Il polso del sabato sera

A tre anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, i Deftones da Sacramento, California, tornano con “Saturday Night Wrist” (10/06), dodici tracce che danno il polso della situazione di un gruppo intento da sempre a sfuggire alle facili definizioni e a non fossilizzarsi.
La band si forma intorno all’88, quando Stephen Carpenter, costretto da un incidente d’auto ad abbandonare lo skateboard in favore della chitarra, intuisce in quale dei due campi il suo talento possa meglio esprimersi. Tra prove in garage e selezioni, la prima, quasi definitiva, line up schiera (in ordine di arrivo) il batterista Abe Cunningham, il vocalist Chino Moreno e il bassista Chi Cheng. Il loro nome è un gioco di parole in riferimento tanto allo slang hip quanto al suffisso “tones” (popolare tra le band soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta). Si può leggere al tempo stesso come “deaf tones” (“suono sordo”, proprio come il loro stile) oppure come “deft ones”, (“quelli abili”). Iniziano con serate in piccoli club, segnalandosi, all’interno della scena locale, tra i gruppi più orientati ad un sound sperimentale e aperto, rispetto al monolitico metal Usa di quegli anni. Sono coevi dei Korn, con i quali condividono gli inizi e una solida amicizia e dei quali, a torto, vengono considerati seguaci. In realtà, sin dall’esordio di “Adrenaline” (’95) è difficile etichettarli secondo ricette preconfezionate: utilizzano elementi e stili diversi tra i quali prevale – ma senza annichilire gli altri – il metal. E se colpisce la ferocia di alcuni passaggi, esaltata dalla duplice, abrasiva capacità vocale di Moreno, non mancano momenti più riflessivi, altrettanto apprezzabili. Alla stesura di alcune canzoni collabora già il tastierista Frank Delgado, quinto componente ufficiale solo dal terzo cd.
“Around The Fur” (’97) e “White Pony” (’00) mostrano un gruppo in progresso, indifferente alle mode ma sensibile alle evoluzioni – come dimostrano le collaborazioni con Max Cavalera (ante Soulfly), Maynard James Keenan (Tool) e DJ Crook (Team Sleep, la side-band di Moreno). Meno indifferente al merchandising, invece, la Maverick, loro casa discografica da sempre e all’epoca ancora di proprietà di Madonna, sfrutta il successo di “White Pony” con la stampa di “Back To School”, un mini-cd con materiale scartato dall’album e versioni alternative o dal vivo degli altri brani. Un’operazione pubblicamente sconfessata dal gruppo.
“Deftones” (’03) sancisce la maturità artistica con un lavoro compatto e ricco di riferimenti, estremamente curato nella produzione e anche nella grafica. Un risultato eccellente che sembra esaurire le risorse dei Deft. Anche se non incidono con grande frequenza, le notizie sullo stato di forma della band non sono confortanti: si fanno notare soprattutto per alcuni show non alla loro altezza e per la dipendenza da alcool di Moreno. L’uscita nel 2005 di “B-sides & Rarities”, al di là del valore dei singoli brani raccolti, è chiaramente un riempitivo.
“Saturday…” risolve gli interrogativi sul futuro dei Deft, anche se, nel complesso, si colloca mezzo gradino al di sotto dei precedenti, continuando sulla strada già intrapresa con un ulteriore sforzo di apertura del sound. L’inizio è affidato alle robuste “Hole In The Earth” e “Rapture”, con Moreno e Carpenter al loro meglio; “Beware” spicca più per l’esecuzione pulita che per l’atmosfera; situazione che si rovescia nella successiva “Cherry Waves” – stessi ingredienti, maggiore efficacia – “Mein” vede la partecipazione di Serj Tankian dei System Of A Down in una traccia “tribale”; “U,U,D,D,L…” sfoggia una vena punk-metal, sostenuta meno del necessario; “Xerces” presenta una lunga parte musicale e un riff che ricorda a tratti quello di “Children Of The Grave” dei Black Sabbath: un buon brano, con qualche sospetto di “esercizio”; “Rats!Rats!Rats!” è convinta ed energica, tuttavia l’esecuzione prevale ancora sulla composizione; “Pink Cellphone” è solo uno sbaglio; “Kimdracula” riporta in alto la valutazione, con il suo teso crescendo; “Riviere” è puro punk: divertente, ma che c’entra?
Un lavoro di transizione comunque piacevole e da apprezzare. Per il futuro, è auspicabile che i Deft tengano il polso fermo e lo irrobustiscano con nuovi ingredienti senza perdere in personalità. Meglio suoni sordi che solo abili.

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