E ora la Siria

Nel rischioso e ancora instabile dopoguerra libanese, la comunità internazionale adesso ha la possibilità di lavorare per cominciare a sciogliere molti dei nodi che soffocano il Medio Oriente, e che si sono venuti aggrovigliando con l’intervento angloamericano in Iraq. Per deficit di potenza, se non per scelta analitica e intellettuale, è infatti di nuovo in voga l’azione politica multilaterale, il concerto delle nazioni fuori e dentro gli organismi internazionali: merito anche del nostro ministro degli Esteri, che ha fiutato prima di altri il cambiamento di scenario che si stava operando durante il fragoroso crollo degli assetti precedenti (e che pochi hanno visto, anche per la polvere sollevata).
Dopo la costruzione politica di un contingente internazionale Onu come quello messo in campo in queste settimane, adesso occorre immaginare un’azione diplomatica e politica che affianchi l’azione concreta delle truppe sul terreno. Costruendo le condizioni affinché siano affrontati i nodi di cui sopra, proiettiettando l’azione in un quadro regionale e così proteggendone anche le spalle.
Il principale problema da aggredire è la mancanza di politica – e anche il suo intaccato prestigio – dopo che l’intervento in Iraq l’ha messa da parte ingombrando inutilmente il terreno di armi. Per riavviare tale motore la comunità internazionale ha in questo momento un’occasione da non perdere: la possibile disponibilità siriana, dovuta al fatto che il paese strategicamente va verso una marginalizzazione, ma tatticamente è stato rafforzato dalla guerra in Libano. Un paese dunque consapevole di non poter più puntare – come faceva prima Hafiz Al-Asad – sullo status quo, ma anche rinfrancato dalla boccata di ossigeno offertagli dall’intervento israeliano in Libano, che ha messo in difficoltà i partiti libanesi antisiriani e premiato il nazionalismo di Hizballah. Un paese che dunque potrebbe essere interessato a scambiare la sopravvivenza del proprio regime con un cambiamento degli assetti regionali in senso più progressivo, cosa che finora era resa non credibile dalla pistola alla tempia puntatagli dagli Usa prima indirettamente con l’intervento in Iraq, e poi direttamente con la promulgazione nel dicembre del 2003 del Syrian Accountability and Lebanese Sovereignty Act (SALSA) con le connesse sanzioni economiche e diplomatiche.
Non si tratta di uno scambio cinico: al momento il regime sopravvive lo stesso, solo che si dedica a fare quanti più danni possibile in giro, e di questo certo non c’è bisogno. Una prima mossa in questo senso, quasi un ballon d’essai, è stata la proposta Ue di prestare proprio personale, disarmato e senza divisa, per controllare i confini con il Libano, cercando così di fermare il costante flusso di armi che via Damasco giunge agli Hizballah da Teheran. E guarda il caso subito dopo, martedì 12 settembre, quasi esattamente cinque anni dopo l’11 settembre 2001, a Damasco accadono due fatti importanti.
Il primo è stato riportato da tutti i giornali: il Corriere della Sera ha titolato “terroristi attaccano l’ambasciata Usa, la polizia reagisce, battaglia a Damasco”. L’attacco fallisce, e i terroristi jihadisti sono tutti annientati, tre subito e uno più tardi perché non sopravvive – come si dice – alle proprie ferite. Si fa subito il nome di Al-Qa’ida – anche se l’ambasciatore britannico dichiara alla Cnn che “l’attacco non appare essere una delle operazioni più grandi di Al-Qa’ida, bensì piuttosto l’opera di un piccolo gruppo” – e gli Stati Uniti ringraziano il governo siriano. Ma, anche per il clamore dell’attacco, nessuno nota il secondo fatto: nella stessa mattina erano in visita da Bashar Al-Asad tre deputati arabo-israeliani – Jamal Zahalka, Azmi Bishara e Wassel Taha – ai quali Bashar ha detto che la Siria è pronta a fare la pace con Israele sulla base del piano della Lega Araba del 2002. I tre deputati lasciano il palazzo presidenziale poco dopo il fallito attacco all’ambasciata Usa. La loro venuta – al di là delle rituali successive proteste della destra israeliana – significa una cosa sola: Bashar vuole muoversi, e Israele – tradizionalmente contrario alla caduta del regime per paura dell’ignoto – non lo ha ancora mollato.
Con questa decisione Israele mostra di comprendere come la Siria sia oggi l’anello debole dell’asse Iran-Damasco-Hizballah, come magari fosse in qualche modo considerata la possibilità che un intervento in Libano di quel tipo lo avrebbe indirettamente consolidato, e come dunque da qui occorra partire. Del resto qualche giorno prima, il 5 settembre, il ministro della difesa d’Israele, Amir Peretz, aveva dichiarato durante una sua visita sul Golan che “bisogna trovare una via per cominciare un dialogo e negoziati con i palestinesi, e fare tutto ciò che è possibile affinché ci sia un dialogo anche sul fronte siriano”.
Se infatti la Siria è stata parte del problema non è detto non possa essere anche parte della soluzione. Strategicamente la sua posizione rischia la marginalizzazione: le relazioni con gli Usa si vanno deteriorando e in Libano nulla sarà come prima, perché Hizballah non accetterà mai di ritornare a prendere ordini da Damasco nel modo in cui avveniva prima dell’assassinio di Hariri. E mentre la fine del processo di pace israelo-palestinese rende inutili le ospitate di personaggi come Khaled Mesha’al, l’alleanza con l’Iran si va indebolendo e trasformando da un’alleanza tra pari in un’alleanza tra un paria e una superpotenza regionale. Non a caso la Siria ha lavorato in questi mesi per porre fine alla tradizionale rivalità con la Giordania – quella che è spesso stata chiamata la “Guerra Fredda del Medio Oriente” – proprio per non essere completamente isolata. E con grande gioia ha accolto il rinnovato aiuto russo da cui l’ultimo Hafiz Al-Asad aveva cercato di smarcarsi.
Oggi allora è il momento di non porsi il problema di un cambio di regime a Damasco, bensì di utilizzare quel canale per far ripartire il motore della regione e bloccare le forze che la stanno disgregando. Naturalmente condizionando Bashar Al-Asad, anche per fargli capire che se durante la guerra fredda ciò che succedeva a Damasco restava a Damasco, e dunque ciò che succedeva in Siria o in Libano non riguardava altri, oggi non è più così, e l’assassinio di Hariri ne è la lampante conferma. Oggi l’interdipendenza è l’unica dinamica regionale rimasta in piedi. E se ciò fosse stato riconosciuto prima, la Siria non avrebbe perso l’appoggio dell’Arabia Saudita – a cui Hariri era molto legato – e quello della Francia, che ora appoggia il governo libanese in carica.
Al contempo, però, la comunità internazionale potrebbe fornire assicurazioni ragionevoli che non si cerca il cambio di regime a Damasco: non solo perché non gli appartiene la oramai leggendaria antipatia personale che Bush prova verso Bashar, e che si dice sia alla base del SALSA del 2003, ma soprattutto perché tale eventualità contribuirebbe a diffondere la guerra etnica e interconfessionale in tutta la regione, poiché come l’Iraq e al contrario del Libano, la Siria non ha un meccanismo politico atto alla gestione di tale tipo di conflitti. E tali conflitti il problema oggi è riportarli sotto controllo, non certo diffonderli allegramente per ogni dove, alimentando l’incendio nella regione.

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