Antonio Cassano, perdente incompreso

Stava per arrivare al Milan, ma Ancelotti – complice forse un’insurrezione dello spogliatoio – ha detto no grazie. Lui ha sostenuto che vorrebbe tanto tornare a giocare nella Roma, ma a Trigoria pare non vogliano nemmeno sentirlo nominare. Perfino Moratti ha detto che Cassano “non è affare dell’Inter”, e infine Capello – l’allenatore-padre, l’ultimo a credere in lui – lo ha ufficialmente scaricato: il Real Madrid non conta più su di lui, può anche essere ceduto. Il problema è trovare qualcuno che se lo pigli, Antonio Cassano da Bari vecchia. Nessuna squadra di primo piano appare intenzionata a investire in un giocatore considerato un piantagrane indisciplinato, che si allena poco e male, sebbene dotato di indubbio talento. Al massimo si potrebbe considerare un prestito fino a giugno, e poi si vedrà. Un contratto a progetto. Insomma, un precario del pallone. I tifosi sono più atterriti che entusiasmati dalle voci dell’arrivo di Cassano alla propria squadra, e più di tutti dovrebbero esserlo quelli dell’Inter – proprio quest’anno che tutto sembra andare bene. L’opinione generale è che il calciatore barese stia raccogliendo quanto ha seminato negli anni, che insomma se la sia cercata e meritata, e che arrivare al punto più basso della carriera a ventiquattro anni è la giusta punizione per una presunzione e un’incoscienza superiori al talento a disposizione. Ma forse non è giusto porre la questione in questi termini. Forse Cassano il suo talento non lo sta sprecando. Forse, al contrario, lo sta valorizzando.
Ci sono due tipi di sportivi: quelli che giocano per vincere e quelli che giocano per vantarsi al bar. Cassano ha sempre mostrato fiera appartenenza alla seconda categoria, e si è sempre comportato di conseguenza. Per vincere occorrono impegno, dedizione, lunghi e faticosi allenamenti, periodici controlli dello stato di forma, insomma una gran fatica e una noia mortale. Per vantarsi al bar tutto questo non solo non serve, ma è dannoso. Sono capaci tutti di segnare trenta gol allenandosi come cavalli. Segnare un gol con triplo dribbling, colpo di tacco, irrisione del portiere ed esultare mostrando fieramente la pancetta frutto dei propri stravizi fa ben altro effetto, sia nell’esecuzione, sia nel racconto davanti al bancone. Non è una questione solo di temperamento, è proprio tecnica. Certi giocatori sono portati al gesto spettacolare fine a se stesso, quello sanno fare e quello il pubblico chiede loro. Nessuno ricorda quanti gol abbia segnato Marco Nappi in serie A, tutti ricordano il suo numero della foca monaca con il pallone in equilibrio sulla testa. Nel caso di Cassano le intemperanze, le fanfaronate, le corna all’arbitro Rosetti, la pancia, tutto questo è devianza, effetto collaterale, o invece come i capelli di Sansone tutto questo è inevitabilmente legato alle sue estemporanee ma mirabolanti prestazioni in campo? E’ pensabile un Antonio Cassano sterilizzato? Ripulito, puntuale e impiegatizio come allenatore comanda – gli allenatori in genere giocano per vincere, perché sono scelti dai presidenti, che a loro volta pagano per vincere, o in ogni caso, non giocando in prima persona, non possono far altro che vantarsi al bar delle proprie vittorie – o con la sparizione delle “cassanate” sparirebbe anche il suo estro? Tra essere un mediocre vincente e uno straordinario vanaglorioso Cassano ha scelto quello che gli viene meglio, quello che gli è più naturale. Quello che semplicemente vuole essere: un genio incompreso, più che un campione vittorioso.
L’unico calciatore che è riuscito ad appartenere con successo ad entrambe le categorie è stato Maradona, capace di vincere un mondiale praticamente da solo, imbrogliando con un gol di mano, ma anche bevendosi d’un fiato l’intera difesa inglese. Che Cassano non sia Maradona è chiaro, forse persino a lui stesso, anche se non lo confesserà mai. Se, come appare possibile, dopo i fasti di Madrid, Cassano sarà destinato a un futuro in provincia, potrebbe persino essere per il meglio. In provincia i tipi alla Cassano trovano l’ambiente ideale, non avendo la responsabilità né la possibilità di vincere, possono dare libero sfogo alla propria vocazione istrionica, nella generale condiscendenza dell’ambiente e del pubblico, pronto nuovamente a idolatrarlo.
Non è poi detto che, nel lungo termine, Cassano non abbia la propria rivincita. Tra cinquant’anni un campione del mondo come Cannavaro si troverà con il pallone d’oro a prendere polvere in salotto, e verrà intervistato per le trasmissioni rievocative del mondiale tedesco, con quell’aria un po’ triste che hanno sempre i campioni dalla gloria passata, soppiantati da chissà quale astro di metà secolo. Mentre Cassano sarà a casa con i nipotini sulle ginocchia che gli chiederanno: “Nonno, raccontaci ancora di quando in panchina facesti l’imitazione dell’allenatore, e allora lui ti cacciò dal Real Madrid”.

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