Berlusconi s’inchina alla Merkel

Proprio alla vigilia del G-20 di Toronto, la Cina ha annunciato di voler procedere a una lenta e graduale rivalutazione dello yuan. Sembra concludersi, almeno a parole, il lungo braccio di ferro che ha visto prima coinvolto un gruppo consistente di economisti (capitanato dal premio Nobel Paul Krugman) e successivamente pure l’amministrazione americana. Nelle ultime settimane le pressioni politiche si erano fatte così intense che, in una insolita nota ufficiale del dipartimento del Tesoro, si era arrivati addirittura ad accusare la Cina di “manipolare” il cambio, fissandolo artificialmente a un livello troppo basso. Una strategia che, secondo molti commentatori, è stata uno degli ingredienti principali della crisi del 2007-08, impedendo alla mano già tremante e fallace dei mercati valutari di correggere i crescenti squilibri macroeconomici mondiali. Da un lato, infatti, gli Stati Uniti hanno domandato stabilmente per decenni più risorse di quante ne abbiano prodotte al loro interno, basando la propria crescita sull’accumulazione di debito. Dall’altra, alcuni paesi hanno mostrato un crescente avanzo strutturale nei propri conti con l’estero generato o dall’esportazione di beni energetici (Russia, Arabia Saudita, ecc.) o dall’elevato risparmio e dalla parallela lenta crescita di salari e consumi interni (Cina e India). In un sistema valutario a cambi flessibili sarebbe toccato alle variazioni di lungo periodo del valore delle valute il compito di riequilibrare questi squilibri internazionali. Questa forza però non ha operato in maniera sufficiente e, a volte, addirittura si è mossa in modo sbagliato, lasciando che il dollaro fosse perennemente sopravvalutato rispetto alla valuta cinese. L’amministrazione americana ha puntato l’indice contro la Banca popolare cinese colpevole di aver mantenuto lo yuan artificialmente sottovalutato, facendo pegging sul dollaro per non frenare la crescita trainata dalle esportazioni, ma generando così un ulteriore deficit delle partite correnti americane e una conseguente perdita di posti di lavoro. La crisi finanziaria, imponendo un massiccio aggiustamento degli eccessi di indebitamento e di domanda interna, ha finito per rivelarsi una via disordinata e traumatica con cui sono stati corretti – almeno temporaneamente – gli squilibri globali.
La Cina ha sempre rigettato questa visione, sostenendo che in realtà l’andamento del tasso di cambio sia una variabile non correlata all’andamento del commercio mondiale. Basti pensare che nel triennio 2005-08, nonostante una rivalutazione dello yuan del 20 per cento sul dollaro, la quota di export cinese ha continuato a crescere senza sosta mentre il deficit commerciale americano non si è minimamente ridotto. Non va inoltre dimenticato che la presenza di un pesante deficit delle partite correnti negli Stati Uniti risale al lontano 1982, mentre l’avanzo commerciale cinese ha cominciato a emergere solo dopo il 2004. Infine, la mancata correzione del tasso di cambio non è dovuta solamente alla politica attiva delle autorità monetarie cinesi, ma anche dalle discutibili scelte della Fed che, per anni, ha apertamente ignorato il tasso di cambio nella conduzione della propria politica monetaria, limitandosi a perseguire obiettivi di stabilizzazione interna.
La scelta di procedere a una lenta rivalutazione dello yuan, più che il frutto delle pressioni dell’amministrazione americana, sembra il risultato di una deliberata strategia dei dirigenti cinesi. Da un lato vi è il timore che la crescente inflazione possa colpire le già preoccupanti condizioni delle fasce più deboli della popolazione. Dall’altra, proprio la dinamica ascendente dei prezzi ha spinto la nascente classe media cinese a investire massicciamente nel mercato immobiliare, creando una preoccupante bolla speculativa dalle imprevedibili conseguenze. Procedere alla rivalutazione del cambio permetterà così di invertire la rotta, riducendo il prezzo dei beni importati (costituiti per la maggior parte da beni alimentari ed energetici) e creando quindi un vantaggio per i lavoratori. Nel medio-lungo periodo, invece, un apprezzamento dello yuan dovrebbe incentivare il riequilibrio strutturale dell’economia cinese, spostando il baricentro dall’attuale modello export-oriented verso un altro più centrato sui consumi interni.
Al braccio di ferro fra Washington e Pechino assiste silenziosa l’intera Unione europea. Un atteggiamento che non è nuovo e che non stupisce. Solo nell’ottobre 2007 le autorità comunitarie, per bocca dell’allora commissario agli affari economici Peter Mandelson, avevano rotto temporaneamente il silenzio criticando le politiche monetarie cinesi. Ma si trattò di un episodio isolato, a cui sono seguiti anni di indifferenza mischiata a silenzioso e interessato apprezzamento. L’Ue presenta infatti modesti deficit commerciali nei confronti del resto del mondo, e anche la posizione della Cina non si mostra come particolarmente problematica rispetto all’economia del vecchio continente. Buona parte dei deficit dei paesi membri dell’Ue rispecchiano squilibri interni alla stessa area dell’euro: basti pensare che dal 1995 ben 9 dei 15 paesi aderenti alla moneta unica hanno mostrato un persistente deficit dei propri conti con l’estero, mentre cinque sono stati stabilmente in surplus. A fare la parte del leone in questo secondo gruppo è stata come sempre la Germania, che di fatto si trova a ricoprire la stessa posizione della Cina sia nei confronti degli altri paesi della Ue sia verso il resto del mondo. Non stupisce quindi il silenzio delle autorità europee di fronte alla battaglia del presidente Obama nei confronti dei surplus commerciali cinesi e dei danni da loro provocati alla stabilità economica globale: dare man forte alle richieste americane finirebbe alla lunga per degenerare in una guerra interna alla stessa Ue, in una condizione che già di per se non è delle migliori. Resta da capire cosa faranno Francia e Italia nei prossimi mesi. Si ripete spesso che l’euro è il figlio del marco tedesco, una valuta che ha segnato profondamente l’evoluzione e la specializzazione economica della Germania del secondo dopoguerra. Nel momento in cui Angela Merkel decide di puntare tutte le sue carte su una massiccia deflazione competitiva che esalti lo strabordante potenziale industriale tedesco rilanciando prepotentemente il ruolo della Germania nello scacchiere mondiale, gli altri grandi paesi dell’eurozona dovrebbero comprendere che c’è il serio rischio di venire confinati ai margini dell’impero, con tutto ciò che ne segue in termini politici, economici e sociali. La Francia, seppur senza la dovuta costanza che da lei ci si attenderebbe, sembra cercare di evitare questo triste destino. L’Italia, invece, tace. Non si capisce se si tratti di una mancanza di coraggio o se invece sia il segnale di una tacita presa d’atto. La pretestuosa polemica lanciata da Giulio Tremonti sull’articolo 41 della Costituzione e il regressivo accordo imposto dalla Fiat a Pomigliano non promettono nulla di buono.

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