Fatti di Copenaghen e futuro italiano

Il conflitto nella società aperta non è eludibile, e comunque non lo si può eliminare del tutto. Questa, soprattutto, la lezione che ci viene da Copenaghen e dai disordini che la sconvolgono in questi giorni. Agli esordi delle riforme che hanno reso il mercato del lavoro danese un caso di ispirazione unanimemente citato (anche troppo), i potenti sindacati nel 1996 immobilizzarono il paese per quasi un inverno. E gli scontri odierni sono alimentati, oltre che dall’accorrere degli squatter di mezza Europa, da una lunga radice autoctona che risale agli inizi degli anni Ottanta, l’epoca d’oro del movimento, oggi ridotto a poca cosa. In quell’epoca i centri sociali a Copenaghen erano numerosi: interi palazzi in diverse e pregiate zone della città erano occupati dal movimento dei giovani detti BZ, efficace contrazione del verbo at besætte, occupare. Quei luoghi venivano ribattezzati con nomi suggestivi: Allotria, Cavallo Nero, e, senza dimenticare la Ungdoms Huset (Casa della gioventù) di questi giorni, tanti altri. La principale differenza con i nostri centri sociali stava nel fatto che il fine principale degli occupanti era offrire ai componenti del movimento abitazioni gratuite. Tramutate in veri e propri fortilizi. Tutto il piano terra e il primo piano di quegli edifici veniva murato e sbarrato, e diveniva penetrabile solo calando una sorta di scala-ponte levatoio governata dagli occupanti. All’interno veniva predisposto un sistema di difese flessibile, con sbarramenti che permettevano, anche in caso di irruzione della polizia, di rendere la vita molto dura agli incursori. Ben diversa, la storia del movimento BZ, rispetto a quella delle più vecchie comuni sessantottesche, che pacificamente affittavano grandi ville periferiche e le ribattezzavano come luogo di ogni sorta di sperimentali convivenze, come ben si vede nel film svedese “Tilsammans/Together”. Erano cambiati i tempi. Il paese si dibatteva in una notevole crisi economica e finanziaria, a cui il governo di centro-destra al potere dal 1982 proclamava di voler porre rimedio con misure liberiste che, per quanto lontanissime dal rigore thatcheriano, tuttavia eccitavano gli animi. Altro grande nemico dei BZ era il vecchio sindaco socialdemocratico Weidekamp il quale, un po’ come Zangheri nella Bologna del ’77, era il simbolo di una sinistra galatticamente lontana da questi cenobiti rinchiusi in enclavi-fortilizio, e ambiva invece a governare, se possibile bene, l’intera metropoli. Ivi comprese quelle poche migliaia di simpatici post-punkiani ingaglioffiti dei BZ. E infatti la vera questione è: di che cosa vivevano i BZ di allora (e di oggi?). Di lavoretti, certo, ma sovente, se non soprattutto, di generoso stato sociale. Già, perché a queste condizioni, senza pagare affitto, e con una propensione alla rapina disarmata che annovera episodi leggendari (consiglio in proposito il racconto “Il grande furto”, nel libro “Radiator, dieci storie a Copenaghen”, autore Jan Sonnergaard, edizioni Pendragon) era ben possibile campare in modo “antagonista”. Allora come oggi i presalari studenteschi, i prestiti d’onore e, seppur con regole che sono diventate molto più stringenti (il famoso aktivering) i sussidi di disoccupazione non assicurativi permettono ai giovani di anticipare la propria indipendenza e di attenuare l’eredità familiare. Inestimabile risorsa di una società aperta e moderna anche se poi qualcuno (ben pochi a conti fatti) la utilizza per fare il BZ. Risorsa, peraltro, che può verosimilmente spiegare la mancanza di incarognimenti violenti simili a quelli conosciuti alle nostre latitudini, e generati, fra tanto altro, da un rapporto sovraccarico (di funzioni, di oscillazioni, di gratitudini, di risentimenti) con la famiglia di provenienza e di tutto ciò che rappresenta. Ho sempre meno dubbi: il welfare è, oltre che un asset dell’innovazione, anche un importante mezzo di democratica autonomia. Proprio il contrario dell’omologazione, e giusto l’opposto di quanto aveva calcolato il vecchio Bismarck, di quanto sostengono certi liberisti ideologici, o certi post-moderni antinovecentisti.
Un altro tratto comune fra gli anni Ottanta e oggi è che il movimento ha una scarsa propensione ai compromessi. Il comune aveva venduto lo stabile occupato nel lontano 1999, e solo dopo ulteriori compravendite esso è capitato nelle mani di una setta cristiana che ha cominciato a pretendere lo sgombero, vincendo in ogni grado di giudizio. In più casi, per evitare scontri (che in un quarto di secolo, si diceva, hanno prodotto devastazioni anche cospicue ma nemmeno un morto) si sono cercate soluzioni di compromesso, con personaggi pubblici, stelle del rock e fondi di investimento che si sono offerti di acquistare gli stabili per consentire ai BZ di rimanere dov’erano. Ma, negli anni Ottanta come oggi, il movimento ha rifiutato ogni mediazione. L’occupazione è titolo di possesso, la necessità di spazi è la giustificazione morale. Punto. Il comune, nei mesi scorsi, aveva offerto ai ragazzi di Jagtvej (l’importante e un po’ angusta arteria su cui è collocata la Ungdoms Huset) diverse soluzioni. Una era di prendere posto in una parte della famosa comunità di Christiania, fondata nel 1971 dai vecchi hippies. Ma gli alternativi di ieri hanno detto che no, non c’era posto. Chi è stato nella vasta area di Christiania può esprimere i suoi dubbi in proposito. Bella solidarietà fra alternativi. Dopo vari altri tentativi, una soluzione offerta era quella di uno stabile altrimenti destinato a scuola per handicappati, non gratis, ma a un prezzo di totale favore: l’equivalente di circa un milione e mezzo di Euro. Con una trattativa sulle modalità di pagamento e una buona politica di fund raising i BZ odierni ce l’avrebbero fatta senz’altro. Ma hanno risposto che avrebbero accettato di pagare lo stabile una corona (circa trenta centesimi), perché loro un posto ce l’avevano, ed era stato il comune ad averlo venduto. Ad ogni modo, il risultato di tutto sono i notevoli disordini diffusi dai media. E le migliori fra le società aperte sono legate a una specie di legge del riformismo progressista: esso è il miglior garante, persino l’inevitabile generatore dell’autonomia di tutti, comunque si esprima. Ma poi, siccome la società aperta è senza eccezioni compatibilità, il riformismo progressista che ne è il più capace realizzatore confligge per necessità funzionale con chi dell’autonomia fa uno sdegnoso e giudicante (se non aggressivo) cenobio. E’ una sorta di moto perpetuo. E’ una regolarità che, mutatis mutandis e con imperdonabile cattivo gusto, un ipotetico cultore di storia del socialismo potrebbe denominare la legge Noske-Luxemburg. Enunciata la quale, però, va detto che magari l’attività di una setta cristiana non sarà più fruttuosa, per la società aperta, della vecchia Ungdoms Huset. Anzi è plausibile che, barricata non dietro ai ponti levatoi, ma dietro il rispetto dei formali obblighi giuridici, l’estraneità (forse persino l’ostilità) verso tutto ciò che è left wing crescerà sordamente con l’ingresso dei nuovi inquilini a Jagtvej 69.
Ma già che ci siamo, qualcosa di generale interesse si può dire anche sulla recente trasformazione di Copenaghen, comune socialdemocratico da sempre. Essa è ancora una città straordinariamente vivibile, dalle dimensioni umane (coi sobborghi, un milione abbondante di individui), attraversabile per intero su piste ciclabili o con trasporti pubblici costosi e magari lenti, ma di sicuro affidabili ed efficienti. E tuttavia è palese un ricorso senza precedenti al trasporto e al consumo privato, da cui un aumento del traffico non giustificabile con effettive necessità. Al contrario: da quattro anni la città è percorsa giorno e notte dalla sua prima metropolitana sotterranea tecnologicamente avanzata, per giunta di fabbricazione Breda. E’ il persistente boom economico dell’ultimo quindicennio, piuttosto, che minaccia di intaccarne la tradizionale vivibilità. Un segnale ancora più grave viene dai prezzi immobiliari, il cui incremento è stato rapidissimo e spaventoso: partiti da livelli comparativamente modesti, sono prossimi a quelli scandalosi di Roma (sebbene le retribuzioni medie siano ben più elevate in Danimarca) e incrementi analoghi hanno anche riguardato gli affitti un tempo accessibilissimi, nonché le originali forme cooperative che permettono anche con modesto capitale iniziale (cinquanta-centomila euro) di acquisire un titolo di semi-proprietà sull’immobile. Di tutta questa bolla immobiliare si alimenta poi una tendenza all’indebitamento privato che, per quanto lontano dall’anfetaminico parossismo americano, si basa appunto sulla scommessa di ulteriori aumenti degli immobili di proprietà. A fronte di ciò, sono troppe le famiglie incapaci persino di concepire l’acquisto di un alloggio, e costrette a svenarsi con affitti sempre più esosi.
In breve: per quanto di sicuro alimentato da un forte investimento pubblico in “welfare delle opportunità”, il boom ultradecennale rischia di produrre uno squilibrio in favore della rendita. Rischia cioè di intaccare un principio basilare dei sistemi nordici: l’allocazione di risorse che, per diverse vie (dall’istruzione alle politiche attive del lavoro, dall’investimento in ricerca alle infrastrutture, dalla politica per l’abitazione al welfare) la leva fiscale trasportava dalla rendita privata ai fattori della produzione/occupazione. Oggi il sindaco, la socialdemocratica Ritt Bjerregaard, è impegnata in un piano abitativo che mira entro cinque anni a costruire migliaia di alloggi a cinquemila corone (meno di settecento euro) al mese. Ce n’è un gran bisogno. Se questa e altre politiche verranno realizzate (per esempio la moderata tassazione della rendita immobiliare con corrispondente sgravio degli oneri sociali, che l’ex ministro delle finanze socialdemocratico Mogens Lykketoft si pente di non avere introdotto a suo tempo) il fenomeno potrà rientrare. Ma se ne parlerà, semmai, una volta abbattuto il governo di centro-destra. La Danimarca avrà allora scongiurato il paradosso di una disuguaglianza crescente originata da una crescita dovuta soprattutto a politiche di distribuzione delle opportunità. Un paradosso che sarebbe concettualmente, egemonicamente, linfaticamente pernicioso. Sventare il paradosso significherà che la prossima rivolta dei BZ sarà ancora una volta un episodio di salutare, antifamilistica diversità, senza infettarsi dell’incarognita, pluridecennale violenza di cui l’Italia ha tanta difficoltà a liberarsi.

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