ricorso quando si sono perse di vista le ragioni per cui ciascuna impresa o opera umana è e vuole essere quel che è. Quando si sono perse, o a volte quando non si vogliono vedere queste ragioni, vengono importate dall’esterno.
Chiudo con due brevi noterelle. La prima, a bassa voce: il discorso di sopra vale anche per la religione; quando si riduce a morale, vuol dire che è debole, non che è forte delle sue ragioni. La seconda, ad alta voce: egregi fondatori del partito democratico, per favore ditemi le cose che volete fare, e tacetemi i valori ai quali volete ispirarvi. Se proprio vi urge, ispiratevi in silenzio.

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