Americanismo e obamismo

Nel 1928 Mino Maccari pubblicava a Firenze, da Vallecchi, il suo “Trastullo di Strapaese”, dove criticava l’americanismo ribadendo il concetto che “dietro l’ultimo italiano c’è cento secoli di storia”. Sarebbe meglio “ci sono”, ma lui era senese e la lingua toscana ha sempre ignorato le regole miopi dell’italiano. Antonio Gramsci, più ruvidamente sardo, nel 1934 citò quel Maccari quando, nel quaderno 22, si occupò in maniera sistematica di “americanismo e fordismo”.
Vengono in mente questi due nostri antenati assistendo alla frenesia che sta contagiando molti per le primarie Usa, i caucus indiani riproposti come modo di socializzare, gli slogan adottati senza neppure tradurli. Si ha quasi l’impressione che la moda strisciante che portò Vittorini a costruire nel 1942 l’antologia “Americana” e Cesare Pavese a tradurne i classici, e l’avventura di Nanda Pivano al seguito della Beat Generation, per non parlare delle conseguenze italiane dei movimenti di Berkeley o dei figli dei fiori, siano roba da ridere di fronte al nuovo innamoramento collettivo, che vede nascere il primo circolo telematico del Pd chiamato nientemeno “PdObama”, e che fa seguire le primarie dei democratici con la medesima passione con la quale i comunisti togliattiani seguivano le partite della nazionale di calcio sovietica, rigorosamente schierati con l’Unione Sovietica anche quando giocava contro la nazionale italiana.
Prima che la cosa venga considerata normale, e prima che la banalità universale riassorba questi segni dei tempi, forse varrebbe la pena di capire meglio se il gioco è davvero ingenuo e folcloristico, alla Alberto Sordi che si innamora di Kansas City, oppure se ci sia dietro una qualche maliziosa intenzione di contrapporre ad antiche devozioni (al Pcus, al Pse, o a chissà che) una nuova paccottiglia di specchietti per i selvaggi, un po’ per scacciare chiodi attraverso altri chiodi, e un po’ per indossare casacche che non possono riguardare la sinistra, o il centrosinistra, italiani.
Sta di fatto che il nuovo americanismo nasconde pratiche basse. Sono state chiamate “primarie” quelle votazioni su liste diverse che hanno incoronato il 14 ottobre Veltroni, già indicato segretario del Pd da chi di dovere. Chi ha osservato che Veltroni non avrebbe potuto perdere, mentre negli Usa il risultato è incerto fino alla fine, non ha detto niente di peregrino. Tuttavia il vero punto di differenza stava nelle liste a supporto di Veltroni, composte da aderenti a correnti che non sono state riconosciute, e la cui percentuale ottenuta non ha significato una percentuale di potere, repressa e dispersa.
Inoltre è accaduto che chi è stato eletto il 14 ottobre nelle due costituenti (nazionale e regionali) ha solo parzialmente potuto svolgere il proprio mandato, essendo stato nazionalmente sostituito da commissioni più ristrette, ed essendo stato regionalmente congelato senza essere sostituito da niente. In compenso, i costituenti nazionali e quelli regionali sono diventati inaspettatamente membri “di diritto” (?) di tutti i nuovi gruppi dirigenti (regionali e comunali), peraltro riuniti soltanto per eleggere i coordinatori e poi lasciati nel medesimo frigorifero nel quale sono conservati i costituenti regionali in attesa del sole di Ferragosto.
Cosa ha a che fare tutto questo con il nuovo “americanismo”? Forse poco, forse parecchio. Si tratta di capire se questo partito poco radicato nel territorio, che esce allo scoperto solo per votare i candidati alla Casa Bianca e poi va in letargo, debba essere sbandierato come modello nel mentre si dà vita a una cosa simile a quella governata da Berlusconi, “monarchica al centro e anarchica in periferia”.
E’ possibile che Veltroni abbia avuto ragione nella scelta di andare da solo, e nella scelta di umiliare il Psi di Boselli e di Angius. E anche, un pochino, i Radicali. E anche nella scelta di fidanzarsi con Di Pietro. Quello che è certo è che di quelle scelte non si è discusso in nessun coordinamento regionale e in nessun coordinamento provinciale d’Italia, mentre lo si sarebbe potuto e dovuto fare. E’ egualmente possibile che le liste di parlamentari sicuramente eletti fatte dal Loft siano le migliori in senso assoluto, o relativo, o quello che si voglia. Ma è altrettanto certo che neppure sul risultato finale si è voluto discutere in nessun coordinamento regionale o provinciale, mentre lo si sarebbe potuto e dovuto fare.
Forse negli Usa si fa così. Nei nostri partiti italiani si faceva in tutt’altro modo. E le patetiche riunioni dei circoli comunali che Franceschini ha citato a Ballarò come garanzia democratica nella formazione delle liste sono state una vegogna di finzione da anni rifiutata nel partito dei Democratici di sinistra. L’assenza di procedure democratiche in questa fase della nascita del Pd viene descritta dagli animatori del grande processo di innovazione in atto come una necessità momentanea. Nel frattempo, chi non avesse niente da fare può impegnarsi nella campagna elettorale. Italiana, ma anche americana, seguendo sui siti internet i vari stati nei quali Clinton e Obama si contendono voti e delegati. L’importante è non seguire le elezioni spagnole e quelle amministrative francesi, per non confondersi. Il socialismo è vecchio e fuori uso. Il nuovo sono i democratici. L’asinello contro l’elefante è cosa sana. Così come le primarie e gli slogan in inglese. Quando tira aria di bandiere rosse, quando si canta l’Internazionale, bisogna andarci con i piedi di piombo e distinguendo assai. L’unica cosa moderna, nuova e valida è l’uomo della Provvidenza solo al comando, nel pullman o nel loft.
Mino Maccari, ottanta anni fa tondi, scrisse il “Trastullo di Strapaese”. Lui era di destra. Addirittura fascista. Forse non sta bene citarlo, anche se Antonio Gramsci lo fece proprio per capire meglio il nesso tra provincialismo e americanismo. Ottanta anni dopo potrebbe darsi che ci facciamo prendere troppo dall’americanismo alla Alberto Sordi e dalle primarie di Kansas City, dimenticando alcuni passaggi per i quali si sono battuti tutti coloro che in Italia hanno creduto fondamentale la democrazia e, in un certo senso riformista, laico e libertario, perfino il socialismo. Se così fosse dovremmo riscrivere il saggio gramsciano, cambiando una sola lettera. Invece di “americanismo e fordismo”, scriveremmo “americanismo e sordismo”: l’americanismo alla Alberto Sordi.

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