Un labirinto senza pareti

Esistono, spiega Kant nella “Critica del Giudizio”, un modus aestheticus e un modus logicus: il giudizio procede secondo il modus logicus solo quando obbedisce a principi determinati, mentre segue il modus aestheticus quando non dispone di siffatti principi. Il che non vuol dire che non disponga di nulla e che non proceda affatto. Non vuol dire neppure che proceda a casaccio, altrimenti non sarebbe un modo o una maniera di procedere. Procede invece in base a un sentimento, parola che però gode di così poco credito che è bene fornire subito un’altra traduzione. Diremo allora che esso si orienta. “Che cosa significa orientarsi nel pensiero” è infatti il titolo di un famoso, piccolo saggio kantiano, dedicato, potremmo dire, alla umana capacità di raccapezzarsi anche quando, appunto, mancano i principi. Se per esempio siete in un labirinto, e dovete venirne fuori, la soluzione c’è, perché c’è il principio: tenete sempre la destra camminando lungo le pareti, e vedrete che arriverete all’uscita, che siate o no capaci di orientarvi, e indipendentemente dalla complessità del labirinto. Ma questo accade perché e finché i labirinti in questione hanno forma e struttura determinata: qui la soluzione è “logica”. Non sempre però i problemi hanno questa forma. Ed è allora che entra in gioco il senso dell’orientamento. Che un po’ è una dote naturale, un po’ no. Un po’ farà appello a quelle che gli scienziati chiamano “costanti antropologiche”; un po’ si appellerà all’esperienza, alla storia, all’educazione. Ed è vano voler districare quanta parte del nostro lumen naturale – di questo, in fondo, si tratta – è davvero naturale, e quanta parte invece è storica: quanta storia vi è nella nostra naturalezza, e quanta natura c’è nella nostra storicità. Il risultato è che da un certo senso delle cose lasceremo che sia guidato il nostro giudizio, il quale non sarà quindi mai del tutto privo di bussola.
Chi però ama solo le rotte dritte e definitive si ritrae inorridito di fronte a tanta finesse; se poi è un gesuita a farne esercizio, allora vi vede solo “grigiore gesuitico”. Se il cardinal Carlo Maria Martini, nel suo “Il coraggio della passione. L’uomo contemporaneo e il dilemma della scelta” (Piemme), scrive dunque che “non è facile stabilire quando cominci esattamente una vita umana, soprattutto quando possa essere chiamato «persona» o «individuo» e sia soggetto di diritti e doveri”, e anche che “il momento preciso della morte non è facile da stabilire”, Giuliano Ferrara non vi riconosce buon senso, e un primo tentativo di raccapezzarsi, ma solo “idee etiche relativistiche buone per opacizzare i chiari confini che definiscono il nostro inizio, la nostra vita e la nostra morte”. Quel che colpisce in tale nettezza di giudizio è il non riconoscere alcuna capacità di orientarsi nel pensiero a chiunque non veda la chiarezza inequivocabile con cui si disegnano i confini della vita e della morte. Il fatto è che l’intera riflessione di Martini vede invece quel che Ferrara, per non vedere, squalifica come “gesuitico”, o come “relativistico”: che i confini della vita umana sono disegnati con spietata nettezza solo a condizione che la vita umana sia definita su un piano esclusivamente biologico. Questa condizione, ovviamente, ha da essere a sua volta stabilita, e tutto si può dire meno che sia chiaro come e in che modo essa vada stabilita. A Ferrara verrà facile e chiaro dire che è stabilita senz’altro in natura, ma il punto è precisamente che occorre prima stabilire che sia in natura che va stabilito cosa è un uomo, per poi godere della conseguente, pacificante chiarezza. Di più: posto pure che lo si possa e lo si debba stabilire su questo esclusivo terreno naturale (il quale poi, sia detto en passant, è a sua volta anche storico, perché quel che si definisce naturale oggi, ieri non lo si conosceva neppure – e tuttavia si era fra uomini – e ovviamente potrà cambiare domani), si sarà forse ottenuta grande chiarezza nel tracciare i confini della vita e della morte dell’uomo, ma si sarà ridotto l’uomo a un pezzetto di natura, e ci vorrà una buona dose di soprannaturalismo per tirarlo fuori dal mondo della natura e ridargli un valore morale, storico, e insomma propriamente umano. Ferrara, infatti, si sgomenta di fronte alla “vita di questa particella della natura che è l’uomo […] considerata con il beneficio dell’inventario tecno-scientifico”, come se, tolto di mezzo l’inventario (cosa che all’umanità storica non mi sentirei di consigliare), ci fosse da rallegrarsi all’essere ridotti a mere particelle di natura.
Ma il fatto è che appunto la dimensione tecno-scientifica appare qui come una pura invenzione. Cioè come arbitrio, quindi come violenza. Peggio: come violenza capace ormai di tutto. E se la tecnica è capace di tutto, allora “niente è vero e stabile” e “tutto è sfuggente e storico”. Grazie allo spauracchio della tecnica, il tanto temuto relativismo si presenta immediatamente come “nullismo”, con la stessa consequenzialità con la quale chi oggi scoprisse che la Terra si muove potrebbe concludere atterrito che dunque tutto, ma proprio tutto si muove: anche la propria casa, anche il proprio giardino. E in effetti, d’accordo: tutto si muove, ma per fortuna a velocità diverse, e senza che ciò impedisca di avere casa, di coltivare il proprio giardino, e insomma di orientarsi nel pensiero.
Nella sua riflessione, dopo avere detto che non è facile stabilire quando la vita umana, in quanto umana, nasce e finisce, il cardinal Martini ragiona su ciò che significa vita sulla base degli usi della parola, sia genericamente linguistici che propriamente scritturistici. Ci vuole molta sapienza biblica, molta finesse, ma anche senso storico e morale, per orientarsi in questo ambito. Bisogna anzitutto essere uomini, per accettare di interrogarsi su cos’è umanità a partire dal modo in cui gli uomini stessi ne parlano. Ma se si ha paura di essere uomini, se non ci si fida delle parole degli uomini, se si teme di portare il peso dei dubbi e delle difficoltà che la condizione umana comporta, si può fare come Ferrara, decidere che i chiari confini ci vogliono, andarli a prendere nella natura, così come il biologo dice che sia, e finirla con la discussione. Che in effetti non è cosa – la discussione, intendo – di cui si rinvenga traccia significativa nelle particelle di natura, cioè negli uomini che Ferrara ha relegato entro “chiari confini”.

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