Gli esempi del senatore Buttiglione

A me Rocco Buttiglione sta simpatico. Le spiegazioni dell’evento sono varie: assomiglia un po’ a mio padre nell’aspetto e nell’eloquio; ho assistito ad alcune sue lezioni di filosofia quando ancora non era entrato in politica e me lo ricordo chiaro, garbato e divertente; è un ciellino un po’ eretico e un democristiano non pentito (aspetti che io considero apprezzabili, la qual cosa mi rendo conto essere un problema mio e solo mio).
Sabato sera era ospite in televisione da Fabio Fazio. Gli è stato chiesto di spiegare la sua posizione contraria alla legge sui Dico. L’ha fatto al suo solito modo che, lo ripeto, io trovo simpatico. Non è partito da pregiudizi fideistici, non ha peccato di moralismo, ha provato a proporre un punto di vista laico sulla questione, argomentando etsi Deus non daretur in base a considerazioni sociologiche ed economiche, i cui presupposti sono – credo – accettabili da tutti (discutibili, forse, ma accettabili). Il suo ragionamento aveva il merito di contenere molti passaggi che non facevano una grinza. Tuttavia, credo che Buttiglione, nel merito, abbia torto.
In sintesi, Buttiglione ha argomentato così: i diritti socialmente riconosciuti alle coppie sposate non sono diritti individuali, bensì diritti che derivano dalle responsabilità e dai doveri che le persone sposate liberamente si assumono. Ha esemplificato: ha senso che tutti noi paghiamo per garantire la pensione di reversibilità a una vedova o a un vedovo perché in realtà quella persona ha in precedenza pagato di tasca propria per garantire qualcosa che fa bene all’intero corpo sociale.
Niente da eccepire. La posizione di chi evoca i diritti della persona a proposito delle conseguenze giuridiche che i Dico istituirebbero (ad esempio, quella adottata dall’editoriale di Left Wing del 12 febbraio scorso) mi sembra cada in un frettoloso semplicismo: in Italia, vivaddìo, la legge non ha niente da dire circa il diritto – quello sì personale e sacrosanto – di vivere la propria sessualità come meglio si crede, fatta salva la condizione di essere adulti, consenzienti e responsabili. Ciò che è in discussione sono i diritti sociali discendenti da un’assunzione pubblica di responsabilità. Verrebbe da dire: chi desidera gli stessi diritti di una coppia sposata si sposi, si assuma cioè anche tutti i doveri che il matrimonio civile impone a ciascuno dei coniugi.
Un altro punto esposto da Buttiglione sabato sera sul quale ha, a mio modo di vedere, parecchie ragioni è quello concernente il vero scopo dei Dico: istituire una sorta di “matrimonio omosessuale”. L’osservazione, ovviamente, non vale in merito alla questione di diritto, ma mi sembra molto sensata nei fatti. I conviventi eterosessuali hanno già a disposizione, nell’ordinamento italiano, diversi strumenti giuridici per assicurarsi quei diritti che i Dico concederebbero loro. In primis, per quanto detto sopra, il matrimonio civile. Se il dibattito pubblico si concentrasse sulla questione primaria, quella che veramente conta, forse si rischierebbe di cadere meno frequentemente in ipocrisie, falsi problemi, discorsi a suocera perché nuora intenda.
Tuttavia, il ragionamento di Buttiglione comincia a perdere vigore quando arriva al punto decisivo: l’identificazione di quale sia il contributo che due coniugi danno al bene comune, collettivo, sociale, grazie al quale deriverebbero a loro vantaggio i diritti che il matrimonio garantisce. Buttiglione la fa corta: il motivo per cui ciascuno dei coniugi gode dei diritti che derivano dal matrimonio è la generazione e l’educazione dei figli di cui i genitori si fanno carico. La famiglia tradizionale, dice il professore, è il luogo deputato alla venuta al mondo, alla crescita e alla formazione umana dei lavoratori di domani, di coloro che, con i loro contributi, pagheranno la pensione di coloro che lavorano oggi. Ciò, ovviamente, ha un costo altissimo (200.000 euro a figlio, ha quantificato Buttiglione, e non c’è motivo di dubitare dell’esattezza del calcolo) che grava interamente sulle tasche e sulla vita dei genitori, ma rifluisce beneficamente su tutto il corpo sociale. Inoltre, l’educazione dei figli comporta anche costi di altro tipo, ad esempio l’abbandono di prospettive di carriera da parte di uno dei due genitori (perlopiù, la madre). In sintesi: la famiglia tradizionale è il luogo in cui vengono al mondo e vengono educati i nuovi membri della società; ciò è cosa buona e giusta per tutta la società; è pertanto altresì buono e giusto che la società ricompensi chi si accolla l’onere dell’educazione dei nuovi membri della società concedendogli diritti, tutele, vantaggi.
L’argomento di Buttiglione non riesce convincente per un paio di semplici ragioni. La prima è che il professore sembra ignorare come pure le coppie di fatto (e anche le coppie omosessuali, o almeno – biologicamente – uno dei due componenti la coppia) possano avere figli. La seconda è che, contrariamente a quel che Buttiglione sostiene, il contributo che una coppia convivente dà all’intera società non è circoscritto alla formazione dei figli. Altrimenti non si capirebbe perché di alcuni fondamentali diritti derivanti dal coniugio possano godere anche coppie che non hanno prole, per scelta o per altro motivo. Insomma: il ragionamento di Buttiglione, impeccabile nelle premesse formali, fa acqua quando prova a riempirsi di contenuto.
Il motivo per cui è sensato concedere benefici e diritti a una coppia sposata è che essa realizza, laddove liberamente è istituita, una forma di solidarietà sociale (di cui la comune responsabilità verso i figli e la loro educazione è solo un aspetto, al pari, ad esempio, del mutuo sostegno economico, dell’assistenza reciproca in salute e malattia, eccetera) che la legge riconosce come cemento di una convivenza civile più serena, pacifica, ordinata, in una sola parola conveniente per tutti. Due persone che convivono, che abbiano o non abbiano figli, si prestano mutua assistenza, affrontano insieme la vita, fanno bene all’intera società proprio perché contribuiscono a dare a essa stabilità.
Oltretutto, questo modo di intendere le cose mi risulta faccia parte integrante – come corollario del più ampio principio di sussidiarietà – di quel corpo di concezioni che viene complessivamente definito “Dottrina sociale cattolica”. Intendiamoci: non sto dicendo che tale visione è esclusivamente cattolica. Dico che la visione cattolica (più precisamente: del magistero sociale cattolico) dei rapporti tra individuo, società e Stato la include: laddove la società crei, per così dire spontaneamente e indipendentemente da qualsiasi istituzione giuridica, forme di associazione finalizzate al perseguimento di un bene comune, la legge ha il dovere di sostenerle. A me sembra che il “bene comune” realizzato da ogni forma di convivenza stabile (quale che sia lo status giuridico o l’orientamento sessuale dei conviventi) meriti tale sostegno. Si tratterà, semmai, di discuterne la forma e le condizioni.
In poche, semplici parole: l’impostazione stessa del discorso di Buttiglione (della cui impeccabilità mi pare si debba dar merito a Buttiglione) induce a dare torto alle conclusioni di Buttiglione. Chissà come mai Buttiglione – che, lo ribadisco, mi sta molto simpatico – non se ne accorge.

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