Saluti da Volo

Alla prima genovese di “Uno su due”, il film di Eugenio Cappuccio per metà film e per l’altra metà documentario uscito in questi giorni nelle sale italiane, c’era pure lui, il protagonista.
Fabio Volo non sai se è un intrattenitore, uno scrittore o semplicemente uno che piace alle ragazze (alla prima ce n’erano alcune con gli occhi illuminati), ma questa prova da attore, per uno che non è neanche attore, appare del tutto convincente. Volo interpreta Lorenzo, un avvocato un po’ stronzo che sta in un appartamento molto bello da 750 mila euro da cui si vedono il porto e i tramonti di Genova, organizza cene e feste con gli amici avvocati che dicono “belin” e parlano di lavoro, ha la fissa dei soldi e fa armeggi forensi di dubbia legittimità. E poi improvvisamente sviene. Lo portano al pronto soccorso, gli scoprono una macchiolina nel cervello e il film diventa drammatico. Nella camera d’ospedale conosce un camionista (un Ninetto Davoli poco sfornescion e molto adrianopappalardo) che sta morendo lontano dalla moglie e dalla figlia. Il resto è tutto rappresentazione della paura di Lorenzo che aspetta i risultati della biopsia. Insomma la trama è così, non è molto articolata, ma piacerà per questa sua linea tagliata con l’accetta. Tutto sta in un primo piano di Lorenzo che si guarda allo specchio del bagno e lo specchio gli rimanda indietro gli occhi di un avvocato non più stronzo, ma disperato, con una strizza fottuta di avere un tumore e che pensa: “Adesso che si fa?”. Volo è bravo. Bella la scena della sorella che – sconvolta dalla malattia di Lorenzo – gli chiede solo un abbraccio “di dieci secondi”: Volo rende perfettamente l’impaccio di uno che di abbracci non ne ha mai voluti perché non fa figo, ma adesso è tutta un’altra storia; e poi quella in cui Silvia, la sua compagna interpretata dalla bella e brava Anita Caprioli, se ne va dandogli del vigliacco, perché “siamo due single che si possono lasciare quando vogliono, no?”.
Fin qui il film. E poi – dicevamo – c’è il documentario. Di Genova e dell’Umbria, tanto che nei titoli di coda scorrono anche i nomi di due strutture pubbliche, la Film Commission del Comune di Genova e quella della Regione Umbria, che per mestiere promuovono l’immagine del territorio ospitando set cinematografici. Genova appare, come in una cartolina un po’ manierata, negli stacchi che dividono una scena dall’altra. E pare di stare in uno di quei vecchi film di spionaggio in bianco e nero dove, tra una pistola alla tempia e un Martini cocktail, c’è la ripresa larga e didascalica sul suk arabo o sul pescatore di merluzzi nel fiordo norvegese. In una scena, quella in cui Lorenzo prepara il minestrone, mi sembra di avere intravisto perfino il mortaio e il basilico per il pesto, ma non ne sono sicuro. Sono sicuro però che la vecchietta che alleva una gallina sul terrazzo è una citazione di Fabrizio De André che – dicono – in gioventù ne tenesse anche lui una sul terrazzo di casa e che, insieme al pesto e agli “svincoli micidiali”, è diventato parte integrante dei saluti-da-Genova.
Nel documentario c’è anche l’Umbria perché Lorenzo a un certo punto decide di andare a scovare la figlia del camionista – che si chiama Tresy e vive a Deruta – e di portargliela al capezzale. L’Umbria è quella del Monte Subasio dove una combriccola di amici di Tresy va a lanciarsi col parapendio e coinvolge anche Lorenzo. Anzi, Volo quando gira la scena sviene (davvero) e il video adesso è su You Tube in una sorta di trailer moltiplicato all’infinito per la gioia del produttore del film e della Regione Umbria. Comunque i colori della montagna, una certa rilassatezza naturale, il genius loci che si incarna in un rossiccio barbuto piuttosto estroverso ma legato alle cose contadine (“ma tu non c’hai fiji?”, chiede all’avvocato) sono l’Umbria che tira nelle agenzie di viaggio.
Insomma, alla fine del film ti alzi pensando che la storia è credibile, che Fabio Volo è all’altezza della situazione, che Genova sia un piatto di trenette al pesto e l’Umbria un posto di sani mattacchioni scarpe grosse e cervello quasi. Per un film drammatico con dentro un documentario mi pare il massimo.

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