The Queen

Le principesse sospirano, capelli biondi e occhi celesti sempre un po’ umidi. Le principesse girano il mondo come divorziate debuttanti e sfilano ai funerali altrui. Le principesse accarezzano i bambini molto poveri e poi muoiono, meglio se in circostanze di tragica mondanità. Nel frattempo è alle regine rimaste a casa che tocca di regnare. Ed essere “The Queen” (da cui il titolo del film di Stephen Frears) è un lavoro piuttosto duro, e senza ferie garantite. Soprattutto se Diana – sospirosa rosa d’Inghilterra – muore d’agosto, i nervi di tutta la nazione si accartocciano intorno a quel pilone parigino e il Primo Ministro, eletto di fresco, decide di inventarsi paladino della principessa e del suo popolo.
Anche noi – siamo sincere – all’epoca sapevamo perfettamente da che parte stare. Incollate al televisore, altrettanto sospirose, principescamente commosse. Regine si nasce, d’altra parte, e noi proprio no. Noi non riusciremmo a pulirci il naso in un foulard di Hermès, o a sopportare il bacio della buonanotte del Principe Filippo. Elisabetta II, invece, non è mai stata altro. Altro che “The Queen”. E verrebbe da pensare lo stesso anche di Helen Mirren, ché non si capisce come questa signora possa aver interpretato altri ruoli, tanta è la grazia con cui dà ordini ai cani. In ogni caso, non sembra nelle corde di nessuna delle due preoccuparsi per il progetto modernizzatore del “designato” Blair (e Michael Sheen somiglia troppo a un pupazzetto di gomma per dar loro torto). Figuriamoci poi quanto possano impensierire un animo regale gli inchini recalcitranti di donna Cherie, sgradevole quanto un rossetto troppo rosso. I problemi sono altri, e ben più scabrosi. Per esempio, riuscire a camuffare da altezzoso riserbo un lutto privato – e assai contenuto – che non ha punti di contatto col melodramma popolare. Perché, a Diana ufficialmente morta, le uniche lacrime che arrivano da Balmoral sono di Carlo. Quello che voleva essere un tampax. Capirete: poco o per nulla verosimili. E in ogni caso non abbastanza telegeniche. Per giustificare l’inconcepibile scollamento, Elisabetta prova a usare ansie di nonna e si convince (senza bisogno di rivolger loro la parola) che cacciare un cervo eccezionale in Scozia possa tenere i principini al riparo dal dolore. Saranno pure orfani, quei due, ma rimangono Windsor d’Inghilterra. Neanche questa premura, però, è sufficiente a farsi perdonare dalle gente per strada una tanto sconveniente mancanza di pubblica empatia. Controproducente, poi, appellarsi a questioni di protocollo.
Diana è morta, il cervo è morto e anche la monarchia non si sente troppo bene. Bisogna tornare, risolversi a essere La Regina, celebrare la principessa del popolo per sopravviverle. Guardare dritto negli occhi una telecamera e dirsi profondamente afflitta da una perdita che non le avrebbe tolto alcunché, se solo il mondo non avesse smarrito la ragione. Bisogna plasmare le vecchie regole sulla nuova realtà, senza perdere altro tempo a cercare di capirla. È così che “call me Tony” impara la grandezza della ragion di stato. Mentre Cherie rimane – un po’ sbavata – a fare da tappezzeria. Perché le ragazze sospirose, pure quelle antimonarchiche, vogliono sempre fare le principesse. E poco sanno della forza che ci vuole a indossare certi tweed.

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