The departed

L’ unica cosa che avevo sentito raccontare su “The departed” era la questione del labile confine tra il Bene e il Male, ma era sbagliata. Presumibilmente per colpa di Jack Nicholson, inequivocabile nella parte del Male. È al centro di ogni scena, si vede che lo fa solo per passione e funziona da unità di misura morale per tutti quelli che passano di là. Che sono dei gran bugiardi, in generale, ma si impara presto che alcuni hanno ragioni più nobili di altri. Il Bene si definisce per contrasto. Poi ho assecondato la mia indole giudiziosa e ho guardato anche “Infernal Affairs”, il film di Andy Lau al quale Martin Scorsese si è ispirato. A una prima occhiata, la storia sembra identica. Per sommi capi, certo: gli orientali sono chirurghi asettici, gli americani i soliti, gaudenti macellai. A Hong Kong tutto succede con un rigore così essenziale che, se non li avessi già saputi, mi sarei persa snodi fondamentali; a Boston il respiro si dilata fino alle ultime foglie degli alberi genealogici, l’incedere è solenne, i confini ripassati con la china. E poi sesso quanto basta e pure un po’ di rock’n’roll, di quello gradito a Sua Satanica Maestà. Il risultato è di grande soddisfazione, per carità. Idee chiare, mano sicura, gran mestiere. Solo: non è sfumato. Neanche un po’. Martin Scorsese, di sana e robusta costituzione cattolica, non lascia nessuno spazio al dubbio. Così Matt Damon fa lo sbirro cattivo mascherato da primo della classe: pessimo taglio di capelli e arietta incorruttibile. Leonardo DiCaprio, oltre lo specchio, ha la giacchetta da discolo ma è buono, tanto buono. Insopportabilmente buono. Buono che ogni volta che vede un morto sgrana gli occhi e non ci vuole credere, gli trema il labbro e avverte il bisogno urgente di parlarne con qualcuno. L’addestramento parallelo sembra la sigla di Charlie’s Angels: ogni figlio sceglie il proprio padre, ogni peccato si incastra nell’opportuno peccatore. È chiaro che due così possono esistere solo come vertici opposti di un triangolo. Il vertice mancante, naturalmente, quello che tiene in piedi tutta la struttura, è il diavolo – in alcuni dei suoi più riusciti travestimenti. Non è prevista redenzione, e un topo rimane terribilmente ripugnante anche in un lussuoso appartamento con vista sulla legalità. Com’è nell’ordine delle cose, pagano tutti: i buoni vittime di arzigogolati complotti; i cattivi perché, in quanto tali, non possono essere anche infallibili e prima o poi commettono un errore. Grossolano. Ira, superbia, lussuria, solite cose. Le regole del gioco le conosciamo bene. Ma dal confronto con la versione orientale, in fin dei conti, si esce consolati: il nostro inferno ha colori più violenti, ma pene assai più lievi.

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