Meglio soli

Allo stato è probabile che si andrà al voto con la legge elettorale approvata dal centrodestra prima delle ultime elezioni, a ridosso della rovinosa caduta del governo Prodi al Senato e in uno dei momenti di maggiore difficoltà nel rapporto del centrosinistra con l’opinione pubblica. Si potrà discutere a lungo sulle responsabilità politiche che ci hanno condotto a questo esito. In questo momento, però, c’è il rischio che la valutazione dell’operato del gruppo dirigente del Pd in questi mesi condizioni il giudizio su ciò che il nuovo partito è chiamato a fare in un passaggio così delicato.
Questo vale, in particolare, per quanti ritengono (non senza qualche fondata ragione) che talune scelte e oscillazioni della segreteria nazionale del Pd in materia di riforma elettorale e di rapporto con gli alleati abbiano concorso a determinare la situazione attuale. Per quanti in questi mesi hanno sostenuto che una riforma elettorale ispirata al modello tedesco fosse l’unico ragionevole e utile punto di equilibrio fra le diverse posizioni in campo, e che il Pd dovesse lavorare con convinzione a una soluzione di questo tipo, è oggi fin troppo facile sottolineare l’errore di aver inseguito un’improbabile intesa con Silvio Berlusconi su un modello “più disproporzionale” (secondo l’illuminante formulazione che fu adoperata per descrivere le virtù del “Vassallum”). È evidente come ciò abbia indebolito l’intesa con quelle forze, in primo luogo l’Udc e Rifondazione comunista, che avrebbero potuto costituire assieme al Pd un fronte riformatore ampio e unito, partendo dal quale il confronto con la destra avrebbe avuto qualche possibilità di successo in più. Allo stesso modo, è difficile ipotizzare che abbia giovato alla tenuta della coalizione di centrosinistra, alla vigilia della settimana più difficile per il governo Prodi, l’enfasi con la quale è stato annunciato un fatto in realtà abbastanza normale, ossia che il Pd si presenterà alle elezioni con il proprio simbolo, indipendentemente dal sistema elettorale in vigore.
Sarebbe sbagliato, però, derivare dalla critica agli errori compiuti dalla segreteria nazionale negli ultimi mesi il rifiuto automatico della tesi, ripetuta tante volte da Walter Veltroni in questi giorni, secondo la quale il Pd debba superare l’attuale assetto del centrosinistra e accettare solo quelle alleanze compatibili con il proprio programma di governo. Credo, invece, che questa posizione sia fondata e che anzi essa debba essere sostenuta proprio da chi auspica una riforma elettorale e istituzionale di tipo tedesco e difende un’idea di partito coerente con questo impianto.
Non voglio adoperare l’argomento dei sondaggi, che in maniera abbastanza univoca indicano come il Pd, liberato da coalizioni non omogenee, abbia un potenziale elettorale accresciuto di diversi punti percentuali. Di per sé, questo non sarebbe un argomento, soprattutto se una riedizione della vecchia coalizione avesse una concreta possibilità di sconfiggere il centrodestra e di impedire il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi. Ma è proprio questa possibilità che non solo i sondaggi, ma lo stesso senso comune sembrano escludere. Le analisi demoscopiche segnalano anzi (anche in questo caso in modo piuttosto univoco) come il bacino elettorale del centrodestra tenda a crescere ulteriormente nel caso in cui il Pd si presenti alleato alla sinistra radicale. Nella situazione data, pertanto, non è certo il superamento di questa alleanza che favorisce la vittoria di Berlusconi. All’opposto, il Pd mostra una capacità di intercettare un certo elettorato di frontiera e di rendere perciò più contrastata la vittoria del centrodestra solo se valorizza al massimo la novità e il coraggio di superare la logica delle “coalizioni contro” e di puntare sulla chiarezza del proprio progetto.
Ma ci sono anche ragioni meno contingenti che suggeriscono di non ricostruire il vecchio centrosinistra. Una delle caratteristiche fondamentali di quella che Roberto Gualtieri ha efficacemente descritto come la “cultura politica della Seconda Repubblica” è stata la priorità delle coalizioni sui partiti. Le coalizioni hanno incarnato lo “spirito del maggioritario”, mentre i partiti, sempre più deboli, piccoli, incerti nella loro identità culturale, talora perfino a vocazione personale o familiare, si limitavano sempre di più a un ruolo di distribuzione delle cariche e delle candidature. La nascita del Partito democratico e l’opzione per una democrazia parlamentare basate su grandi forze politiche di stampo europeo devono segnare il rovesciamento di questa impostazione: il ruolo primario di elaborazione programmatica e culturale torna ai partiti, le coalizioni non costituiscono più il tratto identitario decisivo delle forze politiche, ma diventano l’esito sempre reversibile di una scelta fondata di volta in volta su un progetto di governo condiviso.
Né può valere l’argomento secondo il quale così si giungerebbe alla dissoluzione del centrosinistra in tutte le amministrazioni locali. La perfetta corrispondenza tra quadro politico nazionale e alleanze locali è un altro aspetto dell’ideologia della Seconda Repubblica che ha fatto il suo tempo. Questa simmetria forzata non esisteva prima del 1993 e non esiste, ad esempio, in Germania. Le alleanze locali vanno costruite anch’esse, caso per caso, in ragione della condivisione di un progetto amministrativo, non per realizzare una schematica uniformità al quadro politico nazionale. È indubbio, peraltro, che nell’ultimo quindicennio l’innovazione del sistema elettorale abbia funzionato in media meglio a livello locale che nazionale. Ciò è dipeso anche dal sistema a doppio turno in vigore per i comuni e le province, oltre che dalla diversa natura dei problemi da affrontare a livello nazionale. Ma non è un caso che, pur in presenza dell’elezione diretta dei vertici amministrativi, le esperienze che hanno fornito la prova migliore siano quelle in cui gli amministratori locali hanno costruito coalizioni e programmi calibrati sulle esigenze delle rispettive comunità, e non quelle in cui ci è preoccupati soprattutto di costruire le alleanze più larghe possibili (anche a prescindere da qualsiasi intesa su come gestire i servizi essenziali), offerte come modello alla coalizione nazionale, magari in previsione della propria successiva carriera politica.
Conviene infine ragionare su un’ulteriore motivazione, più legata agli aspetti tecnici dell’attuale legge elettorale. Questa prevede soglie di sbarramento differenziate a seconda che i partiti facciano o meno parte di coalizioni che superino il 10 per cento dei voti alla Camera. Per i partiti che fanno parte di coalizioni che superino questa soglia, lo sbarramento è fissato al 2% (addirittura, si ricorderà, vi è l’incredibile indicazione del recupero della “migliore lista sotto soglia” tra quelle coalizzate), mentre per i partiti non coalizzati o compresi in una coalizione sotto il 10 per cento, la soglia sale al 4. Tradotta rispetto all’attuale configurazione del centrosinistra, questa norma implica che, se il Pd non si alleerà con i partiti della sinistra radicale, questi non potranno che convergere in una lista unitaria, visto che non è affatto detto che la sinistra radicale superi nel suo complesso il 10 per cento, e che né Verdi, né Pdci, né Sinistra democratica possono realisticamente pensare di raggiungere da soli la soglia del 4. Si tratterà poi di vedere cosa succede al Senato (dove, come è noto, il sistema di ripartizione dei seggi e del premio di maggioranza è integralmente su base regionale), ma certo il forte impulso alla nascita di un soggetto unitario alla sinistra del Pd sarebbe un fatto grandemente positivo, almeno per due ragioni. In primo luogo, il venir meno della competizione tra quattro soggetti politici che occupano grosso modo lo stesso spazio elettorale eliminerebbe quella rincorsa ad assumere la posizione più “urlata” che ha segnato la vicenda di questi anni, pur in presenza del vincolo di governo. Da ultimo, basti osservare la corsa di questi partiti ad annunciare, subito dopo la caduta di Prodi, il no al rifinanziamento delle missioni militari all’estero (a proposito, come farebbe il Pd a stringere una nuova alleanza elettorale organica in presenza di queste posizioni in politica estera?). In secondo luogo, la costruzione di un soggetto unitario in grado di attestarsi stabilmente oltre il 5 per cento è la condizione perché le forze della sinistra radicale non solo sfuggano a una competizione intestina che le condurrebbe a una deriva estremistica e “antisistema”, ma siano anche pronte ad affrontare il tema della riforma elettorale e istituzionale nella prossima legislatura.
Questo tema si riaprirà inevitabilmente dopo le elezioni, specie se la vittoria di Berlusconi sarà meno trionfale di quel che lui oggi crede. Il Pd, pur partendo dalla non facile situazione attuale, può rappresentare la novità decisiva delle prossime elezioni, in grado di determinare un risultato oggi difficilmente immaginabile. Questa novità, se non vuole rimanere una semplice predicazione “nuovista”, ma vuole diventare un fatto politico reale, deve concretizzarsi in comportamenti conseguenti. In una battaglia elettorale del genere, il profilo e la missione del nuovo partito possono davvero iniziare a prendere forma. Di fronte alla marea antipolitica, si può iniziare a recuperare quella credibilità che deriva dal compiere, a differenza dei propri avversari, scelte rischiose ma coerenti con le riforme di sistema che si propongono al paese.

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