I rischi dell’antidoping parlamentare

Gli onorevoli si drogano, l’hanno detto le Iene. Indignazione e sdegno dalle parti della società civile, che non vedeva l’ora di sentirsi dire ciò che già credeva di sapere. Grande scompiglio, agitazione e falsa coscienza nel Palazzo.
Pier Ferdinando Casini ha proposto test antidroga per tutti i parlamentari, perché “gli italiani hanno il diritto di sapere se i parlamentari che hanno eletto sono oppure no tossicodipendenti”. Gli ha fatto eco Maurizio Gasparri, col consueto talento per l’umorismo involontario, affermando che “bisogna diradare il polverone che si è abbattuto [sul parlamento]”, mentre l’onorevole Giovanardi ha scavalcato tutti sventolando l’esito negativo delle sue autoanalisi, ottenendo più o meno l’effetto che ottenne il mio amico Salvatore quando in seconda media portò a casa un’autopagella. La migliore della settimana, però, per una volta è di Marco Rizzo, che a sostegno della convinzione che il Parlamento sia semplicemente lo specchio del Paese, ha ricordato come a lui in passato abbiano anche rubato un cappotto.
Casini è uno dei più influenti leader dell’opposizione, è stato presidente della Camera e quindi si suppone sia un esperto di regolamenti parlamentari. Le sue parole pertanto meritano di non essere liquidate come se fossero l’effetto di quelle sostanze che il leader dell’Udc vuole scovare, ma vanno anzi meditate attentamente. L’antidoping parlamentare potrebbe essere un’innovazione istituzionale di una qualche portata, forse anche una di quelle riforme bipartisan sovente invocate dalla stampa. Tuttavia ci sfugge qualcosa. Innanzitutto: nel mondo dello sport, dal quale l’idea è presa in prestito, alla positività dell’atleta segue la squalifica. Col parlamentare che si fa? Sospensione temporanea dalle sedute? Quattro mesi la prima volta, decadenza dalla carica se recidivo? Annullamento delle votazioni per le quali l’onorevole dopato sarebbe risultato positivo? Si potrebbe addirittura introdurre una nuova fattispecie di sanzione amministrativa: il voto in stato di ebbrezza. E se invece l’accusato risulta poi innocente? A volte capita. Ivan Basso, il trionfatore dell’ultimo giro d’Italia è rimasto a piedi per diversi mesi a causa del sospetto di doping, salvo venire poi riabilitato con tante scuse. La sosta forzata gli ha impedito tra l’altro di correre il tour de France, dove si presentava come il grande favorito (e dove il vincitore, Floyd Landis, è stato a sua volta trovato positivo e successivamente squalificato). Non è davvero difficile traslare questa situazione in ambito parlamentare: l’opposizione tuona contro il vergognoso spettacolo del parlamento dei drogati, i capigruppo della maggioranza denunciano l’uso politico della provetta. A proposito, chi dovrebbe fare le analisi? Chi garantirebbe davanti all’opinione pubblica la correttezza e la veridicità di analisi e campioni? Chi dovrebbe nominarla, questa Corte di cassazione delle urine? Dopo l’authority delle comunicazioni, dell’energia e della privacy, ci manca solo il garante del piscio.
C’è infine un’altra questione, più sottile, che sfugge ai promotori dell’antidoping parlamentare. In ambito sportivo il doping è combattuto in quanto potrebbe conferire a un atleta un vantaggio illecito sugli avversari. In ambito politico dov’è questo vantaggio? E posto invece che ci sia, posto cioè che un onorevole che si è fatto una canna voti meglio di un collega sobrio, siamo proprio sicuri che sia un danno? Forse non è il caso di privare il Parlamento e il Paese di un drappello di deputati con una marcia in più, soprattutto visto quanto è difficile, a noi spettatori, restare svegli e concentrati durante le dirette televisive delle sedute.
Abbiamo naturalmente scherzato, siamo perfettamente consapevoli che lo scandalo dei comportamenti privati dei parlamentari è tale quando non coincide con il loro comportamento pubblico, cioè politico. Non a caso la prima gallina a cantare la propria negatività, il citato onorevole Giovanardi, è un convinto proibizionista, per il quale la verginità tossicologica è un prezioso capitale politico. E’ per questo che, a conti fatti, contrariamente a quanto pensa Casini, preferiamo non sapere. Scoprire che i moderati centristi sono in realtà dediti ai paradisi artificiali sarebbe tutto sommato accettabile, ma venire a sapere che gli spregiudicati radicali non vanno più in là del tè alle mandorle sarebbe davvero troppo.

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