Una volta qui erano tutti valori

Uno apre “La festa è finita”, il libro che ha venduto in Germania settecentomila copie e che da pochi giorni è uscito anche in Italia, e si aspetta di trovarci dentro cose á la Ennio Flaiano il quale nel 1959 scriveva: “Tutti si divertono accanitamente, sembra di essere in una gabbia di canarini”; e invece ci trova la signorina Rottermeier, la governante di Heidi. Il libretto rosso di Peter Hahne, che oltre a essere moderatore della trasmissione “Berlin Direkt” è anche un teologo evangelico, è infatti scritto per essere letto in un collegio prussiano o, meglio ancora, dal pulpito di una chiesa riformata, tutta giorno del giudizio e pentimento. Già nella seconda di copertina comunque siamo avvertiti: “Il motto di Hahne (è) «Riportare Dio nella politica!»”. Insomma una specie di cameo del nuovo Zeitgeist occidentale, che poi sarebbe la ricerca del buon vecchio tempo andato, quello delle famiglie dove “le donne dovrebbero di nuovo rimanere a casa”, della sana educazione senza “Internet, video, computer, tv”, del lavoro duro contro “la generazione tutta surf e spasso” e via saltellando di radici in valori e di identità in tradizione. Alcuni pezzi del minestrone tuttavia potrebbero risultare indigesti persino per un aspirante teo-con, e segnatamente quelli in cui Hahne, dopo essersela presa con la società dei media che inonda i cittadini di news spesso inutili, scrive: “La Bibbia offre informazioni che vanno al di là dell’attualità del giorno. Notizie da raccontare, che orientano e rinfrancano. Chi legge la Bibbia resta sul terreno dei dati di fatto”. Ma il mortarone è senz’altro a pagina 67 dove, tra i tanti mali che affliggono le nostre comunità, Hahne si duole del fatto che “i ministri non giurano a Dio”.
Per riportare Dio al centro della vita politica è necessario far proprio il sottotitolo del libro: “Basta con la società del divertimento”. Solo che un’affermazione di questo tipo, lungi dal percorrere le sconfinate praterie del pensiero francofortese o della riflessione pasoliniana, collassa invece in una semplicissima massima da sermone di campagna: “con la ricerca di senso inizia la fine di questo divertimento”. Che onestamente è piuttosto superficiale nella sua pretesa di trovare un nesso di causalità diretta tra coolness dell’happy hour e mancanza di valori fondanti. Si ha la sensazione che Hahne, con la scusa di questa cupa filosofia del “cazzo ridi?”, ci porti dritti dritti in un lounge bar di Amburgo (ma potrebbe essere anche un baretto di Chianciano) e ci costringa ad ascoltare l’avventore moralista che alla terza birretta sproloquia sui massimi sistemi utilizzando frasi ficcanti del tipo “quando si mangia non si guarda la televisione come fanno gli incolti” e “possiamo osservare nel mondo delle piante in che misura siano importanti le radici”. Ecco, provateci voi a non ridere. Perché sarà anche vero che “la società del divertimento rappresenta la condizione finale della secolarizzazione” e “il godimento allegro riempie quei vuoti della personalità dove prima si trovavano i valori”, ma allora Hahne non può metterci di mezzo anche la storia dell’11 settembre dopo il quale “niente è più come prima”; in questo quadro possente e tragico, cosa c’entra “lo spensierato piacere personale” con la lotta al terrorismo? E soprattutto, se anche avesse ragione Heidegger a dire che soltanto un dio ci potrà salvare, chi gliel’ha detto a Hahne che debba essere proprio un dio dal muso lungo?
Abbiamo citato Heidegger poiché è lo stesso autore a citarlo. Anzi, se è per questo, “La festa è finita” è un libro che ricorre sovente alle stampelle altrui, in un vortice rumoroso di statistiche, di parole e di cifre che somiglia molto a quell’overdose di dati contro cui proprio Hahne si scaglia. Accanto a Max Weber compare, per dire, Julian Lennon, insieme a Ernst Bloch e al suo Principio Speranza c’è l’ex interista Jürgen Klinsmann, ed è un po’ come se Camillo Ruini per dimostrare di avere ragione ricorresse a una frase di Klaus Davi. Il che se ci pensate è paradossale: uno se la prende con “la superficialità che rifugge la profondità” e non soltanto bignameggia, ma i Bignami li mescola pure.
E poi ce n’è anche un altro di paradosso. Il libro è breve, agile, poco più di cento pagine scritte larghe, divise per paragrafetti al massimo di 150 righe che puoi comodamente leggere al cesso o durante l’intervallo di una partita di Champions League senza perdere il filo. Ecco, è piuttosto curioso che un volume che vuole tirarci fuori dal tunnel del divertimento sia in definitiva un prodotto da bere senza fatica. E alla fine ci si chiede in quale sperduta chiesa di campagna starebbe a predicare uno come Hahne se non esistesse questa società di gigioni smidollati.

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