Christian-Metal

Empat sudut dalam ruang/ Tiap satu wakilkan titik pandang/ Milikku ada di sana/ Tempat ku lihat tiga lainnya”. Poco chiaro? Per fortuna, viene fornita anche la traduzione inglese che rivela un concetto interessante: “There are four corners of a room/ Each represents one point of view/ Mine is over there/ Where I can see the other three”. Questione di punti di vista, com’è naturale che sia nel presentare un metallo che proviene dall’altra parte del globo terracqueo: Jason De Ron, chitarrista, è australiano; Jeff Arwadi, vocalist, chitarrista e bassista, è indonesiano. Insieme al bassista Kenny Cheong formano gli Altera Enigma, gruppo che fonde metal, progressive e jazz. Ultimi arrivati in un elenco che vanta già adepti come i Meshuggah e i Twisted Into Form. Meno metallici e ossessivi dei primi; diversamente dipendenti dai gruppi storici del progressive anni Settanta rispetto ai secondi, gli Altera Enigma hanno esordito nel gennaio 2006 con il full-length “Alteration”. Nove brani di buon livello incentrati sul tema della trasformazione. E’ evidente in ogni traccia il tentativo di creare un’atmosfera particolare, in sintonia con il sotto-tema scelto e in qualche modo differente dalle altre. Si passa dalle più evocative e rilassate “Fading”, “Skyward” e “Unlimited Reality” alle ritmate “Pasivitas Sudut Pandang” (“Passivity Of Standpoint”, da cui la citazione all’inizio), “Relating The Transformation” e “Trough Glass, Darkly”. Quest’ultima, insieme a “Pasivitas…” e “Relating…” compone il trittico delle uniche canzoni non strumentali dell’album, nelle quali Jeff Arwadi esibisce un cantato in chiaro molto gradevole e un gutturale all’altezza della definizione di “growl”. Infine, non meno importanti, le mini-suites “Enigmatic Alteration”, biglietto da visita musicale della band; “NGC 3370”, perfetta e gradevole fusione tra riff in chiave death metal e cristalline variazioni jazz; e “Infinite Horizon”, dalla fluida introduzione che si trasforma in un coinvolgente crescendo a tre (chitarra/chitarra/basso).
Pur non raggiungendo vertici di particolare intensità o creatività (ma, dopotutto, siamo all’inizio), gli AE mostrano di avere ambizione e di non volersi adagiare sul già sentito. La bravura degli interpreti si mantiene prudentemente a un passo dal virtuosismo fine a se stesso. Qualche passaggio in odore di Liquid Tension Experiment, Spyro Gyra o Joe Satriani si mantiene quindi nei limiti del riferimento, senza infastidire o smorzare la tensione verso un esito che cattura l’attenzione di chi ascolta, sfidandolo.
Favorisce il buon risultato finale l’esperienza già accumulata sulle spalle dei due propulsori: De Ron arriva dai Paramaecium dello scienziato e ricercatore Andrew Tompkins (uno che nel ’98 ha conseguito un master in Bioetica con la tesi “I genitori dovrebbero alterare i geni dei propri figli?”) , gruppo formato nel 1991 con quattro album all’attivo e un nuovo progetto in corso. Arwadi è il leader dei Kekal, formati nel 1995, cinque album sin qui. Inoltre, il cantante/chitarrista (ma è anche designer) è titolare dei Visions Studios di Giacarta dove sono stati registrati sia i lavori dei Kekal, sia l’esordio degli AE.
Il tasso di talento impiegato è alto e la molteplicità di interessi, nonché la diversità di background musicale (i Paramaecium suonano doom-metal; i Kekal si collocano tra progressive e black metal; Kenny Cheong proviene dal jazz) trova buon riscontro nel sound di questo lavoro, creando anche valide aspettative per il prossimo. A suggello di “Alteration”, la band pone una citazione nientemeno che da Kierkegaard (“ If the eternal does not absolutely transform his existence, then he is not relating himself to it”). Il che li colloca – secondo alcuni commentatori – nella categoria del Christian-Metal. L’ascolto, tuttavia, non richiede una particolare predisposizione spirituale. Il prezioso lavoro degli strumenti rimane apprezzabile anche per agnostiche orecchie: non risulta infatti costituita, allo stato attuale, una corrente teo-metal.

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