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Il silenzio degli economisti

Qualche anno fa Robert Barro, professore di economia a Harvard, sostenne che una delle mosse più abili della cosiddetta rivoluzione delle aspettative razionali era stata proprio quella di usare il termine “razionale”. I contestatori di quell’approccio furono così costretti a fare i conti con un dilemma: schierarsi dalla parte dell’irrazionalità o descrivere gli altri come irrazionali, entrambe posizioni molto scomode per qualunque studioso. Sta soprattutto qui, secondo me, la grande forza – ma in ultima istanza anche la debolezza – di un modo di pensare che ha egemonizzato la cultura occidentale negli ultimi trent’anni. Una forza esaltata dalla lunga stagione conservatrice in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dopo l’attenta opera di preparazione svolta nei decenni precedenti dalla scuola liberista di Chicago e dai vari think tank che vi ruotavano intorno. E che ha introdotto nel lessico comune espressioni e frasi fatte che avevano come denominatore comune la sfiducia nelle istituzioni, nella politica, nei partiti, nelle regole e nei vincoli normativi. La storia di un paese, la distribuzione del reddito e della ricchezza, le sue istituzioni, non contavano più nulla. I corpi intermedi, i sindacati, le organizzazioni sociali e le realtà associative erano da mettere in condizione di non nuocere. La proprietà pubblica andava smantellata e consegnata ai privati, unici depositari dell’efficienza economica. In poche parole, tutto doveva essere affidato al mercato.
La crisi finanziaria ed economica ha chiuso questo lungo periodo di egemonia incontrastata. Nel giro di pochi mesi sono stati riabilitati Keynes, Marx, la centralità della politica economica, l’importanza delle regole nei mercati finanziari e delle merci, per arrivare fino ad ammettere la rilevanza della distribuzione dei redditi e della ricchezza nella definizione dei sentieri dello sviluppo. Contemporaneamente sono finite nel mirino della critica le scelte degli anni Novanta, dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale al massiccio processo di privatizzazione senza regole che fu avviato nel blocco ex-sovietico e che ha portato alla costruzione di un capitalismo oligarchico assai lontano da quello che aveva in mente Adam Smith.
A questo interessante dibattito culturale l’Italia sembra però essere estranea. Lo è la politica, spesso incapace di cogliere le novità di questo “cambiamento d’epoca”, prigioniera com’è di vecchi schemi. Lo sono soprattutto gli intellettuali e gli opinionisti, ancora fermi ai vecchi mantra conditi tutt’al più da un keynesismo d’emergenza che ricorda vagamente quello in voga in tempi di guerra. Eppure proprio gli eventi degli ultimi mesi dovrebbero aiutarci a guardare criticamente a quella retorica liberista che ha trovato terreno fertile nel progressivo indebolimento del sistema politico della Seconda Repubblica, alimentando una traumatica degenerazione della nostra democrazia economica. Un processo che ha portato, fra le altre cose, alla liquidazione dell’industria pubblica, giustificata da un lato con le precarie condizioni del bilancio dello stato e dall’altro con il presupposto – tutto ideologico – che un’impresa pubblica fosse per definizione meno efficiente di una privata. Si è finito così per mettere sullo stesso piano aziende insignificanti per l’economia del paese (come le fabbriche di panettoni entrate misteriosamente a far parte delle partecipazioni statali) e imprese elettromeccaniche e ad alta tecnologia che nei loro comparti erano leader mondiali. Nessuno si curò poi del fatto che queste imprese potessero cadere in mano straniera (come successe al Nuovo Pignone e alla Elsag Bailey), in virtù del convincimento – anche questo molto ideologico – che in una economia globale la sede geografica della proprietà debba essere considerata irrilevante.
Ma la cosa peggiore è stata la grave sottovalutazione della specificità del sistema industriale italiano rispetto al resto d’Europa. Una struttura basata essenzialmente su tre pilastri, all’incirca equivalenti in termini di prodotto e fra loro strettamente legati.
Il primo era costituito dall’industria di stato, in cui si concentrava quasi tutta la produzione ad alto contenuto tecnologico. Una caratteristica, questa, che dipendeva sia dal fatto che l’alta tecnologia era costosa e con una redditività aleatoria, sia dalla considerazione – tipica nei paesi industrializzati – che essa era rivolta prevalentemente al mercato pubblico (difesa, trasporti, telecomunicazioni…) quindi di interesse nazionale.
Secondo pilastro erano cinque grandi gruppi privati (Agnelli, Ferruzzi, Pirelli, De Benedetti e Fininvest, quest’ultima praticamente assente dal settore manifatturiero), con una concentrazione di potere senza eguali in Europa. Si trattava di gruppi che non presentavano specializzazioni ben definite, presenti in settori anche molto diversi fra loro (altra anomalia), sia industriali sia di servizi, per non parlare del settore finanziario, a cui comunque avevano facile accesso grazie a un rapporto privilegiato con le banche. Tutti questi settori erano a basso contenuto tecnologico, ma garantivano una buona redditività a breve termine (spesso integrata da qualche trasferimento pubblico). Una scelta sicuramente vantaggiosa per i proprietari, ma altamente dannosa per lo sviluppo del paese.
Ultimo pilastro era quello delle piccole e medie imprese, che producevano utili, esportavano sui mercati internazionali, occupavano circa l’80 per cento del settore industriale, ma che – per ragioni dimensionali – avevano scarsa capacità innovativa autonoma. Inoltre erano fortemente dipendenti dal credito bancario e non avevano reali capacità di influenza politica.
In un contesto industriale di questo tipo, appare chiaro come il ciclo di cessioni abbia finito per minare seriamente uno dei pilastri fondamentali del nostro sistema produttivo, contribuendo da una parte ad avvicinarci al non invidiabile status di “colonia industriale” e, dall’altra, a spostarci progressivamente verso settori a più basso valore aggiunto. Ed è facile immaginare tutte le conseguenze che questo ha comportato in termini di occupazione, salari e tassi di crescita del prodotto totale. A questo si aggiunga lo smembramento del gruppo Ferruzzi per le note vicende giudiziarie e la contemporanea privatizzazione del settore bancario pubblico, che ha modificato sensibilmente gli equilibri di potere nel nostro paese, influendo anche sulla vita delle piccole e medie imprese private. Quello che veniva presentato come un processo di rinnovamento e potenziamento del sistema produttivo italiano è stato trasformato in un’operazione di ulteriore concentrazione del potere economico. Forse è proprio guardando a questo risultato e a chi ne ha beneficiato che è possibile capire perché, nel nostro paese, di questo interessante dibattito sul “cambiamento d’epoca” non vi sia ancora traccia.

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