L’Anno Zero del Pd

Nei giorni in cui i due principali partiti del centrosinistra si apprestavano a dare vita al Partito democratico – attraverso un grandioso processo costituente che mentre scriviamo sta raccogliendo oltre due milioni di cittadini – a dominare il dibattito pubblico erano (ancora) la crisi della politica e la rivolta contro i partiti, considerati come oligarchie autoreferenziali e improduttive (la “casta”). Questo è il paradosso con cui da tempo il Partito democratico deve fare i conti, prima ancora di nascere.
Questo paradosso non è infatti una novità. Da oltre un anno, in proposito, abbiamo formulato qui due previsioni. La prima, molto pessimistica, riguardava l’imminente ritorno degli anni Novanta (o l’impossibilità di uscirne, se si preferisce); la seconda, molto ottimistica, era legata alla convinzione che proprio con la nascita del Pd – e solo con la nascita del Pd – dagli anni Novanta l’Italia sarebbe finalmente uscita. La prima delle due previsioni è ormai largamente condivisa, e non serve tornare ad argomentarla. La seconda previsione, ovviamente, è ancora tutta da dimostrare. Ma l’enorme affluenza alle primarie è senza dubbio un potente segnale in controtendenza.
Resta però la tendenza. Quel novantismo che ci pare magnificamente rappresentato dalla recente intervista di Michele Santoro contro il presidente del Consiglio, accusato di “delegittimare” la televisione per le sue critiche alla puntata di Anno Zero sul caso De Magistris. Almeno dal punto di vista giornalistico, si sarebbe tentati di dare ragione a Santoro: la notizia è quella. Negli ultimi tempi, infatti, il novantismo è andato talmente avanti, che a fare scandalo ormai è il fatto che le istituzioni si permettano di delegittimare la televisione, e non viceversa. Per Romano Prodi si potrebbe profilare il reato di attentato alla costituzione materiale della Seconda Repubblica.
Prosegue, nel frattempo, la campagna contro il governo: contro il suo “dirigismo”, contro la sua politica fiscale, contro la sua politica in materia di pensioni e mercato del lavoro. Più esattamente, la campagna contro la pretesa del governo di condurre una politica industriale, fiscale e sociale quali che siano, sottraendosi ai dettami del liberismo sedicente “di sinistra” e dei raffinati sostenitori di tutte le Agende Tafazzi del mondo. Di qui le incessanti campagne contro la “casta” dei partiti e contro “L’altra casta” – indimenticabile copertina dell’Espresso – che ovviamente non sono né i banchieri né i grandi imprenditori che controllano la finanza e la stampa, ma i sindacati dei lavoratori. Dall’altra parte, però, stanno quelle caste chiuse e autoreferenziali, incapaci di parlare al paese, che nell’ultima settimana hanno mobilitato cinque milioni di lavoratori (i sindacati con il referendum sul welfare) e oltre due milioni di elettori (i due principali partiti del centrosinistra con le primarie). Ce ne sarebbe abbastanza per riflettere a lungo su quali siano le oligarchie autoreferenziali e incapaci di rappresentare il paese, nell’Italia di oggi.
Anche questo è un colpo non da poco alla costituzione materiale della Seconda Repubblica, al novantismo, all’ideologia del cittadino-utente-consumatore-elettore fondata sull’emarginazione dei corpi intermedi e dei partiti di massa. Gli anni Novanta sono però, insieme, gli anni di Mani Pulite e gli anni della “discesa in campo” berlusconiana. Il novantismo ha quindi due declinazioni radicalmente diverse: l’una di destra (sedicente) liberale, elitista e conservatrice, rappresentata dall’attuale vertice confindustriale e dal Corriere della sera di Paolo Mieli; l’altra di destra popolare e rivoluzionaria – o populista e reazionaria, se si preferisce – rappresentata da Silvio Berlusconi.
La prima tende spesso a presentarsi come “di sinistra”, ed è oggetto di un interessantissimo pamphlet appena uscito in libreria (“Il partito della decadenza”, Boroli editore) a firma di Lodovico Festa, che è invece un convinto sostenitore della seconda corrente del novantismo, quella della rivoluzione “democratica” guidata da Berlusconi e dalla Casa delle libertà (contro l’establishment confindustriale e il “circuito mediatico-giudiziario”).
Semplificando, Festa contrappone il celebre endorsement del centrosinistra prodiano da parte di Mieli, ai fischi degli industriali di Vicenza contro Montezemolo e Della Valle (con ovazioni per Berlusconi). Il partito della decadenza rappresentato dalla manomorta di Confindustria e Cgil sul governo, contro il partito del movimento e del rinnovamento (testimoniati dalla battaglia perduta sull’articolo 18, dalla legge Biagi e dalla riforma Maroni delle pensioni). Centrosinistra ed establishment confindustriale, grande impresa e sindacati alleati contro la “rivoluzione” berlusconiana, contro i piccoli imprenditori del Nord-est (già spina dorsale della Confindustria di Antonio D’Amato), contro “l’Italia che produce”. Il sottotitolo del libro recita infatti: “Gli anni di Prodi e Montezemolo”.
L’analisi di Lodovico Festa contiene certamente un grano di verità, ma si scontra con quanto dichiarato – peraltro lo stesso giorno, sabato 6 ottobre – dall’editore di Repubblica e dal direttore del Corriere. De Benedetti ha detto che l’attuale legge elettorale va cambiata, e che su questo “in teoria siamo tutti d’accordo, ma poi non troviamo la forza e il coraggio per farlo”. Mieli ha detto che sono “chiacchiere” quelle di chi dice che oggi si possono fare le riforme, perché per farle servirebbe “uno statista”, che oggi non c’è. Dunque – Mieli lo dice esplicitamente, De Benedetti lo lascia all’intelligenza dei suoi ascoltatori – meglio andare “subito” al voto. Da notare che entrambi sono da anni tra i principali sostenitori di Veltroni, se non per le sue doti di “statista” – a quanto pare – perché lo considerano come lo strumento migliore per liberarsi dell’attuale governo.
Proprio sulle riforme costituzionali ed elettorali, però, Veltroni ha investito molto. Da tempo ripete che senza quelle riforme le elezioni sarebbero praticamente inutili. E senza una riforma – almeno – della legge elettorale, l’avvicinarsi del referendum produrrà quasi certamente la caduta del governo Prodi. La Corte costituzionale deciderà dell’ammissibilità dei quesiti in gennaio. Se il suo giudizio sarà favorevole, come appare probabile, e se un accordo su una nuova legge elettorale non sarà stato ancora raggiunto, sarà allora molto difficile convincere i partiti minori della maggioranza a non provocare una crisi dell’esecutivo, pur di evitare la consultazione.
Uscito trionfalmente dal voto delle primarie, Walter Veltroni si trova dunque dinanzi a un bivio: una strada ci riporta dritti dritti agli anni Novanta; l’altra ce ne porta, finalmente, fuori. La prima passa, ancora una volta, da un referendum; la seconda da un accordo in parlamento sulla legge elettorale. Se l’enorme affluenza alle primarie si tradurrà effettivamente nel segnale di un’inversione di rotta e in un rafforzamento del governo – o viceversa – dipenderà dunque, in grande misura, da lui. E così si vedrà se il Pd si rivelerà davvero il Partito democratico di cui l’Italia ha bisogno, o invece il Partito della decadenza che l’Italia tiene paralizzata da oltre quindici anni. E così si vedrà anche se alla fine della conta aveva ragione Lodovico Festa, o se avevamo ragione noi.

   
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