Il derby delle élite

A partire dal 1872 le università di Oxford e Cambridge si incontrano su un campo da rugby. La sfida ha luogo ogni anno il secondo martedì di dicembre, e dal 1921 si gioca allo stadio di Twickenham, il Wembley della palla ovale. Si tratta del Varsity Match, quella in programma martedì 12 sarà la centoventicinquesima sfida tra i due atenei. Una consolidata tradizione, per il metro del resto del mondo, ma una fresca novità se paragonata alla più celebre Boat Race – la regata sul Tamigi disputata dagli armi dei due atenei a primavera – che si corre a partire dal 1829. Immaginare di traslare questo tipo di tradizioni fuori dal Regno Unito è un esercizio intellettuale dal risultato surreale, che aiuta a rendersi conto dell’unicità dell’evento e dell’atmosfera: è come se le università di Bologna e Padova si sfidassero a calcio, giocassero a San Siro, con lo stadio pieno e la partita trasmessa in televisione (Sky Sports 3 per chi dovesse essere in Inghilterra martedì, calcio di inizio alle 14.00 locali). Ma ancora non basta. Al pari della regata sul Tamigi, spesso disputata da atleti di livello olimpico, hanno giocato il Varsity diversi campioni internazionali, e alcune vere e proprie leggende del rugby. All’inizio degli anni Novanta, per restare al passato recente, tra i reduci della sfida universitaria – i blues, come vengono chiamati – si potevano annoverare non meno di quattro nazionali inglesi, tra i quali un capitano – Phil De Glanville, blues per Oxford nel 1990 – il grande Gavin Hastings, capitano della Scozia e dei British Lions – e capitano anche per Cambridge nel 1985 – oltre a due campioni del mondo del ‘91, gli australiani Rob Egerton e Troy Coker – entrambi oxoniani tra il 1987 e il 1989. Per non parlare del mediano di mischia neozelandese David Kirk, che giocò due volte il Varsity con Oxford, nel 1987 e 1988, subito dopo avere condotto gli All Blacks alla vittoria nella prima edizione della Coppa del mondo. Successivamente Kirk è entrato nello staff del primo ministro neozelandese Jon Bolger, e oggi è amministratore delegato di un importante gruppo editoriale australiano. Un altro esempio di brillante curriculum è quello di Rob Andrew – blues per Cambridge nel 1982 – che dopo aver terminato nel ‘97 una carriera internazionale durata dodici anni è diventato direttore sportivo del suo ultimo club, il Newcastle, dove ha scoperto il talento di Johnny Wilkinson – il mediano di apertura dallo straordinario piede, proprio come Andrew, che ha permesso all’Inghilterra la conquista del titolo mondiale – ed è stato chiamato lo scorso mese di agosto a gestire la crisi tecnica del rugby inglese in qualità di Director for Elite Rugby per la Rugby Football Union. D’altra parte, se il Varsity Match è sponsorizzato dalla banca d’affari Lehman Brothers, una ragione ci dovrà pur essere.
L’avvento del professionismo, a partire dal ’96, ha indubbiamente privato il rugby universitario di molti atleti di primo piano, ma proprio la partita di quest’anno vedrà schierata con Oxford una matricola molto particolare. Joe Roff, tre-quarti australiano di trentuno anni, campione del mondo nel ’99. Chiusa la carriera professionistica Roff si deve essere ricordato delle raccomandazioni della mamma sull’importanza di una solida formazione, e si è iscritto al corso oxoniano di PPE (Philosophy, Politics and Economics), lo stesso frequentato da David Kirk. Non è mai troppo tardi, per passare ai dilettanti.

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