cosa dicevamo

Billionaire 451

Le cose migliori succedono quando sono via. Ero all’estero quando Lapo Elkann si spinse ai limiti clinici della maschile propensione a far di tutto pur di farsi lasciare da una donna, anche tramite comunicato stampa. Ero a seimila chilometri quando Salvatore Sottile fece le prove generali della rappresentazione teatrale che aspettavamo da sempre, quella in cui Ettore Scola adatta all’Italia Noel Coward: “Ore undici…”, “Chi ci trombiamo?”. Sono in un altro continente in questo dicembre in cui i giornalisti scoprono che, in stanze in cui non erano archiviati i loro articoli mai scritti sulla vita privata dei calciatori, c’erano cassetti di foto delle chiappe dei terzini scattate ma mai pubblicate; che, forse, dietro al fatto che sui rotocalchi italiani non esistono scoop che non siano palesemente concordati, foto rubate che non potrebbero essere più posate, forse dietro c’è uno scambio di favori, un giro economico o peggio; persino – persino – che ci sono fanciulle graziose disposte a esser carine con politici bavosi. Accesso sottopanni, in cambio di accesso alla categoria di coloro che inaugurano profumerie e chiamano per nome i buttafuori dei privé delle discoteche. Tu chiamalo, se vuoi, libero mercato (“Cioè/ Io la porto qua/ Alla grande/ Sottovento, Billionaire…/ L’ho portata anche allo Smaila’s, una sera:/ Duecento euro una Sambuca”).
La notizia, come al solito, non c’è. A meno che non si sia stati alquanto distratti negli ultimi vent’anni. A meno che non si sia gente che “solo i film e qualche documentario”, gente che “preferisco un buon libro”, a meno che, insomma, non si appartenga alla categoria di coloro che scrivono sui giornali. Tutti gli altri non trovano di che stupirsi. Tutti gli altri non avevano certo bisogno di Lele Mora o Fabrizio Corona, così come non ebbero bisogno di Gregoraci e Monsè, per sapere che la società italiana è esattamente come la televisione che guarda: figlia di Vermicino e di Non è la Rai. Tutti gli altri già lo sapevano, che questo non è il migliore dei mondi possibili (nel migliore dei mondi possibili ci sarebbe l’ottimizzazione delle risorse, e la regia di Vermicino l’avrebbe fatta Boncompagni). Tutti gli altri passavano il tempo a cercare di capire come farne parte, del giro di ricatti. Tutti gli altri avevano il problema di entrare nello schermo, o almeno nel privé giusto: “I calciatori dove andranno/ Le Letterine/ I Pooh”.
Riavvolgimento. Sei mesi fa. Alta stagione. Senza che nessuno protesti per la discriminazione culturale, “Vita Smeralda”, regia di Jerry Calà, viene proiettato in pochissime sale. Il gruppo di intellettuali che ho convinto alla visione si ritrova davanti al Giulio Cesare. Il film è stato smontato per far posto a Volver. Si riflette brevemente sull’opportunità di inscenare un sit in di protesta per la libertà di informazione, ma nessuno di noi ha il numero di Flores d’Arcais, Moretti ha la segreteria e Santoro non è al momento raggiungibile. Quindi si decide di attraversare la città per andare al Warner Village, dove Jerry resiste-resiste-resiste e noi potremo sentirci come quelli che mandavano a memoria i libri che poi sarebbero stati bruciati. Ora, i lettori di Left Wing sono persone sveglie, in grado di recitare tutte le parti del copione di “Vacanze di Natale” così come quelle di “Sapore di mare”. Non hanno certo bisogno che venga qui rivelato il genio di Calà. Tuttavia, va detto che l’opera instant ma di magazzino (era stata girata l’estate prima, e poi, incredibilmente, ne era stata ritardata la distribuzione – e noi sempre senza il numero di Travaglio), va detto che lo Zeitgeist fatto film superò persino le nostre più benevole aspettative. Chi dice che non esiste il cinema d’impegno civile, in Italia, non ha visto Elena Santarelli disposta ad arrabattarsi a dormire negli sgabuzzini pur di passare l’estate laddove la densità di fotografi è più alta; non ha visto Flavio Briatore e Lory Del Santo interpretare se stessi, ovvero una parte che proprio non sapevano come fare; e soprattutto non ha visto Jerry, anzi, non ha sentito la canzone che questo artista completo ha composto per i titoli di coda. Lui che la porta laddove suppone siano i calciatori, le Letterine, i Pooh, dorme “In una branda/ Però magari incontro Schumacher/ Che fa la fila fuori, al Billionaire”; lui che si sacrifica per fare colpo, “Duecento euro una Sambuca”, per essere all’altezza della gente che piace, “Ma tutti i vips dove saranno/ Non vedo neanche Ridge”. Jerry è tutti noi: paese reale, ma speriamo per poco.
Io non sono mai riuscita a finire un sudoku diabolico, figuriamoci se capisco le mezze allusioni che leggo sui giornali italiani in questi giorni. Se riesco a unire i puntini per capire chi ricattasse chi e alleandosi con chi altro. Se sia plausibile che l’intervista al travestito che inguaiò l’erede della dinastia sia un maneggio proprio di quel giornalista così social climber, o se i rapporti con la pericolosa testimone dei fatti non fossero millantati – per agevolare, appunto, la scalata sociale dello zelante cronista. Se Lele Mora svendesse Simona Ventura o invece la proteggesse. Se davvero ci sia qualcuna disposta a pagare perché non venga fotografato il rotolino che le spunta dal costume. Certo, mi sembra bizzarro. Voglio dire: in Italia i paparazzi non esistono. Per una ragione tecnica: non esiste un mercato che li giustifichi. Gli elicotteri e le trasferte e gli appostamenti li paghi per il matrimonio di Tom Cruise, che rivendi in tutto il mondo, non per la calza smagliata di Alba Parietti, che già a Chiasso non sanno chi sia. In Italia esistono luoghi deputati all’ufficialità della foto clandestina: il Bolognese, la costa Smeralda, certi alberghi… Non c’è neanche bisogno del ristoratore che chiama i fotografi per farsi pubblicità: se vai in quei ristoranti lì, sai che i fotografi ce li trovi; se i fotografi passano la serata lì, risparmiano sulla benzina e un po’ di sottobosco dello spettacolo (nel paese dei Telegatti, il sottobosco coincide con le prime file) di lì passa di certo, e l’incasso giornaliero è fatto. Poi, se stimati professionisti dell’informazione mi dicono che invece i paparazzi sono assatanati e urge regolamentazione come in California; se Elisabetta Canalis giura che ti seguono dappertutto per giorni e giorni pur di avere un tuo scatto mentre porti a passeggio il cane; se da collezionisti di autografi i cronisti dello spettacolo si sono trasformati in spietati segugi con l’archivio pieno di dossier; se mi sono distratta un attimo e l’Italia è diventata un paese di divi che spostano tirature e non più di disgraziati in cerca di un flash che li rassicuri, ne prendo atto. Ho solo paura che invece abbia ragione Jerry, che siamo tutti disperatamente in cerca della brandina sulla quale sacrificarci pur di entrare nel giro giusto, “Magari incontro Platinette/ Che fa la diva con due o tre starlette”. E ho paura di dover tornare e ripartire, prima che si accorgano che, per soffrire i dolori dell’industria chiamata star system, sono necessarie alcune precondizioni: che ci siano le star, e che ci sia un’industria. Ho paura che, ovunque sarò, non arrivino i giornali italiani, il giorno in cui l’analisi delle lacune dell’informazione scandalistica in Italia – un paese dove nessuno vuol fare scoop, tutti vogliono un invito nel privé, in barca, al torneo di golf, e il nome scritto giusto nelle didascalie così il macellaio capisce che sono importante e mi fa lo sconto – la faranno fare a Carlo Rossella.

   
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