I sentimenti del Campidoglio

Insegna la manualistica del marketing politico che alcune battaglie vanno ingaggiate anche quando la sconfitta sembri inevitabile, se non altro per ottenerne un riconoscimento pubblico del proprio ruolo. La settimana che si è appena chiusa ha visto Walter Veltroni impegnato ad applicare alla lettera questo collaudato schema mediatico. È successo che mentre al senato si apriva e si chiudeva la crisi politica del governo, con Veltroni che se ne teneva opportunamente alla larga, nel quartiere di Roma che fa capo a Ponte Milvio si apriva la crisi politica dei lucchetti. La vicenda è nota: da alcuni mesi i lampioni del ponte sono invasi dai lucchetti che i ragazzini della capitale appendono per sigillare il proprio amore come Step e Gin, i protagonisti del romanzo di Federico Moccia “Ho voglia di te”.
Il fatto è che la cosa aveva ormai raggiunto le dimensioni di un fenomeno di massa, i lucchetti pendevano copiosi e disordinati dai lampioni, sottolineati per giunta dai giuramenti di amore eterno che gli adolescenti delle periferie scrivevano col pennarello in ogni parte del ponte. La sinistra locale radical-chic non poteva più tollerare che un luogo storico come Ponte Milvio e un quartiere perbene come quello fossero invasi da manifestazioni di così volgare popolarità; sicché alcuni consiglieri comunali del gruppo L’Ulivo per Veltroni avevano chiesto la rimozione immediata dei lucchetti e di tutto ciò che offendeva il decoro urbano delle loro passeggiate domenicali. I gruppi politici di destra, dal canto loro, schierati in difesa della recentissima tradizione, tuonavano testualmente contro “la sinistra nemica degli innamorati”. S’era dunque aperto questo surreale dibattito politico a parti invertite con la sinistra cittadina dalla parte di legge e ordine e la destra a tutelare libertà e fantasia dei ceti popolari delle periferie; il che, sia detto tra parentesi, dovrebbe invitare molti ad una seria riflessione. La querelle stava già superando i limiti di una riunione di condominio quando è intervenuto il sindaco che, rinunciando per una volta al suo ruolo di mediatore e di paciere, ha preso una posizione netta: fatta salva la stabilità dei lampioni, non c’era nulla di male a che quei lucchetti restassero lì: “Si tratta di una manifestazione spontanea e bella”.
Ora, quanto dirompente e sofferta possa essere stata una simile presa di posizione per il sindaco si può intuirlo dal fatto che, pur di seguire il dettato del marketing politico cui accennavamo sopra, per la prima volta in vita sua il sindaco prendeva una decisione impopolare, se è vero, come rivela un sondaggio tra il lettori del sito del Corriere della sera, che il settanta per cento dei cittadini avrebbe preferito che i lucchetti sparissero dal ponte.
Un ulteriore motivo di sorpresa è stata poi l’insolita inazione del sindaco sul piano delle istituzioni culturali: a Roma, si sa, negli ultimi anni nessuna manifestazione “spontanea e bella” può sfuggire all’istituzionalizzazione da parte del comune; e chissà se il sindaco aveva già immaginato per i lucchetti di Ponte Milvio una “Casa dell’amore”, a somiglianza delle analoghe iniziative della “Casa del jazz”, della “Casa del cinema”, della “Casa delle letterature”; e chissà se aveva già pensato di incaricare Goffredo Bettini di progettare una musealizzazione dei lampioni coi lucchetti. Purtroppo non lo sapremo mai. Il problema è che l’approccio veltroniano al governo della città ha ormai fatto scuola: una piccola esitazione gli è stata fatale e il presidente del municipio in mano alla destra, battendolo sul tempo, aveva già lanciato un concorso architettonico per la sistemazione dei pegni amorosi dal titolo “I lucchetti dell’amore”.
La Caporetto di Veltroni si è poi definitivamente consumata nella notte tra giovedì e venerdì; la crisi politica è stata risolta da un colpo di mano, da un’azione improvvisa che ha spiazzato tutti: alle prime luci dell’alba una mano anonima tagliava via i lucchetti dai lampioni di Ponte Milvio e li faceva sparire. E mentre qualcuno s’interrogava su presunti mandanti morali dell’atto vandalico, al sindaco non restava che allargare le braccia e rammaricarsi con amarezza di quel gesto di “gente stupida e senza poesia”. S’è poi scoperto che a rimuovere i sigilli degli innamorati non erano stati gli ultras del decoro urbano, ma due poveracci rumeni, due nomadi a quanto pare, che volevano rivendere l’acciaio dei lucchetti e farne qualche soldo; “gente stupida e senza poesia”, senza dubbio, ma del tutto estranea alla querelle politica sugli emuli di Step e Gin, e che piuttosto ha a che fare con quelle baracche in riva al Tevere che Berlusconi rimproverava a Veltroni non più tardi di dieci giorni fa.
Ora, un osservatore poco attento della politica di Veltroni potrebbe essere portato a concludere che la prima vera crisi politica in cui non fosse possibile dare ragione a tutti gli sia sfuggita di mano. E che quella di Ponte Milvio sia una sconfitta su tutti i fronti: una presa di posizione insolitamente impopolare, la scena rubata da un modesto presidente di municipio del centrodestra autore di un’iniziativa in pieno stile veltroniano, infine la crisi risolta con un colpo di mano da due poveri cristi invece che dalla propria indiscussa autorità.
Ma per comprendere l’azione del sindaco bisogna guardarne il disegno complessivo e il fine ultimo. Che nella fattispecie non è la sistemazione dei lucchetti, né il governo della città, né mettere tutti d’accordo (cosa che solitamente, peraltro, gli riesce piuttosto bene).
Guardare il disegno complessivo, dunque. E allora apparirà chiaro che la débâcle è solo apparente: il fine ultimo della battaglia politica, l’obiettivo più importante, quello per cui valeva la pena combattere e perdere, Veltroni l’ha centrato in pieno trasformando magistralmente la sconfitta politica in vittoria mediatica: quel riconoscimento di un ruolo che i numerosi libri pubblicati non gli avevano ancora dato, che Veltroni ha finalmente ottenuto allorché Federico Moccia lo ha ringraziato pubblicamente: “Fa sempre piacere – ha detto l’autore di ‘Ho voglia di te’ – ricevere la solidarietà di un collega scrittore”.

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