La reunion dei Genesis

E’ autunno, le foglie cadono, le mamme imbiancano e le band si riuniscono. Era da oltre un anno che le voci su una reunion dei Genesis si facevano sempre più insistenti, tra annunci fasulli e mezze ammissioni dei diretti interessati. Finalmente, in una conferenza stampa svoltasi martedì scorso a Londra, si è passati dalle ipotesi ai fatti: nell’estate del prossimo anno lo storico gruppo inglese intraprenderà un tour europeo, il primo dal 1998. Il “Turn It On Again Tour” comprenderà una ventina di date e terminerà a metà luglio con l’ormai tradizionale concerto gratuito a Roma, davanti al Colosseo.
La line-up annunciata salta subito agli occhi: Phil Collins a voce e batteria, Tony Banks alle tastiere, Michael Rutherford a chitarre e basso. La gioiosa macchina da guerra che negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta monopolizzò le classifiche con brani come “Mama”, “Land of Confusion” e “No Son of Mine”. C’è il ritorno di Collins, che nel 1996 aveva lasciato per risollevare una carriera solistica in fase calante (ottenendo, come risultato, il mediocre “Dance Into the Light” e l’indecoroso “Testify”). C’è l’assenza di Steve Hackett, divenuto prolifico chitarrista di culto. E, soprattutto, c’è l’assenza di Peter Gabriel, impegnato nei suoi mille progetti musical-etnico-avanguardistici.
E’ proprio Gabriel a costituire lo spartiacque della quarantennale storia dei Genesis. Col carismatico cantante, la band produsse autentiche pietre miliari del prog-rock: da “Trespass” a “The Lamb Lies Down on Broadway”, abbiamo opere dense di riferimenti colti e dall’inusuale maturità musicale per ragazzi che, all’epoca, avevano poco più di vent’anni. Nel 1975, la decisione di Gabriel di lasciare il gruppo aprì la strada a Phil Collins, che da batterista in ombra assurse al rango di front-man. La definitiva svolta pop avvenne però due anni dopo, con l’uscita anche di Hackett: il sound affine agli album precedenti di “Wind and Wuthering” lasciò il posto a una sensibilità meno ricercata ma dalla presa più immediata. A partire da “…And Then There Were Three”, Collins, Banks e Rutherford divennero presenze fisse in vetta alle classifiche europee e americane. Il prezzo da pagare era la perdita dei favori della critica, che tanto li osannava agli inizi quanto li relegava a sottoprodotto di bassa lega nell’ “era-Collins”. Però, come la Democrazia cristiana prendeva il 35 per cento dei voti anche se nessuno ammetteva di votarla, così i Genesis degli anni Ottanta inanellavano dischi di platino anche se nessuno ammetteva di ascoltarli.
La produzione di quegli anni, riletta a posteriori, non è così tanto disprezzabile: accanto a singoli accattivanti e costruiti con furbizia (e ad alcune innegabili porcherie), abbiamo del materiale di ottima fattura, anche se spesso relegato nelle B-sides o portato al massimo potenziale solo dal vivo.
Questa riproposizione di un glorioso marchio del rock è l’ultima di un filone particolarmente sfruttato. Le reazioni dei critici sono sempre piuttosto gelide: nella migliore delle ipotesi, la reunion viene vista come un modo rapido per raggranellare denaro, nella peggiore come un rituale paranecrofilo. In realtà, queste operazioni hanno sovente esiti più positivi del previsto: musicisti esperti e affermati spesso suonano con maggiore perizia e libertà, a tutto vantaggio della resa finale dei concerti. I problemi solitamente arrivano quando al tour si vuol far seguire un nuovo album, che il più delle volte vuole sembrare al passo coi tempi e invece suona stantio e pretenzioso. I Genesis in formato-trio sono sempre stati un formidabile live act, le doti di intrattenitore di Collins sono fuori discussione e, soprattutto, al momento non è previsto nessun nuovo disco. Insomma, non dovrebbero esserci pericoli. Ma siamo pronti a cambiare opinione se, fra un paio d’anni, dovessimo accendere la radio e sentire un clone di “Invisible Touch”.

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